Basta corruzione, buggie e repressione

Mentre in Francia guardiamo ai gilet gialli; in Ungheria rinasce l’opposizione; in Serbia una migliaia di manifestanti protestavano in piazza, in Romania i protestanti sono più di 100milla.

di Roberto Carrasco, OMI

Che hanno in comune queste “insurrezioni popolari”?

Lotta contra la corruzione, mancanza di fiducia, una collettività stanca di mensogne da parte dei governanti, politiche che fanno le diferenze tra élite e popolo, legge che schiavizanno e propongono nemmeno un vero sostegno di fronte una crisi che cresce e si laccia vedere in ogni piazza anche in ogni paese. Ancora rimane la domanda: Chi è dietro di questa manipolazione?

Di chi è tutta la colpa che in quest’ultimi anni nell’Unione Europea si sta svillupando diversi forme di “insurrezioni popolari?

“E proprio colpa dell’Unione Europea oppure dei ‘poteri forti’?”, sono delle domande che Mariana Mazzucato ha scritto sulla Reppublica il 14 gennaio scorso quando titolava il suo articolo: “Chi manipola la collettività è la vera élite”. Una domanda che ci fa riffletere ancora oggi.

Innanzitutto, che cosa è l’insurrezione?

“È un tipo di conflitto che deriva da oppressione di un popolo sopra un altro, o di un governo sul suo stesso popolo. Qualunque sia el tipo di conflitto, l’insurrezione può essere considerata essenzialmente la fase culminante del processo rivoluzionario che si sta svolgendo un tanto nascosto, altro si può prevedere. L’elemento sorpresa, addirittura la resistenza e di qualcher modo l’emento violenza sono le carateristiche di ogni insurrezione”; possiamo leggere in Wikipedia.

Oggi nell’Europa si svolge un fenomeno che non è nuovo, ma è un fenomeno in crescita. Cosa troviamo nelle informazioni?

Secondo Alessandro Barico, “la crisi che stiamo attraversando è innanzitutto una crisi di fiducia delle masse nei confronti delle élite”, l’afferma Mazzucato. Mentre Baricco afferma “che la democracia funciona quando le élite, pur proteggendo e incrementando i loro privilegi, riescono magnanimamente a dispensare una forma di convivenza accetabile per le masse” (Reppublica il 14 gennaio). Ecco chi qua il punto algido del grosso problema che atraversano queste nazioni.

Dicembre scorso, Pauline Bock, del New Statesman nel Regno Unito ha scrito che “il presidente Macron ha perso un’altra occasione cercando di calmare le proteste dei gilet gialli con un discorso televisivo, bensi questo è diventato in grande svaglio nel confronto con i manifestanti”. Non basta di “sospendere e poi cancellare la tassa sul carburante che aveva fatto scopiare la protesta, ma a quel punto l’attenzione dei gilet gialli si era spostata da tempo su revindicazione sociali ed economiche più ampie”. Sin qui i gilet gialli non si hanno lasciato ingannare fácilmente. Tuttavia Macron “non si è liberato dei gilet gialli”, quindi il movimiento è tornato in piazza però con un grande aumento delle violenze chiendendo oggi altre tipi di riforme. “Ma doppo più un mese nessuna richiesta dei gilet gialli è stata soddisfatta: non è stato rivalutato il salario minimo, la patrimoniale non è stata ripristinata e Macron è andato avanti sorridendo come se niente fosse. Nel frattempo i poliziotti hanno scioperato per le difficili condizioni di lavoro (i cosiddetti gilet blu) e i loro salari sono stati alzati nell’arco di una giornata”, ha scritto su New Statesman, Pauline Bock al inizio di gennaio 2019.

D’altra parte, in Ungheria “le proteste contro la legge sugli straordinari hanno creato un fronte comune tra i lavoratori e i partiti ostili al governo di Viktor Orbán”, appare nella rivista Internazionale del 21 dicembre. Ha scritto Lászlo Seres del HVD che “a partire dall’8 dicembre decine di migliaia di ungheresi hanno protestato contro la legge sugli straordinari. Se è stata proprio questa misura a scatenare le proteste, e non gli innumerevoli furti, le nazzionalizzazioni, gli appalti truccati e la repressione”. Dunque il presidente Orbán neanche è riuscito a fermare le proteste. “La cosidetta ‘legge schiavitù’ che è alzata le ore di lavoro da 250 a 400 ore annuali ha datto un duro colpo al presidente”, e magari questo “può essere l’inizio della sua fine”, l’afferma Seres.

