Il beato Paolo Manna e il Sinodo per l’Amazzonia

di Roberto Carrasco, OMI

Un grande missionario proclamato beato da Giovanni Paolo II già novant’anni fa scriveva: «Spogliare per quanto è possibile la religione cristiana dalle sue forme occidentali non necessarie e rivestirla in ogni Paese di forme indigene…»

Il beato PAOLO MANNA

Visitando Catania, ai piedi del monte Etna, qualche settimana fa guardavo attentamente come il vulcano non è solo un fenomeno naturale che rimane attivo, l’Etna è veramente il protagonista di una lunga storia che coinvolge a tutta l’Italia. Quando ci fermiamo di fronte all’Etna, anche solo per un attimo e lo guardiamo con attenzione, possiamo sentire che l’attività vulcanica aspetta il momento opportuno per esplodere, come lo ha fatto tante volte.

L’Etna è un simbolo in questa regione italiana. L’Etna potrebbe rappresentare un segno, che annunzia un cambiamento, se ci fermiamo a riflettere che cosa stiamo facendo con il nostro pianeta. L’Etna è un segno che rappresenta quel grido profondo della Casa comune, che soffre a causa dell’intervento umano cattivo, che pensa solo allo sfruttamento di risorse, per il beneficio di pochi. Dobbiamo fare attenzione a questo fumo bianco, che sale verso le nubi, consegnandoci un sublime messaggio dall’interno della natura.

Sono venuto a Catania con la comunità missionaria del Pime (Pontificio Istituto Missione Estere) e un bel gruppo dei laici, che fanno un percorso formativo per poi andare in missione. Ho parlato dell’enciclica Laudato Si’, e abbiamo condiviso il tema: “Il grido dell’Amazzonia”, tema centrale, che ha coinvolto tutti noi.

P. Giuseppe Filandia, missionario del PIME visitando i villaggi nella foresta amazzonica brasilera

In questa comunità dei missionari, ho trovato padre Giuseppe Filandia, con il quale ho parlato dell’argomento cui i media europei hanno dato spazio, due settimana fa, all’interno del contesto che vive la Chiesa cattolica, che si prepara al prossimo Sinodo sull’Amazzonia (Roma, 6 – 27 ottobre 2019). Infatti, il punto di scontro è proprio il numero 129 dell’Instrumentum Laboris, che nel secondo comma, dice: «Affermando che il celibato è un dono per la Chiesa, si chiede che, per le zone più remote della regione, si studi la possibilità di ordinazione sacerdotale di anziani, preferibilmente indigeni, rispettati e accettati dalla loro comunità, sebbene possano avere già una famiglia costituita e stabile, al fine di assicurare i Sacramenti che accompagnano e sostengono la vita cristiana».

Padre Giuseppe Filandia, un missionario siciliano che ha avuto una bella e lunga esperienza missionaria – più di 25 anni – tra i popoli indigeni “Dall’Amazonas alle Barriere Coraline”, come titola il suo libro (Book Sprint ed., 2017), mi diceva che il beato Paolo Manna, nel 1929, mentre era Superiore generale del PIME, aveva scritto un promemoria provocatorio per Propaganda Fide. Lo scrisse dopo un lungo viaggio attraverso le missioni in diversi continenti. Lo scritto si intitola “Osservazioni sul metodo moderno di evangelizzazione” e chiede cambiamenti rivoluzionari nel “metodo di evangelizzazione”, appunto. Vi si legge: «rifiutare l’occidentalismo, liberarsi dalla protezione interessata delle potenze occidentali, educare i sacerdoti locali, secondo programmi diversi da quelli usati in Occidente; abolire il latino e il celibato per favorire una maggior partecipazione degli indigeni al sacerdozio nelle missioni, consacrando i migliori catechisti dove mancano assolutamente sacerdoti».

Veramente, sono rimasto sorpreso di trovare questa lettera scritta dal beato Paolo Manna. Un visionario e un precursore della missione della Chiesa. Conosciuto come “un Santo seccatore”, “un missionario scomodo”, “un temerario”, “il Cristoforo Colombo della nuova cooperazione missionaria”, “uno dei più efficaci promotori dell’universalismo missionario nel secolo XX”, senza dubbio, un sacerdote con una straordinaria passione per la missione nella Chiesa.

