Cop 24: L’accordo di Parigi sarà adottato?

Ridurre le emissioni è un processo lento; nell’Accordo di Parigi i paesi hanno concordato di limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi; eppure ci sono accordi per bloccare il documento finale della Cop 24 in corso in Polonia.

di Roberto Carrasco, OMI

La domenica 2 dicembre è iniziato il Cop 24, il vertice delle Nazioni Unite, durante il quale si terranno due settimane cruciali per affrontare collettivamente e urgentemente il problema del riscaldamento globale.

Le temperature continuano a salire, le azioni decisive richieste sono in ritardo e le opportunità sono finite. Sono migliaia di leader mondiali, esperti e attivisti che a Katowice, in Polonia, elaboranno un piano per rispettare gli impegni concordati a Parigi nel 2015. Ancora la domanda rimane, l’accordo di Parigi sarà adottato?

Cop 24, Protocollo di Kyoto, Accordo di Parigi … Cosa sono?

“L’Onu nel 1992 ha organizzato a Rio de Janeiro – Brasile un vértice chiamato: “Summit della Terra”, in cui fu adottata la Convenzione quadro sui cambiamenti climatici. In quel trattato, i paesi hanno concordato di “stabilizzare le concentrazioni di gas serra nell’atmosfera” per impedire che l’attività umana interferisca con il clima”,si legge dal sito di News dell’Onu.

Questa Convenzione è stata firmata da 197 paesi. Ogni anno, da quando la convenzione è entrata in vigore, si tiene una “Conferenza delle parti” (COP – Conference of the Parties) per discutere su come andare avanti. Finora ci sono stati 23 Cop e quest’anno è la Cop 24. Questa Convenzione quadro non prevedeva la limitazione delle emissioni di gas a effetto serra e non ha istituito un meccanismo per applicarla.

Possiamo ricordare che il “Protocollo di Kyoto” ha definito i limiti delle emissioni che i paesi sviluppati dovevano conseguire nel 2012. Ma nell’Accordo di Parigi, che è stato adottato nel 2015, tutti i paesi del mondo hanno concordato di limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali e migliorare i finanziamenti per raggiungerlo.

Ma conferenze e vertici raggiungo dei risultati?

Il progresso è molto lento, di più di quello che la situazione consente. Un processo così tanto difficile quanto ambizioso, che è riuscito a unire paesi che hanno circostanze molto diverse. Ci sono dei risultati, pero ancora è un vero impegno capire che agire contro i cambiamenti climatici ha un impatto reale e positivo e che può aiutarci ad evitare le peggiori conseguenze.

Al di là dei risultati più eccezionali, come questi 57 paesi che sono riusciti a ridurre le loro emissioni di gas serra ai livelli richiesti per controllare il riscaldamento globale; oppure ricordiamo che nel 2015, 18 paesi ricchi si sono impegnati a donare 100.000 milioni di dollari all’anno affinché i paesi in via di sviluppo possano agire nella lotta contro il cambiamento climatico. Le iniziative sono ancora apprezzati, ma si aspetta un vero compromiso da 184 stati parti con l’accordo di Parigi che è stata ratificata ed entrata in vigore a novembre 2016. Si trata, sopratutto, di limitare l’aumento globale delle temperature inferiori a 2 °C e cercare di fare in modo che l’aumento non superi 1,5 ° C. Come di creare piani climatici nazionali entro il 2020, compresi gli obiettivi di riduzione delle emissioni. Solo Costa Rica e Perù sono riusciti a farlo. Non ancora l’Europa né altri paese che hanno una grande industria , con le frabbriche principali responsabili dell’innalzamento.

Uno dei paesi, Gli Stati Uniti, chi a luglio 2017 ha annunciato retirarsi di quest’accordo, sta aspetando almeno fino al noviembre 2020 per fare legalmente il ritiro dal patto.

Gli esperti, che cosa pensano dell’importanza del limite di 1.5 °C?

Uno studio del Gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici, raccomendano di mantenere il riscaldamento globale al di sotto di 1,5 °C rispetto ai livelli pre-industriali. Questo ci aiuterà a prevenire danni devastanti al pianeta e ai suoi abitanti, inclusa la perdita irreversibile di habitat di animali nell’Artico come nell’Antartico, per esempio.

