Roma: I Popoli Amazzonici ricambiano la visita di Francesco

di Roberto Carrasco, OMI

Papa Francesco riceverà nella Basilica di San Pietro i leaders e gli indigeni dell’Amazzonia, i quali nel primo giorno del Sinodo, insieme ai Padri Sinodali, pregheranno e saranno in pellegrinaggio insieme per la Chiesa e per l’Amazzonia: Casa Comune, “gettando una sola rete verso le acque profonde dei nostri fiumi”.

Medellin ha aperto il cammino dell’ascolto

P. Gustavo Gutiérrez nel suo libro “Da Medellín ad Aparecida” (2018) inizia con un’affermazione che molto probabilmente tocca nel profondo del cuore Papa Francesco e la Chiesa nella Panamazzonia; è la seguente:

«Bisogna mettersi in atteggiamento di ascolto, ma ascoltare presuppone, come prima cosa, uscire dal piccolo mondo in cui si sta».

Ed è giustamente con il Documento di Medellín, che la Chiesa latinoamericana, dopo il Concilio Vaticano II – lo afferma Gustavo Gutiérrez nel suo libro -, ha intenzione di adottare nuovi atteggiamenti e avere una migliore conoscenza della cruda realtà latinoamericana che dimostra una  percezione di inadeguatezza delle strutture della Chiesa rispetto al mondo in cui vive.

In quegli anni, grazie all’appoggio del Dipartimento delle Missioni del CELAM, la Chiesa in Amazzonia iniziò il processo di “camminare insieme a” una realtà sociale e politica vissuta dai  popoli di questa regione, allora poco conosciuta; e d’altra parte si cominciò a “camminare insieme a” una nuova coscienza ecclesiale che Medellín non ebbe paura di introdurre. Gustavo Gutiérrez lo dirà: si inizia a parlare «dei problemi dell’uomo latinoamericano, nel suo linguaggio e con le sue preoccupazioni».

Il dialogo e l’ascolto con le popolazioni originarie: un lungo viaggio

L’immediato incontro sulle Missioni del 1968, tenutosi a Melgar, in Colombia, e l’incontro a Caracas, in Venezuela, nel 1969, hanno prefigurato quello che nel 1971, ad Iquitos, in Perù, sarà noto con il nome Incontro “transamazzonico” delle Missioni, che «fu come il punto di partenza di una Chiesa che vuole essere più fedele alla sua missione, esprimendosi e realizzandosi come un’autentica Chiesa della Selva o Chiesa Amazzonica ”, così come affermava il ricordato Mons. Miguel Irizar, Vescovo di Yurimaguas. Questi incontri non solo denotavano la presenza di vescovi, missionari, sociologi e antropologi, più o meno impegnati nella complessa problematica dell’uomo e del mondo amazzonico, ma quel momento significò anche l’inizio di un cambiamento sintomatico nell’atteggiamento e nel conseguente impegno con azioni concrete, il cui obiettivo era quello di trovare criteri e linee pastorali sempre più coerenti con la situazione di emarginazione che vivevano (e ancora vivono) i nostri fratelli e sorelle della Selva.

Si trattava allora di quella convergenza di una Chiesa dal volto indigeno che iniziò a parlare di liberazione in Cristo, nel senso di riuscire a trovare una società più fraterna e giusta alla luce del Concilio Vaticano II. Seguirono poi le Assemblee Regionali Episcopali tenute a Pucallpa, in Perù, e parallelamente un’altra tenutasi ad Asunción, in Paraguay nel 1972. Viene ricordata anche l’Assemblea Regionale Episcopale di San Ramón nel 1973, che vuole esprimere il compito fondamentale che ha la Chiesa della Selva di formare una Chiesa Autoctona, di una Chiesa autenticamente amazzonica. Ma arriveranno altre assemblee: l’Incontro Internazionale di Chaclacayo, Lima nel 1974, l’Assemblea di Tarapoto nel 1975 che ha riaffermato alcune linee e obiettivi pastorali in particolare riferiti all’area dei ribereños[1] che costituisce senza dubbio quella porzione più numerosa che hanno le regioni pastorali. Altri incontri che non possiamo non menzionare, per l’importanza che rivestono in questo processo di ricerca dei processi di dialogo e ascolto, sono stati l’incontro di Manaus nel 1977 e di Tlaxcala, in Messico nel 1978. E se continuiamo a parlare di incontri ecclesiali, tutti i precedenti troveranno nella Conferenza di Puebla, in Messico, nel 1979, il momento chiave di una scelta chiara: l’unità tra i Vescovi, con i sacerdoti, i religiosi e i fedeli, che facendo professione di fede esprimono questo: «Crediamo nell’efficacia del valore evangelico della comunione e della partecipazione, per generare creatività, promuovere esperienze e nuovi progetti pastorali» e assumono una chiara opzione pastorale, «l’evangelizzazione della cultura stessa, nel presente e verso il futuro» e la riaffermazione della “opzione preferenziale per i poveri”, già assunta dalla Conferenza di Medellin nel 1968.

Il Sinodo Amazzonico ha suscitato grande interesse da varie parti

Cosa ci insegna questo excursus storico attraverso la Chiesa latinoamericana post Vaticano II? La  Conferenza di Medellín, indubbiamente, non solo ha espresso l’interesse, ma anche la preoccupazione da parte dei Vescovi e dei missionari, di studiare l’evangelizzazione delle culture autoctone, cioè avere un profondo interesse nell’affrontare il tema cultura dei nostri popoli, e a ciò aggiungiamo quella chiarezza da parte della Chiesa latinoamericana ad aprirsi sempre più ai processi di ascolto e di partecipazione.