Per il beato Paolo Manna, sottolinea Giuseppe Filandia, «il punto principale della missione era proprio aiutare questi popoli a conservare la propria identità. Gli africani, africani! Non occidentalizzati! Non portiamoli in Italia per far perdere la cultura, il senso africano. I cinesi specialmente. Perché c’è stato il fallimento del culto cinese? Perché i missionari volevano creare missionari a propria immagine e somiglianza, ciò occidentalizzati. E padre Manna si è reso conto che queste cose non aiutavano assolutamente la propaganda missionaria di evangelizzazione, ma addirittura erano e sono di ostacolo… La mentalità nostra era di formare sacerdoti secondo la nostra cultura, la nostra educazione, i nostri insegnamenti. Padre Manna diceva: che cosa pretendete da questi africani, da questi cinesi? Che insegnino latino o materie che non hanno niente che vedere con la loro cultura e con la loro evangelizzazione? Quindi, non soltanto il latino, ma anche la filosofia, cioè quel curriculum di studi occidentali, dovevano essere aboliti per dare spazio alla cultura locale, in modo da formare sacerdoti per il loro popolo: essere sacerdoti, conservando la propria cultura. Manna parla anche di celibato. È chiaro: Padre Manna è un santo, quindi crede al celibato, crede nella consacrazione totale a Gesù, ma pretendere, che questi popoli vivano il celibato come lo vogliamo noi, era realmente un impedire a molti giovani di diventare sacerdoti. E se lo diventavano, vivevano, purtroppo, una doppia vita morale. E questo logicamente non aiuta l’evangelizzazione, non aiuta la santità dei preti, ma è un vero ostacolo».

Alla fine dell’intervista, padre Giuseppe Filandia aggiunge: «Dopo cinquanta anni di missione in Brasile e in Papua, posso assicurare che, continuando con questo stile di formazione dei preti locali, noi stiamo sbagliando. Bisogna parlare del celibato come da un modo per donarsi totalmente a Cristo, ma non tutti, anzi la maggior parte, non si sente di seguire Cristo attraverso un cammino, che è una legge umana. Cristo non ha niente a che vedere con il celibato. Sì, lui ha dato un consiglio, che resta un consiglio. Ma penso che Gesù oggi voglia i suoi sacerdoti consacrati per il popolo, secondo la loro cultura, secondo le loro tradizioni, in modo da essere persone in mezzo al proprio popolo, accettate dalla propria gente».

Dunque, avendo vissuto questa esperienza in Sicilia, insieme a questa comunità missionaria, rimane in me quell’immagine dell’Etna, quel fumo che continua a salire verso il cielo. E intanto mi domando: cosa c’è nel profondo di questo vulcano che nessuno può vedere, ma è capace di far tremare tutta questa regione dell’Italia? Che tipo di energia, forza, vitalità, vigore è questa?

E se la Chiesa si “amazzonizzasse”?

di Roberto Carrasco Rojas

Non si tratta solo del problema dell’ambiente, si tratta del nostro futuro come pianeta, come esseri viventi. Il Sinodo Panamazzonico è solo l’inizio di un processo già iniziato nella Chiesa.

Card. Claudio Hummes e Card. Pedro Barreto – Presidente e Vice presidente della Repam

Il 2019 è l’anno in cui la Chiesa ha iniziato un nuovo percorso verso un evento molto importante. Si trata di un evento che, che mentre per qualcuno sembra una minaccia, per gli altri, e in genere per i popoli della regione panamazzonica, è una buonissima opportunità per farsi ascoltare.

Il prossimo Sinodo dei Vescovi per l’Assemblea Speciale per la Regione Panamazzonica, che si terrà a Roma dal 6 al 27 ottobre, potrebbe essere determinante nello sviluppo di una Chiesa dotata di fecondità evangelizzatrice. «Ho scelto di proporre alcune linee che possano incoraggiare e orientare in tutta la Chiesa una nuova tappa evangelizzatrice, piena di fervore e dinamismo… ho deciso… di soffermarmi ampiamente sulla questione: …la riforma della Chiesa in uscita missionaria…, delineare un determinato stile evangelizzatore che invito ad assumere in ogni attività che si realizzi», sono le parole di Papa Francesco nella Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium (Cf. EG 17-18).