“L’Onu stima che, se aumentassimo la temperatura a 1,5 °C anziché a 2 °C, sono 420 milioni di persone che soffrirebbero in meno gli effetti di questo fenomeno”,si legge dal sito di News dell’Onu.

Perché il COP 24 è così importante?

Questo anno 2018 i firmatari dell’Accordo di Parigi hanno deciso di creare un programma di lavoro con cui raggiungere gli impegni. Lo essenziale è che i paesi si fidano l’uno dell’altro per riuscire insieme nel proposito.

Gli esperti presenti a Katowice vedonno questo incontro come una grande oportunità per intensificare l’azione climatica a tutti i livelli della società.

Sinodo sull’Amazzonia: indigeni, primi interlocutori

Perché il Sinodo sull’Amazzonia nel 2019. L’inquinamento, la deforestazione e l’espansione dell’industria estrattiva sono le grande minacce per i popoli indigeni ed il cuore dell’Amazzonia, polmone della Terra.

di Roberto Carrasco, OMI

Abbiamo bisogno dell’informazione per capire questa vicenda che coinvolge tutti. Quest’Assamblea dei vescovi non è lontana di nostra realtá. Avere una minima idea di ciò che succede, non bastano per capire la realtà e per camminare insieme. Abbiamo bisogno di impegnarci in questa grande sfida.

La pecualirità di questo Sinodo è la participazione dei popoli indigeni che insieme si interrogano su come rispondere a questa problematica che tocca tutti e su come la Chiesa può ripensare la sua presenza in Amazzonia. Attraverso le Assemblee territoriali questi popoli si fanno sentire e offrono a questo processo le loro proposte e idee, che partono da una visione del mondo propriamente amazzonica.  

Motivazione

Dopo la presentazione della Enciclica Laudato Si’ nel 2015, che sfida la Chiesa e tutti coloro che  sono presenti, al dibattito sulla cura della Casa Comune, Papa Francesco si dirige a tutta la Chiesa per cominciare a preoccuparsi di questa problematica che coinvolge a tutti: Stati, governanti, ogni persona di buona volontà. Per esempio, sono a rischio l’estinzione del 50 per cento delle specie di alberi dell’Amazzonia, questo ci preoccupa per le conseguenze nella vita del pianeta.

Nel viaggio Apostolico di Papa Francesco in Perù, il venerdì, 19 gennaio 2018, nel Coliseo Madre de Dios a Puerto Maldonado, c’è stato l’incontro del Pontifice con i popoli dell’Amazzonia dove lui ha detto: «La Chiesa non è aliena dalla vostra problematica e dalla vostra vita, non vuole essere estranea al vostro modo di vivere e di organizzarvi. Abbiamo bisogno che i popoli originari plasmino culturalmente le Chiese locali amazzoniche».  Queste parole sono l’ispirazione per la Chiesa Universale dopo di che il Papa Francesco ha convocato un’assemblea speciale del Sinodo dei vescovi per la regione Panamazzonica, che ha il titolo: “Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale”, che avrà luogo a Roma nel mese di ottobre 2019.

Obiettivo

Si trata di ascoltare i popoli indigeni e tutte le comunità che vivono in Amazzonia, come primi interlocutori di questo Sinodo, questo è di vitale importanza anche per la Chiesa universale.

Scopo

Lo Scopo principale di questa convocazione è quello di individuare nuove strade per l’evangelizzazione di quella porzione del Popolo di Dio, specialmente degli indigeni, spesso dimenticati e senza la prospettiva di un avvenire sereno, anche a causa della crisi della foresta Amazzonica, polmone di capitale importanza per il nostro pianeta. 

Chi coordina?

La REPAM (Rete Ecclesiale Pan-amazzonica) è stata formalmente incaricato di sostenere il Segretariato del Sinodo e il Consiglio pre-sinodale, presieduto da Papa Francesco.

Cosa è la Repam?