In questi giorni, con tutto il suo significato e la sua sfida, la convocazione fatta da Papa Francesco nel 2017 per un Sinodo Speciale per la regione Panamazzonica, ha suscitato grande interesse non solo in America Latina, ma anche nella Chiesa europea e nordamericana. Con un processo pre-sinodale, dove la partecipazione e l’articolazione in rete, e tutto un lavoro soprattutto di ascolto e  di dialogo con le basi, si è potuto sviluppare un processo per camminare e ascoltarsi, nei nove paesi che compongono la regione Panamazzonica, in risposta alla chiamata fatta dall’enciclica Laudato si’. Questo è senza dubbio un processo che «Amazzonia: Nuovi Cammini per la Chiesa e per una Ecologia Integrale» questo il titolo dato da Papa Francesco al prossimo Sinodo, che si terrà a Roma dal 6 al 27 ottobre 2019 -, si è proposto di trovare. 

Finchè si è intessuta la Rete

I popoli dell’Amazzonia, nel ricordare la visita che fece loro il Santo Padre nel gennaio 2018, hanno riportato alla memoria l’importanza di rafforzare il lavoro di discernimento e di ascolto che sta realizzando con la Chiesa, non in questi ultimi cinque anni, ma da decenni, come possiamo appurare nella storia contemporanea della Chiesa latinoamericana. In questo contesto, nel 2014, a seguito di questa desiderata partecipazione a Medellín e a Puebla, e nella prospettiva del Decreto Ad gentes e del desiderio di Francesco di essere una Chiesa che esce, nasce la Rete Ecclesiale Panamazzonica – REPAM, come «una iniziativa che scaturisce dall’azione dello Spirito Santo che guida la Chiesa nel processo di incarnazione del Vangelo nella Panamazzonia ».

Questo lavoro, prima del Sinodo che inizierà tra poco, ha significato, senza dubbio, il grande esercizio di “camminare insieme”. É un lavoro che si è esteso in varie parti del mondo e che a Roma non poteva passare inosservato.

L’Amazzonia è arrivata a Roma

Così come Papa Francesco ha visitato i popoli dell’Amazzonia, ora, sono questi stessi popoli che gli ricambiano la visita. E ciò avviene nel quadro di una serie di attività che attorno a una “Tenda”, – sotto l’ispirazione vissuta ad Aparecida nel 2007 con la Tenda dei Martiri – nella città di Roma ad portas del Sinodo, varie organizzazioni e istituzioni ecclesiali, insieme a congregazioni religiose e missionarie, agenzie e ONGs cattoliche, e con una significativa rappresentanza di leaders indigeni, nasce AMAZZONIA: CASA COMUNE.

Ad oggi sono oltre 240 le attività che si svolgeranno dal 5 al 30 ottobre. Ogni giorno c’è una programmazione diversa, da momenti di spiritualità a eventi culturali e accademici, così come a tavole rotonde e conferenze, e senza dimenticare quegli spazi in cui la voce dei protagonisti dell’Amazzonia: Casa Comune si farà sentire. Lì potremo ascoltare da buona fonte cosa sta realmente accadendo con i popoli della Panamazzonia, le loro lotte, le loro preoccupazioni, ma anche le loro proposte con tutta la loro conoscenza e valori provenienti dai diversi popoli amazzonici, sia indigeni, ribereños e afro-discendenti. Non c’è dubbio che la voce dei popoli indigeni in isolamento volontario e contatto iniziale si lascia ascoltare tramite coloro che vengono a dirci cosa succede realmente con queste popolazioni in costante vulnerabilità.

L’Amazzonia è arrivata a Roma, con i suoi volti e il suo fascino, tutti provenienti dalla stessa selva.  I popoli amazzonici, con il remo in mano e regolando gambe e corpo, hanno deciso di

“navigare sulla canoa che ci conduce nelle profondità delle acque del Battesimo”.

Hanno deciso di venire a Roma per dire a Francesco e ad ogni Padre Sinodale e partecipante al Sinodo, quali sono questi fiumi, che come braccia giganti formano una grande rete che vogliono lanciare nelle acque per pescare, come l’Apostolo Pietro, uomini e donne che annuncino il mandato di Gesù: Amatevi gli uni gli altri.

#amazoniacasacomun

Diversi incontri, un solo fine

Amazzonia: Casa Comune è colui che durante queste tre settimane vuole accompagnare il Sinodo con una preghiera costante, con suppliche, con canzoni, ma anche con un atteggiamento di dialogo e ascolto. Questo è esattamente ciò che significa Amazzonia: Casa Comune, è un insieme di iniziative che esprimono la continuità di un processo di ascolto che non è iniziato ieri, né l’anno scorso, né cinque anni fa.

Amazzonia: Casa Comune è quello spazio che vuole ascoltare la voce dei protagonisti, cioè i popoli amazzonici, la voce di coloro che li rappresentano e la voce di una Chiesa che vuole mantenere una presenza che non solo accompagni, ma anche una Chiesa chiamata ad uscire e convertirsi integralmente.