Il 16 maggio scorso a Roma, presso la Pontificia Università Gregoriana, si è svolto un Convegno su “Amazzonia: sfide e prospettive per la Casa Comune”. Tra gli intercolutori è stato il cardinale Peter Turkson, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, che ha presentato la questione della tutela del tesoro amazzonico. Stiamo parlando di 7 milioni e mezzo di chilometri quadrati contenenti fino al 50% della flora e della fauna esistenti. Un patrimonio che è stato presentato a noi come una “sfida” non regionale, ma globale, che necessita di una “visione a lungo termine”, di “responsabilità intergenerazionali”, di “azione concreta in aiuto” dei governi che decidono sul futuro dell’Amazzonia, “ecopolmone” dell’umanità. Turkson ha sotolineato che siamo alle «ultime ore possibili per salvare questa area» che, come tutta l’Equatore, è stata creata da Dio per «sostenere la vita dell’uomo, per tutelarne l’equilibrio».

Ha destato stupore il Cardenale Cláudio Hummes OFM, Presidente della Repam (Rete Ecclesiale Panamazzonica) e prefetto emerito della Congregazione per il Clero, quando ha parlato di una «crisi climatica ed ecologica grave e urgente», e ha sottolineato che: «È una bugia che le risorse del pianeta sono infinite».

Ha detto parole come: siccità, inondazioni, innalzamento dei mari, desertificazione e ha indicato le cause: l’idea del progresso illimitato, il paradigma tecnocratico, il consumismo crescente, la cultura dello scarto, l’inquinamento legato ai rifiuti. Tutto questo crea una situazione che va affrontata urgentemente, ricordando all’auditorio ciò che tanto la Cop 21 a Parigi come l’neciclica Laudato si’ ci hanno trasmesso nel 2015.

«Molti che conservano il potere economico stanno truccando o nascondendo il problema. Stiamo affrontando una grave crisi», ha evidenziato il relatore generale del Sinodo sull’Amazzonia.

«L’Amazzonia costituisce un punto di equilibrio per il pianeta. Non è mai stata minacciata come lo è oggi». In questa Amazzonia sta la Chiesa missionaria. «La Chiesa è coinvolta in questo tema nel nome della fede, perché trasmette l’incarnazione e deve occuparsi della Casa Comune: una Chiesa con quattro secoli di presenza tra i poveri, senza stancarsi. Una Chiesa che promuove l’inculturazione e l’interculturalità”; con queste parole non soltanto ha messo l’accento sulla sfida per la Chiesa, ma ha tracciato il contesto in cui si colloca il Sinodo dell’ottobre prossimo.

Il terzo intervento era del cardinale peruviano Pedro Barreto, arcivescovo di Hauncayo, vicepresidente della Repam; proprio lui ha posto la domanda: perchè un Sinodo per l’Amazzonia? Nel contesto della sinodalità della Chiesa, «la proposta di Papa Francesco sull’ecologia integrale sarà una risposta sinodale per la cura della casa comune». Mentre parlava ha proposto due nuovi verbi in spagnolo: «Amazonizar la Iglesia y Laudatosificar la Sociedad», cioè «Amazzonizare la Chiesa e Laudatosificare la Società», citando l’encíclica sociale di Papa Francesco, e ribadebdo che «dobbiamo rilanciare l’evangelizzazione in Amazzonia»

Questo convegno si è svolto nel contesto della riunione in Vaticano del Consiglio pre-sinodale da cui uscirà, tra poche settimane, l’Instrumentum Laboris, cioé le linee guida su cui lavoreranno i vescovi al Sinodo sull’Amazzonia. Questa riunione del Consiglio pre-sinodale ha raccolto le sintesi di tutti i contributi emersi in quasi un anno di lavoro, in cui la Repam ha giocato un rolo molto importante. Questo Instrumentum Laborissarà però inviato a tutti i vescovi della Panamazzonia per un’ulteriore verifica.

Nel comunicato della Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi sulla seconda Riunione del Consiglio pre-sinodale dell’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per la Regione Panamazzonica, del 17 maggio 2019, si legge che in quella occasione i membri hanno approbato e presentato un “documento di lavoro che è diviso in tre parti”Gli argomenti che affrontano sono: “[1] la voce dell’Amazzonia intesa come ascolto di quel territorio, [2] l’ecologia integrale e [3] la Chiesa con volto amazzonico”.

Sono tre argomenti veramente sfidanti, per una Chiesa che voglia dinamizzare la propria missione e andare lontano, mettendo in gioco l’essenza della sua nascita: l’Annuncio del Vangelo a tutti popoli, con un attegiamento di ascolto e di costante crescita fraterna e sinodale.

Ascoltare l’intervista d’oggi a Radio Vaticana proprio del tema. Dal minuto 18 in più.