Mentre in Serbia la situazione è simile, si trata del presidente Aleksandar Vucic chi è accusato di autoritarismo. I manifestanti comandati per Branislav Trifunovic protestanno contro l’abuso e la propotenza di parte del governo quando hanno ucciso a Oliver Ivanovic, un politico serbo , forze une delle voci piì critici nel momento che il paese si mette contro il presidente della Repubblica serbia. Un dato curioso si trova in piazza quando si vedi scritto su uno degli striscioni: “Siamo con il popolo, non con i ladri di ieri e di oggi”, si può leggere sulla Repubblica del 13 gennaio.

Quantunque il conflitto non finisce ancora nell’Europa, andiamo verso la Romania, proprio nella Piazza della Vittoria a Bucarest, dove negli ultimi mesi dell’anno scorso si è visuto diversi manifestazioni contro il governo socialdemocrata, chi di fronte a cientomilla persone chi insieme al del presidente Klaus Iohannis, denunciano la corruzione anche il fatto che le forze del ordine hanno avuto un’agresiva intervenzione contro le persone che volevano solo una manifestazione pacifica. L’importanza di questa protesta ricade in quelli organizazione civili che spingono le proteste e hanno una participazione attive. “Non vogliamo essere un paese di ladri”, si legge sui striscioni.

Ma ci sono ancora altri tipi di proteste. Solo per vedere uno di quelli trovati nei giornali e nelle riviste delle ultime settimane; per esempio, “il 27 gennaio circa 150mila persone, di cui metà a Bruxelles, hanno manifestato in Francia e in Belgio per chiedere politiche più ambiziose per la lotta al cambiamento climatico… La forte partecipazione dei giovani non è casuale, sottolinea Le Soir … Secondo il politologo Carl Devos è ‘una piccola rivoluzione’ che potrebbe favorire i Verdi alle elezioni legislative del 26 maggio, quando si svolgeranno anche le europee”, si legge nella rivista Internazionale del 01 febbraio.

Cop 24: L’accordo di Parigi sarà adottato?

Ridurre le emissioni è un processo lento; nell’Accordo di Parigi i paesi hanno concordato di limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi; eppure ci sono accordi per bloccare il documento finale della Cop 24 in corso in Polonia.

di Roberto Carrasco, OMI

La domenica 2 dicembre è iniziato il Cop 24, il vertice delle Nazioni Unite, durante il quale si terranno due settimane cruciali per affrontare collettivamente e urgentemente il problema del riscaldamento globale.

Le temperature continuano a salire, le azioni decisive richieste sono in ritardo e le opportunità sono finite. Sono migliaia di leader mondiali, esperti e attivisti che a Katowice, in Polonia, elaboranno un piano per rispettare gli impegni concordati a Parigi nel 2015. Ancora la domanda rimane, l’accordo di Parigi sarà adottato?

Cop 24, Protocollo di Kyoto, Accordo di Parigi … Cosa sono?

“L’Onu nel 1992 ha organizzato a Rio de Janeiro – Brasile un vértice chiamato: “Summit della Terra”, in cui fu adottata la Convenzione quadro sui cambiamenti climatici. In quel trattato, i paesi hanno concordato di “stabilizzare le concentrazioni di gas serra nell’atmosfera” per impedire che l’attività umana interferisca con il clima”,si legge dal sito di News dell’Onu.

Questa Convenzione è stata firmata da 197 paesi. Ogni anno, da quando la convenzione è entrata in vigore, si tiene una “Conferenza delle parti” (COP – Conference of the Parties) per discutere su come andare avanti. Finora ci sono stati 23 Cop e quest’anno è la Cop 24. Questa Convenzione quadro non prevedeva la limitazione delle emissioni di gas a effetto serra e non ha istituito un meccanismo per applicarla.