Il lavoro della pastorale indigeni della Chiesa Catolica nella Panamazzonia ha una lunga storia di presenza, di dialogo ed accompagnamento ai popoli indigeni e originari. I missionari, insieme ai vescovi, hanno deciso di fare un passo avanti. Trovare la strategia piú efficace che risponda non solo ai bisogni pastorali, ma anche ai problemi che si incontrano in ocassione dello sviluppo delle aziende estrattive trasnazionali. Nel giugno  del 2011 a Lima (Perù) si ha svolto il “Seminario Internazionale sulle industrie estrattive”, su tema “La problematica delle risorse naturali in America Latina e la Missione della Chiesa“, organizzato dal Dipartimento di Giustizia e solidarietà – CELAM e Misereor. In quest’incontro l’obiettivo era di promuovere la consapevolezza della Chiesa, Popolo di Dio, sui diritti attuali e futuri dello sfruttamento delle risorse naturali per lo sviluppo che incidono sulla qualità della vita e dei diritti dei nostri popoli, per realizzare azioni che promuovano lo sviluppo umano, integrale, solidale e sostenibile. (Cfr. DA 474 c). Già in questo seminario si è iniziato a dialogare con coloro che sarebbero stati coinvolti in questa sfida congiunta.

Ci sono stati due incontri: il primo a Puyo (Ecuador – aprile 2013) e dopo il secondo a Manaus (Brasile – ottobre 2013), dove è stato compiuto un ulteriore passo nell’impegno evangelizzatore decisivo per l’annuncio del Regno di vita. È stato l’inizio ufficiale della Rete Ecclesiale Pan-amazzonica – Repam.

Con lo slogan: “Pan-Amazzonia, fonte di vita nel cuore della Chiesa”, la dichiarazione della fondazione (Brasilia, 12 settembre 2014) ricorda che la «Repam è stata fondata come risposta a questo sentito e urgente bisogno di prendersi cura della vita in armonia con la natura», nasce la REPAM con tre caratteristiche principali: la transnazionalità, l’ecclesialità e l’impegno per la tutela della vita.

Come va svillupandosi la fase preparatoria del Sinodo?

Vogliamo sapere come i popoli immaginano il loro “sereno futuro” e il “buon vivere” delle generazioni future? Come possiamo collaborare nella costruzione di un mondo che deve rompere con le strutture che tolgono vita e con quelle mentalità di colonizzazione per costruire reti di solidarietà e interculturalità? e, soprattutto, qual è la particolare missione della Chiesa oggi di fronte a questa realtà?

Papa Francesco ha scritto un Documento preparatorio diviso in tre parti corrispondenti al metodo “vedere, giudicare (discernere) e agire”. Questo documento è stato inviato a tutte le giurisdizioni ecclesiastiche che compongono l’intera regione pan-Amazzonica; sono nove Paesi: Brasile, Perù, Colombia, Bolivia, Ecuador, Venezuela, Guyana britannica, Surinam e Guyana francese; in questo modo da giugno 2018 a gennaio 2019 le Assemblee pre-sinodali saranno sviluppate in ogni paese.

Ci sono un totale di 45 Assemblee territoriali distribuite come segue: Brasile 16, Perù 3, Colombia 3, Ecuador 6, Venezuela 6, Bolivia 8, e tra la Guyana britannica, Surinam e Guyana francese 1.

Tutti questi paesi hanno tempo fino al febbraio 2019 per contribuire al Sinodo.

Ma…, cos’è un’assemblea territoriale sinodale?

Sebbene sia uno spazio per un’ampia consultazione, è importante che tutti i partecipanti abbiano sul fatto che:

– È uno spazio di consultazione e di dialogo, di costruzione collettiva per rispondere e contribuire al documento di lavoro / consultazione.

– È uno spazio che ha la finalità di un ascolto ampio di quante più voci possibili, MA CON UN OBIETTIVO ORIENTATO ALL’ASPETTO PROPRIAMENTE ECCLESIALE. E all’interno dell’ecclesiale, integrando l’ambiente, sociale, culturale, economico e politico, come solleva l’approccio dell’ECOLOGIA INTEGRALE.