Perché è importante dare la parola ai popoli indigeni

di Roberto Carrasco, OMI

La partecipazione è una chiave fondamentale per capire di che cosa tratta il Sinodo in Amazzonia. È un camminare insieme, ma ascoltandoci

Con la pubblicazione dell’Enciclica Laudato Si’ nel 2015, la Chiesa ha sfidato tutti coloro che hanno a cuore la cura della Casa Comune. Con questa enciclica, infatti, Papa Francesco si è rivolto, per cominciare un percorso insieme alla ricerca di nuove strade, non solo alla Chiesa, ma a tutti: Stati, governanti, organizzazioni sociali… E anche a tutta la popolazione che abita la Panamazzonia.

Era domenica 15 ottobre 2017, quando Papa Francesco ha detto: «Accogliendo il desiderio di alcune Conferenze Episcopali dell’America Latina, nonché la voce di diversi Pastori e fedeli di altre parti del mondo, ho deciso di convocare un’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per la regione Panamazzonica, che avrà luogo a Roma nel mese di ottobre 2019. Scopo principale di questa convocazione è individuare nuove strade per l’evangelizzazione di quella porzione del Popolo di Dio, specialmente degli indigeni, spesso dimenticati e senza la prospettiva di un avvenire sereno, anche a causa della crisi della foresta Amazzonica, polmone di capitale importanza per il nostro pianeta».

MA, COS’È UN SINODO?

Sinodo significa camminare insieme. In questo caso si tratta di ascoltare i popoli indigeni e tutte le comunità che vivono in Amazzonia. Allora saranno loro che diventeranno protagonisti.

Nel viaggio apostolico in Perù, il 19 gennaio 2018, nel Coliseo Madre de Dios a Puerto Maldonado, Papa Francesco ha incontrato i popoli dell’Amazzonia e ha sottolineato che: «la Chiesa non è aliena dalla vostra problematica e dalla vostra vita, non vuole essere estranea al vostro modo di vivere e di organizzarvi. Abbiamo bisogno che i popoli originari plasmino culturalmente le Chiese locali amazzoniche».

L’assemblea speciale del Sinodo dei vescovi per la regione Panamazzonica,”Amazzonia: nuovi cammini per la chiesa e per una ecologia integrale”, avrà luogo a Roma dal 6 al 27 di ottobre 2019.

LA FASE PREPARATORIA

La Chiesa sta ripensando la sua presenza nell’Amazzonia. La fase preparatoria è svolta attraverso le Assemblee territoriali, che hanno avuto un ruolo importantissimo, anche in vista della stesura del documento finale. Le Assemblee, infatti, sono uno spazio non soltanto di consultazione, ma anche di partecipazione. Uno spazio di dialogo, di costruzione collettiva. Uno spazio che ha la finalità ascoltare quante più voci possibili, ma con un obiettivo orientato all’aspetto propriamente ecclesiale, integrando però l’ambiente, il sociale, la cultura, l’economia e la politica, coerentemente con l’approccio dell’ecologia integrale.

LA PARTECIPAZIONE DEI POPOLI INDIGENI

Uno degli aspetti importanti di questo sinodo è la participazione dei popoli indigeni. Mauricio López, segretario esecutivo della Rete Ecclesiale Panamazzonica (Repam), sottolinea che nel processo di preparazione, «la realtà ci ha superato a causa della grande speranza che il Sinodo ha generato, a causa della grande urgenza che questo Sinodo sia di tutti. Stiamo parlando di 260 momenti di ascolto in tutto il territorio panamazzonico. Circa 60 assemblee, che hanno coinvolto grandi gruppi – da 60 a 200 persone – popolazioni indigene, organizzazioni locali, popoli contadini e membri della Chiesa, a volte riunendi due o tre giurisdizioni ecclesiastiche e discutendo di tutto ciò che riguardava il Sinodo. Abbiamo avuto 25 forum tematici, cioè riflessioni specializzate, focalizzate, con una visione pan-amazzonica, che è la grande intuizione che muove la Repam: guardare il territorio come luogo teologico, come luogo sociologico. Forum come: Vita Consacrata in Amazzonia, Diritti Umani, Popoli Indigeni, Popoli nell’isolamento volontario, Università in Amazzonia. E infine, circa 180 dibattiti”. Insomma, “stiamo parlando in totale di 87 mila persone, più o meno, che hanno partecipato”, ha detto López.