Le attività che si svolgeranno in Amazzonia: Casa Comune cominceranno con una Veglia e inaugurazione sabato 5 ottobre, nella chiesa di Santa Maria della Traspontina, punto focale nel mezzo di altri spazi che stanno a disposizione. Queste attività sono come una gamma di colori che esprimono la diversità propria dei popoli della selva. Avremo, ad esempio, la mostra fotografica “El jaguar de Chiriquete”, portata da Adveniat dalla Colombia. Un’ altra mostra importante verrà realizzata dalla Red Iglesia y Mineria. Anche nella città di Milano il PIME, tra le altre inziative, ha preparato una mostra dal titolo “Il grido dell’Amazzonia”.

Ci saranno momenti di spiritualità amazzonica e martiriale animati dall’ Equipe Itinerante proveniente dalle frontiere del Brasile, Perù, Colombia e Bolivia. Molte le attività di sensibilizzazione, tra cui vari tavoli di riflessione e dibattito come “Esperienze dei popoli indigeni nella difesa e cura dei loro territori”, promosse dal Consiglio Missionario Indigeno del Brasile. Avremo attività che ci porteranno testimonianze e risposte comunitarie all’espansione dell’agroindustria e dell’estrattivismo in Amazzonia; la presentazione del Rapporto sui Diritti Umani dei Popoli della Panamazonia; la presentazione dell’Atlante Panamazzonico; la discussione sul ruolo che svolge la donna in Amazzonia, tra gli altri.

Tra gli eventi accademici si evidenzia: “Voci indigene”. Riflessione teologica che si terrà presso la Pontificia Università Antonianum di Roma. Così come l’incontro di leaders indigeni con studenti e professori della Facoltà Teologica dell’Italia meridionale di Napoli. Varie proiezioni di video e documentari che narrano la vita e la situazione dei popoli amazzonici. Oltre a spazi di formazione e informazione per giornalisti e interessati chiamati: Conversazione – Comunicazione, Ambiente e Popoli Indigeni.

Non possiamo non menzionare un evento molto importante che si svolgerà in un quadro di dialogo interculturale, chiamato Laudato si’. Incontro e Solidarietà, nord e sud. Sarà uno spazio in cui i leaders indigeni dell’Amazzonia e i leaders indigeni del Nord America si siederanno gli uni di fronte agli altri per discutere di ciò che sta accadendo nei rispettivi territori. Infine, invitiamo tutti a partecipare il 19 ottobre al PELLEGRINAGGIO PER L’AMAZZONIA, che ha l’obiettivo di unirci nella preghiera e camminare insieme, Padri Sinodali e Amazzonia: Casa Comune, con tutto il Popolo di Dio, per innalzare le nostre preghiere e canti a Dio Padre e Creatore che ci chiama alla conversione integrale.

Traduzione dallo spagnolo all’italiano di Antonella Rita Roscilli

Roma, 1 ottobre 2019


[1] abitanti delle rive dei fiumi

Il beato Paolo Manna e il Sinodo per l’Amazzonia

di Roberto Carrasco, OMI

Un grande missionario proclamato beato da Giovanni Paolo II già novant’anni fa scriveva: «Spogliare per quanto è possibile la religione cristiana dalle sue forme occidentali non necessarie e rivestirla in ogni Paese di forme indigene…»

Il beato PAOLO MANNA

Visitando Catania, ai piedi del monte Etna, qualche settimana fa guardavo attentamente come il vulcano non è solo un fenomeno naturale che rimane attivo, l’Etna è veramente il protagonista di una lunga storia che coinvolge a tutta l’Italia. Quando ci fermiamo di fronte all’Etna, anche solo per un attimo e lo guardiamo con attenzione, possiamo sentire che l’attività vulcanica aspetta il momento opportuno per esplodere, come lo ha fatto tante volte.

L’Etna è un simbolo in questa regione italiana. L’Etna potrebbe rappresentare un segno, che annunzia un cambiamento, se ci fermiamo a riflettere che cosa stiamo facendo con il nostro pianeta. L’Etna è un segno che rappresenta quel grido profondo della Casa comune, che soffre a causa dell’intervento umano cattivo, che pensa solo allo sfruttamento di risorse, per il beneficio di pochi. Dobbiamo fare attenzione a questo fumo bianco, che sale verso le nubi, consegnandoci un sublime messaggio dall’interno della natura.

Sono venuto a Catania con la comunità missionaria del Pime (Pontificio Istituto Missione Estere) e un bel gruppo dei laici, che fanno un percorso formativo per poi andare in missione. Ho parlato dell’enciclica Laudato Si’, e abbiamo condiviso il tema: “Il grido dell’Amazzonia”, tema centrale, che ha coinvolto tutti noi.

P. Giuseppe Filandia, missionario del PIME visitando i villaggi nella foresta amazzonica brasilera

In questa comunità dei missionari, ho trovato padre Giuseppe Filandia, con il quale ho parlato dell’argomento cui i media europei hanno dato spazio, due settimana fa, all’interno del contesto che vive la Chiesa cattolica, che si prepara al prossimo Sinodo sull’Amazzonia (Roma, 6 – 27 ottobre 2019). Infatti, il punto di scontro è proprio il numero 129 dell’Instrumentum Laboris, che nel secondo comma, dice: «Affermando che il celibato è un dono per la Chiesa, si chiede che, per le zone più remote della regione, si studi la possibilità di ordinazione sacerdotale di anziani, preferibilmente indigeni, rispettati e accettati dalla loro comunità, sebbene possano avere già una famiglia costituita e stabile, al fine di assicurare i Sacramenti che accompagnano e sostengono la vita cristiana».