Possiamo ricordare che il “Protocollo di Kyoto” ha definito i limiti delle emissioni che i paesi sviluppati dovevano conseguire nel 2012. Ma nell’Accordo di Parigi, che è stato adottato nel 2015, tutti i paesi del mondo hanno concordato di limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali e migliorare i finanziamenti per raggiungerlo.

Ma conferenze e vertici raggiungo dei risultati?

Il progresso è molto lento, di più di quello che la situazione consente. Un processo così tanto difficile quanto ambizioso, che è riuscito a unire paesi che hanno circostanze molto diverse. Ci sono dei risultati, pero ancora è un vero impegno capire che agire contro i cambiamenti climatici ha un impatto reale e positivo e che può aiutarci ad evitare le peggiori conseguenze.

Al di là dei risultati più eccezionali, come questi 57 paesi che sono riusciti a ridurre le loro emissioni di gas serra ai livelli richiesti per controllare il riscaldamento globale; oppure ricordiamo che nel 2015, 18 paesi ricchi si sono impegnati a donare 100.000 milioni di dollari all’anno affinché i paesi in via di sviluppo possano agire nella lotta contro il cambiamento climatico. Le iniziative sono ancora apprezzati, ma si aspetta un vero compromiso da 184 stati parti con l’accordo di Parigi che è stata ratificata ed entrata in vigore a novembre 2016. Si trata, sopratutto, di limitare l’aumento globale delle temperature inferiori a 2 °C e cercare di fare in modo che l’aumento non superi 1,5 ° C. Come di creare piani climatici nazionali entro il 2020, compresi gli obiettivi di riduzione delle emissioni. Solo Costa Rica e Perù sono riusciti a farlo. Non ancora l’Europa né altri paese che hanno una grande industria , con le frabbriche principali responsabili dell’innalzamento.

Uno dei paesi, Gli Stati Uniti, chi a luglio 2017 ha annunciato retirarsi di quest’accordo, sta aspetando almeno fino al noviembre 2020 per fare legalmente il ritiro dal patto.

Gli esperti, che cosa pensano dell’importanza del limite di 1.5 °C?

Uno studio del Gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici, raccomendano di mantenere il riscaldamento globale al di sotto di 1,5 °C rispetto ai livelli pre-industriali. Questo ci aiuterà a prevenire danni devastanti al pianeta e ai suoi abitanti, inclusa la perdita irreversibile di habitat di animali nell’Artico come nell’Antartico, per esempio.

“L’Onu stima che, se aumentassimo la temperatura a 1,5 °C anziché a 2 °C, sono 420 milioni di persone che soffrirebbero in meno gli effetti di questo fenomeno”,si legge dal sito di News dell’Onu.

Perché il COP 24 è così importante?

Questo anno 2018 i firmatari dell’Accordo di Parigi hanno deciso di creare un programma di lavoro con cui raggiungere gli impegni. Lo essenziale è che i paesi si fidano l’uno dell’altro per riuscire insieme nel proposito.

Gli esperti presenti a Katowice vedonno questo incontro come una grande oportunità per intensificare l’azione climatica a tutti i livelli della società.

BRASILE: Gli esperti ci hanno avvertito prima dell’elezioni

Lettera aperta

Brasile, 16 ottobre 2019

Il futuro dell’Amazonia passa per elezioni

Senza l’Amazonia non esisterebbe il Brasile tale quale lo conosciamo. Quattro sono i servizi che il bioma dispensa agli abitanti dell’Amazonia, al Brasile e a tutto quanto il pianeta.

1° – Il ciclo delle acque. Oggi, restando al sapere scientifico sviluppato, sono i fiumi volanti provenienti dall’Amazonia a portare la pioggia su tutto il territorio brasiliano, raggiungendo persino Uruguai, Argentina e Paraguai. Senza la foresta a nutrire l’atmosfera con l’acqua, tali fiumi non si formano. Una semplice Samaúma, un immenso albero dell’Amazonia, inietta nell’atmosfera all’incirca mille litri di acqua al giorno. Per cui, senza l’Amazonia il sud e il sud est del Brasile, dove si concentrano 70% delle ricchezze di Latinoamerica, si trasformerebbero in un deserto.