Da parte sua, l’ultima settimana di febraio, il cardinale brasiliano Claudio Hummes ha evidenziato l’importanza di questo Sinodo: «Nella Chiesa dobbiamo camminare uniti, come amici e fratelli, rispettando le nostre diversità. Valorizzare tutte le culture – non solo quella occidentale, ma anche quelle degli indigeni dell’Amazzonia – non è una minaccia all’unità della Chiesa, ma la arricchisce, perché una sola cultura non può esaurire e rappresentare la ricchezza del Vangelo», ha detto il presidente della Repam. Parole che ci danno l’idea che la direzione della Chiesa dal volto Amazzonico vuole camminare.

Richard Rubio Condo – presidente della federazione FECONAMNCUA – río Napo – Peru dal 2010 al 2016

Il grido della Chiesa Amazzonica va ascoltato

Intervista al Cardinal Hummes, in occasione del seminario “Nuovi cammini per una Chiesa dal volto amazzonico”, organizzato dalla Salesiana.

Il primo giorno, giovedì 7 marzo, l’intervento del Card. Cláudio Hummes, francescano, presidente della Repam, ha sottolineato che l’obiettivo del Sinodo è l’ascolto del grido della Chiesa Amazzonica. Il cardinal Hummes ha messo in risalto che «noi dobbiamo andare lì ed ascoltare, lasciarli parlare. Sono loro (i popoli indígeni) chi devono dirci quali sono i loro sogni e desideri, come sono anche le loro grandi sofferenze, qual’è la loro storia che viene massacrata e qual’è la storia di questa regione grande chiamata Panamazzonia». 

Il presidente della Repam ha spiegato l’importanza che la Chiesa non lasci perdere l’Amazzonia: «la Chiesa deve avere il coraggio di trovare nuovi cammini, deve avere il coraggio di assumere un volto amazzonico, deve avere il coraggio di formare un clero autoctono, un clero indigeno, che possa afarsi carico di queste comunità».

Alla fine, il Cardinal Hummes ha fatto appello a tutte le Università Salesiane: «Penso che sia necessario che i salesiani e le loro Università si aprano un poco di più verso l’esterno, che non siano solo un circolo chiuso ed astratto, che prende cura delle cose scentifiche ed si occupa d’un livello alto, mentre la realtà si trova lì sotto. I salesiani sono missionari per natura, devono avere un’apertura disinteressata, non solo per studiare su base scientifica, filosofica oppure teologica – che pure sono importanti – ma anche per partecipare e fare participare gli studenti ancora più vivamente. Non basta, come si fa a scuola, prendere note o scrivere alcune tesi: occorre veramente fare quel proceso di andare, ascoltare, convivere un po’».

Il video è a questo link: Card. Clàudio Hummes – EL GRITO DE LA IGLESIA AMAZÓNICA

Card. Hummes in dialogo con il decano di Teologia dell’UPS – Roma

L’Amazzonia e l’Occidente che si crede Dio

di Roberto Carrasco, OMI

Oggi l’«opzione convinta per la difesa della vita, per la difesa della terra e per la difesa delle culture» passa anche attraverso il Sinodo per l’Amazzonia

È passato già un anno dal quel viaggio apostolico in Perù (gennaio 2018) in cui Papa Francesco ha incontrato i popoli dell’Amazzonia a Puerto Maldonado.

Mentre Bergoglio diceva loro che «la Chiesa non vuole essere estranea al vostro modo di vivere», l’Italia e il resto del mondo hanno già dimenticato quell’incontro eccezionale. Il Papa latinaomericano ha sottolineato che è «imprescindibile compiere sforzi per dar vita a spazi istituzionali di rispetto, riconoscimento e dialogo con i popoli nativi; assumendo e riscattando cultura, lingua, tradizioni, diritti e spiritualità che sono loro propri». Ma cosa significa? Che tipo di messaggi stano arrivando alla Chiesa qui, in questa parte del pianeta? Chi sono i cosidetti popoli indigeni dell’Amazzonia?

Una volta, una giornalista dell’Ecuador, Milagros Aguirre, ha fatto un’intervista a un vecchio missionario nell’Amazzonia. Ricordando la sua prima esperenza tra i popoli indigeni e meticci nell’Amazzonia peruviana, lui ha raccontato: «…Il meticcio si crede superiore all’indigeno, lo disprezza e gli sottrae valore, crede di avere il diritto di “civilizare” l’indio, d’imporre la sua maniera di vedere il mondo riguardo il progresso o lo sviluppo. Non concepisco quell’affano omogeneizzante di un Occidente che vuole tutti protetti dalle sue leggi, norme o religioni e che si impone sui più piccoli, sui deboli, sui differenti, sulle minoranze; è come se l’Occidente si credesse un Dio, capace di modellare a sua immagine e somiglianza tutti gli esseri umani. Semplicemente, ormai non capisco il mondo occidentale». Erano le parole di Marcos Mercier, un francescano canadese che ha abitato con il popolo kichwa del Napo più o meno 35 anni della sua vita, fino alla morte.