Padre Giuseppe Filandia, un missionario siciliano che ha avuto una bella e lunga esperienza missionaria – più di 25 anni – tra i popoli indigeni “Dall’Amazonas alle Barriere Coraline”, come titola il suo libro (Book Sprint ed., 2017), mi diceva che il beato Paolo Manna, nel 1929, mentre era Superiore generale del PIME, aveva scritto un promemoria provocatorio per Propaganda Fide. Lo scrisse dopo un lungo viaggio attraverso le missioni in diversi continenti. Lo scritto si intitola “Osservazioni sul metodo moderno di evangelizzazione” e chiede cambiamenti rivoluzionari nel “metodo di evangelizzazione”, appunto. Vi si legge: «rifiutare l’occidentalismo, liberarsi dalla protezione interessata delle potenze occidentali, educare i sacerdoti locali, secondo programmi diversi da quelli usati in Occidente; abolire il latino e il celibato per favorire una maggior partecipazione degli indigeni al sacerdozio nelle missioni, consacrando i migliori catechisti dove mancano assolutamente sacerdoti».

Veramente, sono rimasto sorpreso di trovare questa lettera scritta dal beato Paolo Manna. Un visionario e un precursore della missione della Chiesa. Conosciuto come “un Santo seccatore”, “un missionario scomodo”, “un temerario”, “il Cristoforo Colombo della nuova cooperazione missionaria”, “uno dei più efficaci promotori dell’universalismo missionario nel secolo XX”, senza dubbio, un sacerdote con una straordinaria passione per la missione nella Chiesa.

Per il beato Paolo Manna, sottolinea Giuseppe Filandia, «il punto principale della missione era proprio aiutare questi popoli a conservare la propria identità. Gli africani, africani! Non occidentalizzati! Non portiamoli in Italia per far perdere la cultura, il senso africano. I cinesi specialmente. Perché c’è stato il fallimento del culto cinese? Perché i missionari volevano creare missionari a propria immagine e somiglianza, ciò occidentalizzati. E padre Manna si è reso conto che queste cose non aiutavano assolutamente la propaganda missionaria di evangelizzazione, ma addirittura erano e sono di ostacolo… La mentalità nostra era di formare sacerdoti secondo la nostra cultura, la nostra educazione, i nostri insegnamenti. Padre Manna diceva: che cosa pretendete da questi africani, da questi cinesi? Che insegnino latino o materie che non hanno niente che vedere con la loro cultura e con la loro evangelizzazione? Quindi, non soltanto il latino, ma anche la filosofia, cioè quel curriculum di studi occidentali, dovevano essere aboliti per dare spazio alla cultura locale, in modo da formare sacerdoti per il loro popolo: essere sacerdoti, conservando la propria cultura. Manna parla anche di celibato. È chiaro: Padre Manna è un santo, quindi crede al celibato, crede nella consacrazione totale a Gesù, ma pretendere, che questi popoli vivano il celibato come lo vogliamo noi, era realmente un impedire a molti giovani di diventare sacerdoti. E se lo diventavano, vivevano, purtroppo, una doppia vita morale. E questo logicamente non aiuta l’evangelizzazione, non aiuta la santità dei preti, ma è un vero ostacolo».

Alla fine dell’intervista, padre Giuseppe Filandia aggiunge: «Dopo cinquanta anni di missione in Brasile e in Papua, posso assicurare che, continuando con questo stile di formazione dei preti locali, noi stiamo sbagliando. Bisogna parlare del celibato come da un modo per donarsi totalmente a Cristo, ma non tutti, anzi la maggior parte, non si sente di seguire Cristo attraverso un cammino, che è una legge umana. Cristo non ha niente a che vedere con il celibato. Sì, lui ha dato un consiglio, che resta un consiglio. Ma penso che Gesù oggi voglia i suoi sacerdoti consacrati per il popolo, secondo la loro cultura, secondo le loro tradizioni, in modo da essere persone in mezzo al proprio popolo, accettate dalla propria gente».

Dunque, avendo vissuto questa esperienza in Sicilia, insieme a questa comunità missionaria, rimane in me quell’immagine dell’Etna, quel fumo che continua a salire verso il cielo. E intanto mi domando: cosa c’è nel profondo di questo vulcano che nessuno può vedere, ma è capace di far tremare tutta questa regione dell’Italia? Che tipo di energia, forza, vitalità, vigore è questa?

E se la Chiesa si “amazzonizzasse”?

di Roberto Carrasco Rojas

Non si tratta solo del problema dell’ambiente, si tratta del nostro futuro come pianeta, come esseri viventi. Il Sinodo Panamazzonico è solo l’inizio di un processo già iniziato nella Chiesa.

Card. Claudio Hummes e Card. Pedro Barreto – Presidente e Vice presidente della Repam

Il 2019 è l’anno in cui la Chiesa ha iniziato un nuovo percorso verso un evento molto importante. Si trata di un evento che, che mentre per qualcuno sembra una minaccia, per gli altri, e in genere per i popoli della regione panamazzonica, è una buonissima opportunità per farsi ascoltare.

