L’Amazzonia e l’Occidente che si crede Dio

di Roberto Carrasco, OMI

Oggi l’«opzione convinta per la difesa della vita, per la difesa della terra e per la difesa delle culture» passa anche attraverso il Sinodo per l’Amazzonia

È passato già un anno dal quel viaggio apostolico in Perù (gennaio 2018) in cui Papa Francesco ha incontrato i popoli dell’Amazzonia a Puerto Maldonado.

Mentre Bergoglio diceva loro che «la Chiesa non vuole essere estranea al vostro modo di vivere», l’Italia e il resto del mondo hanno già dimenticato quell’incontro eccezionale. Il Papa latinaomericano ha sottolineato che è «imprescindibile compiere sforzi per dar vita a spazi istituzionali di rispetto, riconoscimento e dialogo con i popoli nativi; assumendo e riscattando cultura, lingua, tradizioni, diritti e spiritualità che sono loro propri». Ma cosa significa? Che tipo di messaggi stano arrivando alla Chiesa qui, in questa parte del pianeta? Chi sono i cosidetti popoli indigeni dell’Amazzonia?

Una volta, una giornalista dell’Ecuador, Milagros Aguirre, ha fatto un’intervista a un vecchio missionario nell’Amazzonia. Ricordando la sua prima esperenza tra i popoli indigeni e meticci nell’Amazzonia peruviana, lui ha raccontato: «…Il meticcio si crede superiore all’indigeno, lo disprezza e gli sottrae valore, crede di avere il diritto di “civilizare” l’indio, d’imporre la sua maniera di vedere il mondo riguardo il progresso o lo sviluppo. Non concepisco quell’affano omogeneizzante di un Occidente che vuole tutti protetti dalle sue leggi, norme o religioni e che si impone sui più piccoli, sui deboli, sui differenti, sulle minoranze; è come se l’Occidente si credesse un Dio, capace di modellare a sua immagine e somiglianza tutti gli esseri umani. Semplicemente, ormai non capisco il mondo occidentale». Erano le parole di Marcos Mercier, un francescano canadese che ha abitato con il popolo kichwa del Napo più o meno 35 anni della sua vita, fino alla morte.

Padre Mercier ha anche ricordato alla giornalista l’immagine delle «prime tribù amazzoniche, che venuti in contatto con i conquistatori spagnoli, dopo avere resistito alle invasioni nel 1538 e 1541, vennero “pacificati”, divisi in varie commende e ridotti in schiavitù». Ma dopo cinque secoli un Papa ha detto loro: «Sono voluto venire a visitarvi e ascoltarvi, per stare insieme nel cuore della Chiesa, unirci alle vostre sfide e con voi riaffermare un’opzione sincera per la difesa della vita, per la difesa della terra e per la difesa delle culture». Immaginate che festa! C’erano lì circa 4mila rappresentanti delle tribù indigene amazzoniche, che ascoltavano queste parole di speranza.

Oggi l’«opzione convinta per la difesa della vita, per la difesa della terra e per la difesa delle culture» passa anche attraverso il Sinodo per l’Amazzonia che Papa Francesco ha convocato per quest’anno 2019. Un Sinodo speciale che vuole ascoltare, che rappresenta una sfida per tutta la Chiesa, non soltanto per i contenuti di cui discuteranno i vescovi insieme a Papa Francesco, ma per tutte le proposte che porteranno con sé ognuno di quelli che saranno qui a Roma, tra pochi mesi.