2° – Il ciclo del carbono. Ogni albero corrisponde a tonnellate di carbono accumulato nella sua struttura. Quando uno solo albero viene bruciato o entra in processo di decomposizione, il carbono è liberato in forma di gas e va ad aggravare il riscaldamento globale, il che contribuisce per il cambio climatico in tutto il pianeta.

3° – L’enorme diversità. Ogni m2 dell’Amazonia ha più biodiversità che qualsiasi altra area al mondo. Da lì provengono svariati alimenti tali l’açaí, cupuaçu, castagne, ortaggi di diversi tipi, radici etc, oltre a diversi farmaci, essenze, cosmetici, olei e un’enormità incalcolabile di ricchezze che solo la natura ci può offrire. Cambiare tale ricchezza con l’allevamento di mucche, l’esplorazione di mineri e qualche tonnellate di soja sembra alquanto insano. Insanità che può diventare reale nel caso in cui venga eletto uno dei candidati.

4° – Le popolazioni originarie. In Amazonia restano tuttora diversi popoli originari sopravvissuti al grande genocidio si abbattè in passato e si abbatte ancor oggi su di loro. Sono stati loro a preservare il quanto di ricchezze naturali ne abbiamo in Amazonia, la sua biodiversità, oltre a dimostrarci che è possibile vivere nell’Amazonia senza devastarla. Papa Francesco insiste in ascoltare queste popolazioni originarie nel Sinodo Panamazonico del 2019 a Roma. Dunque la distruzione della foresta è anche il colpo di misericordia nel cuore delle nostre popolazioni indigene rimanenti. Allertiamo sulle proposte contrarie alla vita e che interessano direttamente i popoli originari.

Siamo contrari a qualsiasi proposta che provochi la chiusura degli enti pubblici che difendono i diritti e sono a servizio della vita e del pianeta (Ministero dell’Ambiente e gli organi di controllo come l’IBAMA e l’ICMBIO), concessioni di lavori senza il dovuto permesso in materia ambientale, insomma, una lista infinita di aggressioni all’ambiente e ai popoli, le quali possono diventare reali.

A rischio è tutta questa ricchezza fondamentale: o la preserviamo o mandiamo in rovina ciò che ne resta. Tutti i servizi che l’Amazonia ci dispensa sono naturali e le ricerche su di essi sono di carattere scientifico, ma una decisione politica potrebbe annullare tutto che la natura ci offre nella sua infinita generosità.

Il futuro dell’Amazonia passa per il voto nelle elezioni del 2018.

Firmano:

Daniel Seidel – Membro della Commissione Brasiliana Giustizia e Pace, assessore della REPAM-Brasile.

Francisco Andrade de Lima – Assessore della REPAM-Brasile.

Marcia Maria de Oliveira – Assessore della REPAM-Brasile e della Caritas Brasiliana; Professoressa all’Università Federale di Roraima/UFRR.

Moema Miranda – Rete Chiese e Minerazione; Servizio Interfrancescano di Giustizia e Pace ed Ecologia (Sinfrajupe); Assessore della REPAM-Brasile.

  1. Ari Antônio dos Reis – Assessore della REPAM-Brasile; Coordinatore del curso di Teologia da Facoltà di Teologia e Scienze Umane – “Itepa Faculdades”.
  2. Dário Bossi – Missionario Comboniano; Rete di Chiese e Minerazione; Assessore della REPAM-Brasile.
  3. Ricardo Castro – Direttore dell’Istituto di Teologia Pastorale ed “Ensino Superior” dell’ Amazonia – ITEPES; Professore di filosofia alla Facoltà Salesiana Don Bosco – Manaus; Assessore della REPAM-Brasile.

Roberto Malvezzi – Filosofo; Teologo; Scienze sociali; Scrittore; Compositor; Assessore della REPAM.

Riferimenti

NOBRE, Antônio. Os rios voadores. https://www.youtube.com/watch?v=34Y93Ar4tCA. Acesso em 15/10/18

_______. A Máquina de fazer água. https://www.youtube.com/watch?v=HqAvP_hpzTA. Acesso em 15/10/18

CNBB. Campanha da Fraternidade de 2017: Os Biomas Brasileiros e Defesa da Vida. Ed. CNBB. Brasília. 2017.

(Fonte: REPAM)

HELICOPTERO

(Tradotto per Leonardo Rosas)