Padre Mercier ha anche ricordato alla giornalista l’immagine delle «prime tribù amazzoniche, che venuti in contatto con i conquistatori spagnoli, dopo avere resistito alle invasioni nel 1538 e 1541, vennero “pacificati”, divisi in varie commende e ridotti in schiavitù». Ma dopo cinque secoli un Papa ha detto loro: «Sono voluto venire a visitarvi e ascoltarvi, per stare insieme nel cuore della Chiesa, unirci alle vostre sfide e con voi riaffermare un’opzione sincera per la difesa della vita, per la difesa della terra e per la difesa delle culture». Immaginate che festa! C’erano lì circa 4mila rappresentanti delle tribù indigene amazzoniche, che ascoltavano queste parole di speranza.

Oggi l’«opzione convinta per la difesa della vita, per la difesa della terra e per la difesa delle culture» passa anche attraverso il Sinodo per l’Amazzonia che Papa Francesco ha convocato per quest’anno 2019. Un Sinodo speciale che vuole ascoltare, che rappresenta una sfida per tutta la Chiesa, non soltanto per i contenuti di cui discuteranno i vescovi insieme a Papa Francesco, ma per tutte le proposte che porteranno con sé ognuno di quelli che saranno qui a Roma, tra pochi mesi.

BRASILE: Gli esperti ci hanno avvertito prima dell’elezioni

Lettera aperta

Brasile, 16 ottobre 2019

Il futuro dell’Amazonia passa per elezioni

Senza l’Amazonia non esisterebbe il Brasile tale quale lo conosciamo. Quattro sono i servizi che il bioma dispensa agli abitanti dell’Amazonia, al Brasile e a tutto quanto il pianeta.

1° – Il ciclo delle acque. Oggi, restando al sapere scientifico sviluppato, sono i fiumi volanti provenienti dall’Amazonia a portare la pioggia su tutto il territorio brasiliano, raggiungendo persino Uruguai, Argentina e Paraguai. Senza la foresta a nutrire l’atmosfera con l’acqua, tali fiumi non si formano. Una semplice Samaúma, un immenso albero dell’Amazonia, inietta nell’atmosfera all’incirca mille litri di acqua al giorno. Per cui, senza l’Amazonia il sud e il sud est del Brasile, dove si concentrano 70% delle ricchezze di Latinoamerica, si trasformerebbero in un deserto.

2° – Il ciclo del carbono. Ogni albero corrisponde a tonnellate di carbono accumulato nella sua struttura. Quando uno solo albero viene bruciato o entra in processo di decomposizione, il carbono è liberato in forma di gas e va ad aggravare il riscaldamento globale, il che contribuisce per il cambio climatico in tutto il pianeta.

3° – L’enorme diversità. Ogni m2 dell’Amazonia ha più biodiversità che qualsiasi altra area al mondo. Da lì provengono svariati alimenti tali l’açaí, cupuaçu, castagne, ortaggi di diversi tipi, radici etc, oltre a diversi farmaci, essenze, cosmetici, olei e un’enormità incalcolabile di ricchezze che solo la natura ci può offrire. Cambiare tale ricchezza con l’allevamento di mucche, l’esplorazione di mineri e qualche tonnellate di soja sembra alquanto insano. Insanità che può diventare reale nel caso in cui venga eletto uno dei candidati.

4° – Le popolazioni originarie. In Amazonia restano tuttora diversi popoli originari sopravvissuti al grande genocidio si abbattè in passato e si abbatte ancor oggi su di loro. Sono stati loro a preservare il quanto di ricchezze naturali ne abbiamo in Amazonia, la sua biodiversità, oltre a dimostrarci che è possibile vivere nell’Amazonia senza devastarla. Papa Francesco insiste in ascoltare queste popolazioni originarie nel Sinodo Panamazonico del 2019 a Roma. Dunque la distruzione della foresta è anche il colpo di misericordia nel cuore delle nostre popolazioni indigene rimanenti. Allertiamo sulle proposte contrarie alla vita e che interessano direttamente i popoli originari.

Siamo contrari a qualsiasi proposta che provochi la chiusura degli enti pubblici che difendono i diritti e sono a servizio della vita e del pianeta (Ministero dell’Ambiente e gli organi di controllo come l’IBAMA e l’ICMBIO), concessioni di lavori senza il dovuto permesso in materia ambientale, insomma, una lista infinita di aggressioni all’ambiente e ai popoli, le quali possono diventare reali.