Il prossimo Sinodo dei Vescovi per l’Assemblea Speciale per la Regione Panamazzonica, che si terrà a Roma dal 6 al 27 ottobre, potrebbe essere determinante nello sviluppo di una Chiesa dotata di fecondità evangelizzatrice. «Ho scelto di proporre alcune linee che possano incoraggiare e orientare in tutta la Chiesa una nuova tappa evangelizzatrice, piena di fervore e dinamismo… ho deciso… di soffermarmi ampiamente sulla questione: …la riforma della Chiesa in uscita missionaria…, delineare un determinato stile evangelizzatore che invito ad assumere in ogni attività che si realizzi», sono le parole di Papa Francesco nella Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium (Cf. EG 17-18).

Il 16 maggio scorso a Roma, presso la Pontificia Università Gregoriana, si è svolto un Convegno su “Amazzonia: sfide e prospettive per la Casa Comune”. Tra gli intercolutori è stato il cardinale Peter Turkson, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, che ha presentato la questione della tutela del tesoro amazzonico. Stiamo parlando di 7 milioni e mezzo di chilometri quadrati contenenti fino al 50% della flora e della fauna esistenti. Un patrimonio che è stato presentato a noi come una “sfida” non regionale, ma globale, che necessita di una “visione a lungo termine”, di “responsabilità intergenerazionali”, di “azione concreta in aiuto” dei governi che decidono sul futuro dell’Amazzonia, “ecopolmone” dell’umanità. Turkson ha sotolineato che siamo alle «ultime ore possibili per salvare questa area» che, come tutta l’Equatore, è stata creata da Dio per «sostenere la vita dell’uomo, per tutelarne l’equilibrio».

Ha destato stupore il Cardenale Cláudio Hummes OFM, Presidente della Repam (Rete Ecclesiale Panamazzonica) e prefetto emerito della Congregazione per il Clero, quando ha parlato di una «crisi climatica ed ecologica grave e urgente», e ha sottolineato che: «È una bugia che le risorse del pianeta sono infinite».

Ha detto parole come: siccità, inondazioni, innalzamento dei mari, desertificazione e ha indicato le cause: l’idea del progresso illimitato, il paradigma tecnocratico, il consumismo crescente, la cultura dello scarto, l’inquinamento legato ai rifiuti. Tutto questo crea una situazione che va affrontata urgentemente, ricordando all’auditorio ciò che tanto la Cop 21 a Parigi come l’neciclica Laudato si’ ci hanno trasmesso nel 2015.

«Molti che conservano il potere economico stanno truccando o nascondendo il problema. Stiamo affrontando una grave crisi», ha evidenziato il relatore generale del Sinodo sull’Amazzonia.

«L’Amazzonia costituisce un punto di equilibrio per il pianeta. Non è mai stata minacciata come lo è oggi». In questa Amazzonia sta la Chiesa missionaria. «La Chiesa è coinvolta in questo tema nel nome della fede, perché trasmette l’incarnazione e deve occuparsi della Casa Comune: una Chiesa con quattro secoli di presenza tra i poveri, senza stancarsi. Una Chiesa che promuove l’inculturazione e l’interculturalità”; con queste parole non soltanto ha messo l’accento sulla sfida per la Chiesa, ma ha tracciato il contesto in cui si colloca il Sinodo dell’ottobre prossimo.

Il terzo intervento era del cardinale peruviano Pedro Barreto, arcivescovo di Hauncayo, vicepresidente della Repam; proprio lui ha posto la domanda: perchè un Sinodo per l’Amazzonia? Nel contesto della sinodalità della Chiesa, «la proposta di Papa Francesco sull’ecologia integrale sarà una risposta sinodale per la cura della casa comune». Mentre parlava ha proposto due nuovi verbi in spagnolo: «Amazonizar la Iglesia y Laudatosificar la Sociedad», cioè «Amazzonizare la Chiesa e Laudatosificare la Società», citando l’encíclica sociale di Papa Francesco, e ribadebdo che «dobbiamo rilanciare l’evangelizzazione in Amazzonia»

Questo convegno si è svolto nel contesto della riunione in Vaticano del Consiglio pre-sinodale da cui uscirà, tra poche settimane, l’Instrumentum Laboris, cioé le linee guida su cui lavoreranno i vescovi al Sinodo sull’Amazzonia. Questa riunione del Consiglio pre-sinodale ha raccolto le sintesi di tutti i contributi emersi in quasi un anno di lavoro, in cui la Repam ha giocato un rolo molto importante. Questo Instrumentum Laborissarà però inviato a tutti i vescovi della Panamazzonia per un’ulteriore verifica.

Nel comunicato della Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi sulla seconda Riunione del Consiglio pre-sinodale dell’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per la Regione Panamazzonica, del 17 maggio 2019, si legge che in quella occasione i membri hanno approbato e presentato un “documento di lavoro che è diviso in tre parti”Gli argomenti che affrontano sono: “[1] la voce dell’Amazzonia intesa come ascolto di quel territorio, [2] l’ecologia integrale e [3] la Chiesa con volto amazzonico”.

Sono tre argomenti veramente sfidanti, per una Chiesa che voglia dinamizzare la propria missione e andare lontano, mettendo in gioco l’essenza della sua nascita: l’Annuncio del Vangelo a tutti popoli, con un attegiamento di ascolto e di costante crescita fraterna e sinodale.

Ascoltare l’intervista d’oggi a Radio Vaticana proprio del tema. Dal minuto 18 in più.