– È uno spazio che cerca di contribuire alla domanda della Chiesa sui nuovi modi di rispondere a questo territorio, e per l’ascolto di quelli popoli e di quelle persone che vivono lì e hanno bisogno del loro buon vivere e del tipo di presenza e di accompagnamento ecclesiale che è necessario per raggiungere un futuro sereno.

Conclusione

Se ricordiamo la testimonianza di Papa Francesco quando si è seduto per ascoltare la gente, ha iniziato a condividere le sue espressioni e sentimenti culturali, con l’obiettivo di sapere quale sia la situazione in cui si trovano. Questo atteggiamento è ciò che la Chiesa nella Panamazzonia sta tenendo, in dialogo con tutti, con lo scopo di plasmare una Chiesa con un volto Amazzonico, una Chiesa con un volto indigeno.

I giovani e la Chiesa: chi si allontana da chi?

di Roberto Carrasco 

Riflessioni dopo il Sinodo: «Il problema non è tanto che i giovani lasciano perdere la Chiesa, ma che in qualche modo la Chiesa avevo lasciato perdere loro». Intervista con il professore José Luis Moral.

La Facoltà di Scienze della Comunicazione Sociale dell’UPS aveva organizzato il 5 novembre il Seminario Religion Today 2018 sul tema: “New Generations. Credenze e valori delle giovani generazioni”, José Luis Moral de la Parte, salesiano, professore di pastorale giovanile e pedagogia religiosa in questa università, chi ci ha parlato su “I giovani e l’umanizzazione di Dio”, è proprio con lui con chi abbiamo avuto un’intervista.

SINODO

Dopo il Sinodo 2018, sembra che la realtà dei giovane nella Chiesa ancora non sia chiara: quale è il rapporto che la Chiesa ha con i giovane? E qual è il rapporto che i giovani hanno con la Chiesa?

Una cosa è il documento finale di questo Sinodo, che obviamente parla del rapporto giovani – Chiesa, Chiesa – giovani, ed un’altra cosa è la realtà che è legata fondamentalmente a una storia, che per dirla brevemente è la storia che unisce questa tematica del rapporto al Concilio Vaticano secondo.

Il Concilio Vaticano II

C’erano grossi problemi nella comunicazione della Chiesa, non solo con i giovani, ma in genere con il mondo contemporaneo. Dopo il Concilio è stato che la Chiesa ha preso sul serio il rapporto con le nuove generazione: ha capito che doveva superare gli schemi della catechesi con i giovani. Allora si diceva, addirittura, catechesi dei giovani, non con i giovani. Incomincia dunque il superamento di questa prospettiva e nasce propriamente la pastorale giovanile, che si pone il problema dei tanti giovani che non sono stati educati né appartengono alla tradizione cristiana: troviamo giovani che non hanno nessuna religione né fede, e troviamo anche giovani che sono nell’itinerario di educazione alla fede. Con tutto ciò incominciano a nascere, per così dire, rapporti nuovi.

Purtroppo una delle cose che questo Sinodo non ha saputo o non ha voluto fare è collegarsi con la storia recente del rapporto Chiesa–giovani… Il Sinodo poi, proprio perché ha perso un poco questa memoria storica, è più incentrato sulla Chiesa che sui giovani e in qualche modo uno, leggendo il  documento finale, ha l’impressione che la Chiesa dice di ascoltare i giovani o vuole ascoltarli, ma che ci sono comunque delle risposte a priori, indipendentemente da come sono realmente i giovani: l’impressione è che, se fossero in un altro modo, le risposte sarebbero le stesse».

Possiamo parlare di un distacco della Chiesa?

«Ma certamente. Quando si parla del distacco, o della separazione, dell’allontanamento dei giovani dalla Chiesa, la prima questione che viene immediatamente in mente è: chi si allontana da chi? E sicuramente la Chiesa ha riconosciuto che si è allontanata molto dai giovani negli ultimi tempi. Io credo che adesso il problema non è tanto che i giovani lasciano la Chiesa, ma che in qualche modo la Chiesa aveva lasciato loro».

Chi ha perso la fiducia, i giovani verso la Chiesa o la Chiesa verso i giovani?