A rischio è tutta questa ricchezza fondamentale: o la preserviamo o mandiamo in rovina ciò che ne resta. Tutti i servizi che l’Amazonia ci dispensa sono naturali e le ricerche su di essi sono di carattere scientifico, ma una decisione politica potrebbe annullare tutto che la natura ci offre nella sua infinita generosità.

Il futuro dell’Amazonia passa per il voto nelle elezioni del 2018.

Firmano:

Daniel Seidel – Membro della Commissione Brasiliana Giustizia e Pace, assessore della REPAM-Brasile.

Francisco Andrade de Lima – Assessore della REPAM-Brasile.

Marcia Maria de Oliveira – Assessore della REPAM-Brasile e della Caritas Brasiliana; Professoressa all’Università Federale di Roraima/UFRR.

Moema Miranda – Rete Chiese e Minerazione; Servizio Interfrancescano di Giustizia e Pace ed Ecologia (Sinfrajupe); Assessore della REPAM-Brasile.

  1. Ari Antônio dos Reis – Assessore della REPAM-Brasile; Coordinatore del curso di Teologia da Facoltà di Teologia e Scienze Umane – “Itepa Faculdades”.
  2. Dário Bossi – Missionario Comboniano; Rete di Chiese e Minerazione; Assessore della REPAM-Brasile.
  3. Ricardo Castro – Direttore dell’Istituto di Teologia Pastorale ed “Ensino Superior” dell’ Amazonia – ITEPES; Professore di filosofia alla Facoltà Salesiana Don Bosco – Manaus; Assessore della REPAM-Brasile.

Roberto Malvezzi – Filosofo; Teologo; Scienze sociali; Scrittore; Compositor; Assessore della REPAM.

Riferimenti

NOBRE, Antônio. Os rios voadores. https://www.youtube.com/watch?v=34Y93Ar4tCA. Acesso em 15/10/18

_______. A Máquina de fazer água. https://www.youtube.com/watch?v=HqAvP_hpzTA. Acesso em 15/10/18

CNBB. Campanha da Fraternidade de 2017: Os Biomas Brasileiros e Defesa da Vida. Ed. CNBB. Brasília. 2017.

(Fonte: REPAM)

HELICOPTERO

(Tradotto per Leonardo Rosas)

“Sta’ in gamba!… Io al posto tuo prenderei una nuova avventura missionaria”

LA MIA ESPERIENZA NELL’AMAZZONIA PERUVIANA

di Roberto Carrasco, OMI

De dove sono ?

Sono sacerdote peruviano della Congregazione dei Missionari Oblati di Maria Immaculata. Nato nel 1974 a Lima, capitale del Perù. Era l’anno 2004 quando ho finito la Teologia a Cochabamba, in Bolivia. Dopo tre anni degli studi sono arrivato in Perù. Ho deciso di consacrarmi come religioso oblato con voti perpetui… “solo Dio sa se mi è dispiaciuto facerla”.

AUCAYACU – La prima esperienza

La prima volta ho vissuto nella Missione di Aucayacu, a Huanuco – Perù. Ero un giovane entusiasta che iniziava l’avventura missionaria. Mi dicevo: “questo è come un sogno, Gesù ha mandato in tutto il mondo ad annunciare il Vangelo…, se Dio vuole sarò sacerdote missionario oblato”.

Prendere la decisione di accantonare per un tempo nella foresta peruviana, allontanarsi da familiari ed amici e di lasciare le comodità della nostra quotidianità non è estato facile, ma alla fine ho deciso di fare questo passo nel buio, forse perché spinto dalla voglia di conoscere una parte del lavoro della Chiesa. Va da sé che la foresta è un posto difficile dove stare.

Purtroppo, dal 1980 al 2000, Aucayacu era una delle regioni più depresse e dimenticate dal governo. Che cosa è succeso…? I civili si trovarono sempre più coinvolti negli scontri armati tra Sentiero Luminoso e lo stato peruviano. Se non soddisfacevano le richieste dell’esercito erano trattati come terroristi e spesso spazzati via in terribili massacri. Se non aiutavano, o semplicemente non si sottomettevano a Sentiero Luminoso, venivano accusati di essere traditori e correvano il rischio di rappresaglie dall’altro lato. Questa situazione fu particolarmente brutale fino al 1985: in soli due anni furono uccise 5567 persone, 96% delle quali civili. Fare a meno di questo era un peccato. Non fare parola era la regola. Avevo paura.