Perché è importante dare la parola ai popoli indigeni

di Roberto Carrasco, OMI

La partecipazione è una chiave fondamentale per capire di che cosa tratta il Sinodo in Amazzonia. È un camminare insieme, ma ascoltandoci

Con la pubblicazione dell’Enciclica Laudato Si’ nel 2015, la Chiesa ha sfidato tutti coloro che hanno a cuore la cura della Casa Comune. Con questa enciclica, infatti, Papa Francesco si è rivolto, per cominciare un percorso insieme alla ricerca di nuove strade, non solo alla Chiesa, ma a tutti: Stati, governanti, organizzazioni sociali… E anche a tutta la popolazione che abita la Panamazzonia.

Era domenica 15 ottobre 2017, quando Papa Francesco ha detto: «Accogliendo il desiderio di alcune Conferenze Episcopali dell’America Latina, nonché la voce di diversi Pastori e fedeli di altre parti del mondo, ho deciso di convocare un’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per la regione Panamazzonica, che avrà luogo a Roma nel mese di ottobre 2019. Scopo principale di questa convocazione è individuare nuove strade per l’evangelizzazione di quella porzione del Popolo di Dio, specialmente degli indigeni, spesso dimenticati e senza la prospettiva di un avvenire sereno, anche a causa della crisi della foresta Amazzonica, polmone di capitale importanza per il nostro pianeta».

MA, COS’È UN SINODO?

Sinodo significa camminare insieme. In questo caso si tratta di ascoltare i popoli indigeni e tutte le comunità che vivono in Amazzonia. Allora saranno loro che diventeranno protagonisti.

Nel viaggio apostolico in Perù, il 19 gennaio 2018, nel Coliseo Madre de Dios a Puerto Maldonado, Papa Francesco ha incontrato i popoli dell’Amazzonia e ha sottolineato che: «la Chiesa non è aliena dalla vostra problematica e dalla vostra vita, non vuole essere estranea al vostro modo di vivere e di organizzarvi. Abbiamo bisogno che i popoli originari plasmino culturalmente le Chiese locali amazzoniche».

L’assemblea speciale del Sinodo dei vescovi per la regione Panamazzonica,”Amazzonia: nuovi cammini per la chiesa e per una ecologia integrale”, avrà luogo a Roma dal 6 al 27 di ottobre 2019.

LA FASE PREPARATORIA

La Chiesa sta ripensando la sua presenza nell’Amazzonia. La fase preparatoria è svolta attraverso le Assemblee territoriali, che hanno avuto un ruolo importantissimo, anche in vista della stesura del documento finale. Le Assemblee, infatti, sono uno spazio non soltanto di consultazione, ma anche di partecipazione. Uno spazio di dialogo, di costruzione collettiva. Uno spazio che ha la finalità ascoltare quante più voci possibili, ma con un obiettivo orientato all’aspetto propriamente ecclesiale, integrando però l’ambiente, il sociale, la cultura, l’economia e la politica, coerentemente con l’approccio dell’ecologia integrale.

LA PARTECIPAZIONE DEI POPOLI INDIGENI

Uno degli aspetti importanti di questo sinodo è la participazione dei popoli indigeni. Mauricio López, segretario esecutivo della Rete Ecclesiale Panamazzonica (Repam), sottolinea che nel processo di preparazione, «la realtà ci ha superato a causa della grande speranza che il Sinodo ha generato, a causa della grande urgenza che questo Sinodo sia di tutti. Stiamo parlando di 260 momenti di ascolto in tutto il territorio panamazzonico. Circa 60 assemblee, che hanno coinvolto grandi gruppi – da 60 a 200 persone – popolazioni indigene, organizzazioni locali, popoli contadini e membri della Chiesa, a volte riunendi due o tre giurisdizioni ecclesiastiche e discutendo di tutto ciò che riguardava il Sinodo. Abbiamo avuto 25 forum tematici, cioè riflessioni specializzate, focalizzate, con una visione pan-amazzonica, che è la grande intuizione che muove la Repam: guardare il territorio come luogo teologico, come luogo sociologico. Forum come: Vita Consacrata in Amazzonia, Diritti Umani, Popoli Indigeni, Popoli nell’isolamento volontario, Università in Amazzonia. E infine, circa 180 dibattiti”. Insomma, “stiamo parlando in totale di 87 mila persone, più o meno, che hanno partecipato”, ha detto López.

Da parte sua, l’ultima settimana di febraio, il cardinale brasiliano Claudio Hummes ha evidenziato l’importanza di questo Sinodo: «Nella Chiesa dobbiamo camminare uniti, come amici e fratelli, rispettando le nostre diversità. Valorizzare tutte le culture – non solo quella occidentale, ma anche quelle degli indigeni dell’Amazzonia – non è una minaccia all’unità della Chiesa, ma la arricchisce, perché una sola cultura non può esaurire e rappresentare la ricchezza del Vangelo», ha detto il presidente della Repam. Parole che ci danno l’idea che la direzione della Chiesa dal volto Amazzonico vuole camminare.

Richard Rubio Condo – presidente della federazione FECONAMNCUA – río Napo – Peru dal 2010 al 2016

Il grido della Chiesa Amazzonica va ascoltato

Intervista al Cardinal Hummes, in occasione del seminario “Nuovi cammini per una Chiesa dal volto amazzonico”, organizzato dalla Salesiana.