«Il tema della fiducia sarebbe complicato, affrontarlo così, se indichiamo con questo termine un rapporto dove uno si guadagna l‘autorevolezza. Si può dire essenzialmente che la Chiesa, fino al Concilio Vaticano II, in qualche modo non ha avuto propriamente fiducia nel giovane, perché non c’era questo problema. La Chiesa aveva l’idea di possedere la verità e di doverla insegnare ed i ragazzi si dovevanno sottomettere alla Chiesa… Siamo arrivati o siamo dovuti arrivare al Concilio Vaticano II per renderci conto che in questo modo non si potevano creare rapporti con le persone, con il mondo contemporaneo in genere, partendo dal presupposto che io possiedo la verità, quindi voi dovete semplicemente ascoltarmi. Inoltre si è fatta strada l’idea che la verità è sempre una realtà che sta dentro una cultura, dentro una interpretazione. Allora si può dire che, in generale, la fiducia come elemento fondamentale del rapporto non esisteva».

C’è chi sostiene che il documento finale del Sinodo non rappresenta tutti i giovani. La Chiesa ha la possibilità di rispondere alle domande dei giovani che non vengono ad essa?

«È chiaro che il tema è molto complesso. Pretendere che un Sinodo riesca a interloquire con tutti i ragazzi, con tutti i giovani forse è troppo. Comunque c’è una via per poter interloquire, ed è quella di pensare ai giovani come espressione, per così dire, del cambiamenteo radicale, sia culturale che antropologico. Ma il Sinodo non lo ha fatto. Guardando il documento sembra che, alla fin fine, i giovani a cui si rivolge il Sinodo sono quelli che stanno in sintonia con la Chiesa e non che essa non ha voluto entrare in dialogo con tante problematiche che i giovani presentano e che non sono, magari, solo esclusivi. Ma che ci fanno capire che il cambio di paradigma, il cambio epocale, si può già vedere nei ragazzi. Il loro scheletro ha già, per così dire, tutte le novità che le generazioni adulte non vogliono accettare. In qualche modo presentano il volto del nuovo essere umano che tutti, la Chiesa inclusa fatichiamo a riconoscere, perché vogliamo la “sicurezza” dell’uomo, garantendoci la continuità. Io dico che per i ragazzi il Sinodo avrebbe potuto fare questo: pensare ai ragazzi, a tutti ragazzi come espresione di un cambiamento radicale, culturale ed antropologico e quindi confrontarsi con la nuova antropologia, con la nuova cultura. Perchè ripeto alla fin fine, io credo che sono i ragazzi ad anticipare ciò che possiamo chiamare il “nuovo essere umano”, il nuovo modo di vivere, e di essere ed allo stesso tempo, la nuova cultura».

Dunque la Chiesa non è riuscita a raggiungere l’obiettivo. È possibile pensare che  sarà disposta a cambiare la propria struttura per capire non solo una realtà che non solo dei giovani? Lei se lo aspetta?

«L’ultima parola del Sinodo spetta al Papa. Possiamo aspetare ancora che lui dica o vada oltre quello che dice il documento finale. Comunque penso che questo Papa ha chiaro che l’unico modo per arrivare veramente a fare che la Chiesa abbia una voce, un’imagine propria del tempo è prendere sul serio, prima il Concilio Vaticano II, radicalizarlo nel senso di portarlo avanti nelle radice più importante. E questo implica cambiamento radicale. Il Papa ha detto, nella Evangelii Gaudiumnon solo, che questo nuovo tempo di missione comporta essenzialmente la riforma della Chiesa…  Bisogna accettare che in qualche modo le persone d’oggi nascono con una cultura che non è più quella della Chiesa, e con cui la Chiesa deve confrontarsi… La Chiesa deve avere la “forma”, di questa cultura contemporanea, deve entrare nella carne del tempo nostro, e non semplicemente aggrapparsi a idee astratte. Ma diventare una Chiesa del tempo, implica tante riforme. La prima questione fondamentale è eliminare il clericalismo, il che implica cambiare lo stile delle comunità cristiane, implica aprire tutta la realtà del presbiterato tanto a persone célibi come a persone non célibi (perciò adottando il celibato opzionale). Implica ammettere che anche la donna, in un futuro orizzonte, possa essere anche presbitero e così via dicendo. Arrivando poi ovviamente a un futuro desiderable… una Chiesa che veramente sia la profezia del regno, e che abbia come scopo fondamentale preoccuparsi del Regno e non tanto delle strutture della propria realtà ecclesiale.