Vista la situazione politico-economica in cui si trova il posto e le persone…, “magari dovrei lasciarlo”, ho pensato. A volte alcuni di loro mi hanno detto che devo lavorare in questo posto missionario. Dopo aver parlato con miei fratelli oblati ho deciso di rimanere.

La missione ha una radio comunitaria. Ho lavorato lì per quattro anni. Avevo un programma radiofonico. Una prima esperienza affascinante che cambierà la mia vita. Essere un comunicatore sociale.

SANTA CLOTILDE – Nel fiume Napo

Dopo quattro anni, il padre superiore mi ha scritto e mi ha dato una notizia bomba: hanno accettato i miei voti perpetui… “Roberto, eccoti i tuoi voti perpetui”. Ma la lettera anche diceva: “Devi prendere in considerazione, si apre una nuova missione nella foresta peruviana, vicino alla Colombia ed all’Equador…, vieni a Lima, dobbiamo di parlare”.

Santa Clotilde è la capitale del distretto del Napo, nella provincia di Maynas. È una circoscrizione territoriale che fa parte della regione Loreto. Partendo da Iquitos, il capoluogo regionale, vi si arriva solo con barca a motori oppure con i piccoli monomotori ad elica, dai quali, nelle quasi tre giorni di viaggio, si può vedere una landa sterminata di vegetazione incontaminata. Distante solo 350 chilometri dalla frontiera equatoriana. La città – ma sarebbe opportuno chiamarla Posto di Missione, visto che è la sede parrocchiale – ha una popolazione urbana più meno attorno ai 4,500 abitanti e la popolazione rurale più meno de 7,500 abitanti. È bagnata dal fiume Napo, che nasce nella Cordigliera delle Ande Equatoriani. Queste fiume è grande e lungo. Unisce il Perù e l’Ecuador come una sola cultura. Solo nella parte peruviana si trovano 124 comunità indigene, diversificate tra loro per stirpe, usi, costumi e lingua. I gruppi etnici presenti sono Kichwas, Secoyas, Arabelas, Muruy – Muinane, Maijunas.

Sulla parola “indigeno” ci sarebbero moltissime cose da dire: tutti infatti siamo indigeni del proprio paese, ma le persone che vivono qui affermano sempre di essere “indigene”, come per caratterizzarsi e differenziarsi dagli altri peruviani – la cosa interessante è che però non sanno dirti quali sono i prerequisiti per essere definito “indigeno”. Voi cosa ne pensate? Vi lascio con questa domanda, anche perché ora non c’è tempo e lo spazio per approfondire questo tema.

Ricordo le parole del Padre Mauricio, il mio superiore: “Sta’ in gamba!… Io al posto tuo prenderei una nuova avventura misionaria”. Allora, ho pensato: “Secondo me è meglio prendere una nuova missione. È necesario che la mia vita abbia una nuova esperienza”. Con tutto questo sulla spalla sono arrivato a Santa Clotilde, era ottobre 2008. Dopo un po’, posso affermare che in moltissime circostanze nelle comunità si incontrano diversi casi di denutrizione, specialmente tra i bambini, e di analfabetismo e/o di incomprensione del castigliano e di usanze tribali che, per esempio, portano uomini e donne a mangiare in tavoli separati. Il matrimonio dei figli viene ancora combinato dai genitori nelle comunità più distanti da Santa Clotilde, ma con il tempo le cose stanno cambiano ed i più giovani ora possono trovare autonomamente la persona con cui vogliono instaurare una relazione affettiva. Sono molte cose che hanno penetrato in mio cuore.

La cosa più importante che ha richiamato la mia attenzione della Cultura Napuruna è la vita quotidiana del indigena napuruna. Ha una relazione molto profonda con Dio e con la foresta, con la sua familia e con la sua comunità. “Dio cammina e visita nostra comunità, visita le nostre case. Lui parla con noi. Da consigli”. Le persone che vivono qui sono semplici, in quanto vivono con poco.

Per concludere come si deve: dopo sette anni di lavoro, un giorno l’ho detto a Florentino Noteno, animatore cristiano indigena con chi abbiamo lavorato insieme: “ti ringrazio tanto per tutto ciò quanto ho imparato a casa tua, nella tua comunità. Devo andare verso una nuova missione…”

NOTA: Mi scuso, è la prima volta che scrivo un articolo in lingua italiana.