Il primo giorno, giovedì 7 marzo, l’intervento del Card. Cláudio Hummes, francescano, presidente della Repam, ha sottolineato che l’obiettivo del Sinodo è l’ascolto del grido della Chiesa Amazzonica. Il cardinal Hummes ha messo in risalto che «noi dobbiamo andare lì ed ascoltare, lasciarli parlare. Sono loro (i popoli indígeni) chi devono dirci quali sono i loro sogni e desideri, come sono anche le loro grandi sofferenze, qual’è la loro storia che viene massacrata e qual’è la storia di questa regione grande chiamata Panamazzonia». 

Il presidente della Repam ha spiegato l’importanza che la Chiesa non lasci perdere l’Amazzonia: «la Chiesa deve avere il coraggio di trovare nuovi cammini, deve avere il coraggio di assumere un volto amazzonico, deve avere il coraggio di formare un clero autoctono, un clero indigeno, che possa afarsi carico di queste comunità».

Alla fine, il Cardinal Hummes ha fatto appello a tutte le Università Salesiane: «Penso che sia necessario che i salesiani e le loro Università si aprano un poco di più verso l’esterno, che non siano solo un circolo chiuso ed astratto, che prende cura delle cose scentifiche ed si occupa d’un livello alto, mentre la realtà si trova lì sotto. I salesiani sono missionari per natura, devono avere un’apertura disinteressata, non solo per studiare su base scientifica, filosofica oppure teologica – che pure sono importanti – ma anche per partecipare e fare participare gli studenti ancora più vivamente. Non basta, come si fa a scuola, prendere note o scrivere alcune tesi: occorre veramente fare quel proceso di andare, ascoltare, convivere un po’».

Il video è a questo link: Card. Clàudio Hummes – EL GRITO DE LA IGLESIA AMAZÓNICA

Card. Hummes in dialogo con il decano di Teologia dell’UPS – Roma

L’Amazzonia e l’Occidente che si crede Dio

di Roberto Carrasco, OMI

Oggi l’«opzione convinta per la difesa della vita, per la difesa della terra e per la difesa delle culture» passa anche attraverso il Sinodo per l’Amazzonia

È passato già un anno dal quel viaggio apostolico in Perù (gennaio 2018) in cui Papa Francesco ha incontrato i popoli dell’Amazzonia a Puerto Maldonado.

Mentre Bergoglio diceva loro che «la Chiesa non vuole essere estranea al vostro modo di vivere», l’Italia e il resto del mondo hanno già dimenticato quell’incontro eccezionale. Il Papa latinaomericano ha sottolineato che è «imprescindibile compiere sforzi per dar vita a spazi istituzionali di rispetto, riconoscimento e dialogo con i popoli nativi; assumendo e riscattando cultura, lingua, tradizioni, diritti e spiritualità che sono loro propri». Ma cosa significa? Che tipo di messaggi stano arrivando alla Chiesa qui, in questa parte del pianeta? Chi sono i cosidetti popoli indigeni dell’Amazzonia?

Una volta, una giornalista dell’Ecuador, Milagros Aguirre, ha fatto un’intervista a un vecchio missionario nell’Amazzonia. Ricordando la sua prima esperenza tra i popoli indigeni e meticci nell’Amazzonia peruviana, lui ha raccontato: «…Il meticcio si crede superiore all’indigeno, lo disprezza e gli sottrae valore, crede di avere il diritto di “civilizare” l’indio, d’imporre la sua maniera di vedere il mondo riguardo il progresso o lo sviluppo. Non concepisco quell’affano omogeneizzante di un Occidente che vuole tutti protetti dalle sue leggi, norme o religioni e che si impone sui più piccoli, sui deboli, sui differenti, sulle minoranze; è come se l’Occidente si credesse un Dio, capace di modellare a sua immagine e somiglianza tutti gli esseri umani. Semplicemente, ormai non capisco il mondo occidentale». Erano le parole di Marcos Mercier, un francescano canadese che ha abitato con il popolo kichwa del Napo più o meno 35 anni della sua vita, fino alla morte.

Padre Mercier ha anche ricordato alla giornalista l’immagine delle «prime tribù amazzoniche, che venuti in contatto con i conquistatori spagnoli, dopo avere resistito alle invasioni nel 1538 e 1541, vennero “pacificati”, divisi in varie commende e ridotti in schiavitù». Ma dopo cinque secoli un Papa ha detto loro: «Sono voluto venire a visitarvi e ascoltarvi, per stare insieme nel cuore della Chiesa, unirci alle vostre sfide e con voi riaffermare un’opzione sincera per la difesa della vita, per la difesa della terra e per la difesa delle culture». Immaginate che festa! C’erano lì circa 4mila rappresentanti delle tribù indigene amazzoniche, che ascoltavano queste parole di speranza.

Oggi l’«opzione convinta per la difesa della vita, per la difesa della terra e per la difesa delle culture» passa anche attraverso il Sinodo per l’Amazzonia che Papa Francesco ha convocato per quest’anno 2019. Un Sinodo speciale che vuole ascoltare, che rappresenta una sfida per tutta la Chiesa, non soltanto per i contenuti di cui discuteranno i vescovi insieme a Papa Francesco, ma per tutte le proposte che porteranno con sé ognuno di quelli che saranno qui a Roma, tra pochi mesi.