Brasile, vince l’estrema destra. Ma la Chiesa è decisa a difendere uomini, donne e risorse

di Roberto Carrasco, OMI

Con Bolsonaro si interrompe il percorso di costruzione della democrazia. C’è preoccupazione per le minoranze e per l’Amazzonia. Ne abbiamo parlato con il decano della Facoltà di Teologia dell’UPS, Don Medeiros.

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Il Brasile è un paese dell’America del Sud che ha più di 209 milioni di abitanti. Domenica 28 ottobre, un po’ di più di 104 milioni si sono recati alle urne per scegliere tra Fernando Haddad, socialista, e l’altro candidato, Jair Messias Bolsonaro, che rappresenta l’estrema destra.

La mappa politica del Brasile è cambiata radicalmente dopo 13 anni, con Lula Da Silva chiuso in carcere, considerato risponsabile del disastro economico e sociale che il Brasile ha avuto in quest’ultimi anni. Del caso Lava Jato, frutto di tutto un sistema di corruzione incarnato suprattutto dal PT (Partido dos Trabalhadores), ne ha approfittato l’estrema destra, che ha vinto in 16 dei 27 stati che formano la nazione brasiliana.

Ci sono dei motivi per cui Bolsonaro ha vinto il 28 ottobre. Si è presentato come un candidato outsider, ma il fatto di essere un ex militare, sostenuto dal generale Antonio Hamilton Mourão, eletto vicepresidente, fa ricordare alla popolazione i 21 anni di dittatura vissuta dal Brasile, la più lunga dell’America Latina, anche rispetto a quella di Pinochet in Cile.

Un altro fattore che ha avuto una grande influenza è quello della chiesa evangelica che ha una presenza forte nelle favele e nei quartieri popolari delle città. La Rete Record, proprietà del fondatore della Chiesa Universale del Regno di Dio, è la seconda televisione più grande del Brasile e la quinta del mondo e ha giocato un ruolo importante in questa elezione.

In questo contesto elettorale, abbiamo intervistato il decano della Facoltà di Teologia dell’UPS, Don Damiano Raimundo MEDEIROS. Un missionario salesiano brasiliano che ha avuto la esperienza di lavorare in missione proprio sul confine tra Brasile e la Colombia.

Che cosa rappresenta Bolsonaro per il Brasile, oggi?

«Anzitutto è il nuovo presidente della Repubblica del Brasile eletto con più di 50% del voto degli elettori. Quindi è il presidente, è l’uomo che guiderà il Brasile per i prossimi quattro anni. È il primo militare che arriva al governo dopo, diciamo cosi, un periodo in cui tutti i governi erano civili e dopo il periodo della dittatura militare. In questo senso c’è uno scenario: la sua campagna alla presidenza è stata profondamente sottolineata con una tonalità di destra che fa pensare a dei passi indietro rispetto alla costruzione della democrazia in Brasile, che si è cercato di fare in tutti questi anni. Purtroppo non abbiamo avuto da parte di nessun candidato un programma globale di governo. Non sappiamo quale saranno gli scenari dal punto di vista oggettivo. Dal punto di vista di ciò che lui rappresenta ci sono, senza dubbio, delle preoccupazioni, soprattutto riguardo alle regioni strategiche del Brasile, come l’Amazzonia».

Possiamo dire che il voto di domenica scorsa è stato un voto antisistema?

«Io credo che si può utilizzare questa espressione, ma tenendo presente che, essendo un governo di destra, rappresenta anche un certo allineamento con la tendenza neoliberale in America Latina. Certamente c’è la preoccupazione che sia più disponibile a promuovere un tipo di politica neoliberale, soprattutto per quei gruppi internazionali e multinazionali che vogliono continuare a esplorare il continente Sudamericano».

Parlando di ecologia, gli esperti avevano segnalato, già prima delle elezioni, che ci sono dei rischi per il futuro dell’Amazzonia. La Rete Eclesiale Pan Amazzonica condivide quest’allerta.