BRASILE: Gli esperti ci hanno avvertito prima dell’elezioni

Lettera aperta

Brasile, 16 ottobre 2019

Il futuro dell’Amazonia passa per elezioni

Senza l’Amazonia non esisterebbe il Brasile tale quale lo conosciamo. Quattro sono i servizi che il bioma dispensa agli abitanti dell’Amazonia, al Brasile e a tutto quanto il pianeta.

1° – Il ciclo delle acque. Oggi, restando al sapere scientifico sviluppato, sono i fiumi volanti provenienti dall’Amazonia a portare la pioggia su tutto il territorio brasiliano, raggiungendo persino Uruguai, Argentina e Paraguai. Senza la foresta a nutrire l’atmosfera con l’acqua, tali fiumi non si formano. Una semplice Samaúma, un immenso albero dell’Amazonia, inietta nell’atmosfera all’incirca mille litri di acqua al giorno. Per cui, senza l’Amazonia il sud e il sud est del Brasile, dove si concentrano 70% delle ricchezze di Latinoamerica, si trasformerebbero in un deserto.

2° – Il ciclo del carbono. Ogni albero corrisponde a tonnellate di carbono accumulato nella sua struttura. Quando uno solo albero viene bruciato o entra in processo di decomposizione, il carbono è liberato in forma di gas e va ad aggravare il riscaldamento globale, il che contribuisce per il cambio climatico in tutto il pianeta.

3° – L’enorme diversità. Ogni m2 dell’Amazonia ha più biodiversità che qualsiasi altra area al mondo. Da lì provengono svariati alimenti tali l’açaí, cupuaçu, castagne, ortaggi di diversi tipi, radici etc, oltre a diversi farmaci, essenze, cosmetici, olei e un’enormità incalcolabile di ricchezze che solo la natura ci può offrire. Cambiare tale ricchezza con l’allevamento di mucche, l’esplorazione di mineri e qualche tonnellate di soja sembra alquanto insano. Insanità che può diventare reale nel caso in cui venga eletto uno dei candidati.

4° – Le popolazioni originarie. In Amazonia restano tuttora diversi popoli originari sopravvissuti al grande genocidio si abbattè in passato e si abbatte ancor oggi su di loro. Sono stati loro a preservare il quanto di ricchezze naturali ne abbiamo in Amazonia, la sua biodiversità, oltre a dimostrarci che è possibile vivere nell’Amazonia senza devastarla. Papa Francesco insiste in ascoltare queste popolazioni originarie nel Sinodo Panamazonico del 2019 a Roma. Dunque la distruzione della foresta è anche il colpo di misericordia nel cuore delle nostre popolazioni indigene rimanenti. Allertiamo sulle proposte contrarie alla vita e che interessano direttamente i popoli originari.

Siamo contrari a qualsiasi proposta che provochi la chiusura degli enti pubblici che difendono i diritti e sono a servizio della vita e del pianeta (Ministero dell’Ambiente e gli organi di controllo come l’IBAMA e l’ICMBIO), concessioni di lavori senza il dovuto permesso in materia ambientale, insomma, una lista infinita di aggressioni all’ambiente e ai popoli, le quali possono diventare reali.

A rischio è tutta questa ricchezza fondamentale: o la preserviamo o mandiamo in rovina ciò che ne resta. Tutti i servizi che l’Amazonia ci dispensa sono naturali e le ricerche su di essi sono di carattere scientifico, ma una decisione politica potrebbe annullare tutto che la natura ci offre nella sua infinita generosità.

Il futuro dell’Amazonia passa per il voto nelle elezioni del 2018.

Firmano:

Daniel Seidel – Membro della Commissione Brasiliana Giustizia e Pace, assessore della REPAM-Brasile.

Francisco Andrade de Lima – Assessore della REPAM-Brasile.

Marcia Maria de Oliveira – Assessore della REPAM-Brasile e della Caritas Brasiliana; Professoressa all’Università Federale di Roraima/UFRR.

Moema Miranda – Rete Chiese e Minerazione; Servizio Interfrancescano di Giustizia e Pace ed Ecologia (Sinfrajupe); Assessore della REPAM-Brasile.

  1. Ari Antônio dos Reis – Assessore della REPAM-Brasile; Coordinatore del curso di Teologia da Facoltà di Teologia e Scienze Umane – “Itepa Faculdades”.
  2. Dário Bossi – Missionario Comboniano; Rete di Chiese e Minerazione; Assessore della REPAM-Brasile.
  3. Ricardo Castro – Direttore dell’Istituto di Teologia Pastorale ed “Ensino Superior” dell’ Amazonia – ITEPES; Professore di filosofia alla Facoltà Salesiana Don Bosco – Manaus; Assessore della REPAM-Brasile.

Roberto Malvezzi – Filosofo; Teologo; Scienze sociali; Scrittore; Compositor; Assessore della REPAM.

Riferimenti

NOBRE, Antônio. Os rios voadores. https://www.youtube.com/watch?v=34Y93Ar4tCA. Acesso em 15/10/18

_______. A Máquina de fazer água. https://www.youtube.com/watch?v=HqAvP_hpzTA. Acesso em 15/10/18

CNBB. Campanha da Fraternidade de 2017: Os Biomas Brasileiros e Defesa da Vida. Ed. CNBB. Brasília. 2017.

(Fonte: REPAM)

HELICOPTERO

(Tradotto per Leonardo Rosas)