«L’Amazzonia non è soltanto un universo ecologico ambientale: è un universo culturale e interculturale e con tantissime risorse a livello delle ricchezze minerarie. In questo senso la Chiesa brasiliana è molto preoccupata della campagna politica elettorale, non possiamo parlare ancora degli atti politici, perché ancora non lì conosciamo; ma preoccupa ciò che ha detto il presidente Bolsonaro durante il periodo di preparazione delle elezioni, a riguardo dell’Amazzonia. Ad esempio, si è pronunciato, più di una volta, contro il mantenimento delle riserve indigene. E questa è una questione molto delicata, visto che nell’Amazzonia ci sono tantissime popolazioni e culture indigene in cui non sarebbe ipotizzabile pensare che un giorno, per motivo d’una decisione politica, non potranno più esistere. Inoltre l’Amazzonia è una risorsa culturale e interculturale. Ad esempio, l’educazione in tantissime aree dell’Amazzonia è bilingue. Un governo che non riconosca questa sovranità culturale, farà piazza pulita nel senso che incentiverà delle politiche proprio per togliere questa realtà che è stata frutto anche delle conquiste, non soltanto della Chiesa, ma di tanti organismi che promuovono la preservazione e lo sviluppo delle culture indigene di quella regione. Ma certamente l’aspetto che desta più preoccupazioni sono le risorse minerarie di cui la regione è ricca. Ci sono questi grandi gruppi internazionali che, in questi ultimi 60 anni, hanno cercato di entrare in qualche regione, soprattutto del Sud, e hanno prodotto un disastro ecologico, sempre a detrimento della popolazione indigena, ma non solo, della popolazione cabobla, come diciamo noi, degli uomini che vivono e sopravvivono in quella regione».

Cosa pensa la gente delle città di questa situazione?

«Da una parte, i grandi progetti del governo in questi anni, ad esempio al riguardo le idroelettriche, sono progetti falliti. Progetti che non hanno prodotto ciò che è stato detto e promesso. Dall’altra parte c’è un paradosso: ad esempio, la regione dell’Amazzonia, in qualche modo, ha votato Bolsonaro, cercando magari di avere dei favori che soltanto l’universo popolare può immaginare. La Chiesa dell’Amazzonia – rappresentata dall’Episcopato brasiliano, ma soprattutto dal Consiglio Indigenista Missionario, il CIMI – come anche l’organizzazione indigena, la Confederazione delle Organizzazione del Bacino Amazzonico e tante altre organizzazioni, si sono manifestate molto contrarie alla politica che accennava il presidente durante la campagna politica per quella regione. Credo che la posizione della Chiesa (Cattolica) sarà di continuare ad essere sentinella per tutto ciò che potrà capitare in quella regione. Siamo qui preparando questo Sinodo speciale per l’Amazzonia, certamente la Chiesa continuarà ad essere sveglia, ma allo stesso tempo aperta al dialogo in vista della difesa non soltanto delle risorse, ma insisto, della difesa dell’uomo e della donna che vivono in quella regione.

BRASILE: Gli esperti ci hanno avvertito prima dell’elezioni

Lettera aperta

Brasile, 16 ottobre 2019

Il futuro dell’Amazonia passa per elezioni

Senza l’Amazonia non esisterebbe il Brasile tale quale lo conosciamo. Quattro sono i servizi che il bioma dispensa agli abitanti dell’Amazonia, al Brasile e a tutto quanto il pianeta.

1° – Il ciclo delle acque. Oggi, restando al sapere scientifico sviluppato, sono i fiumi volanti provenienti dall’Amazonia a portare la pioggia su tutto il territorio brasiliano, raggiungendo persino Uruguai, Argentina e Paraguai. Senza la foresta a nutrire l’atmosfera con l’acqua, tali fiumi non si formano. Una semplice Samaúma, un immenso albero dell’Amazonia, inietta nell’atmosfera all’incirca mille litri di acqua al giorno. Per cui, senza l’Amazonia il sud e il sud est del Brasile, dove si concentrano 70% delle ricchezze di Latinoamerica, si trasformerebbero in un deserto.

2° – Il ciclo del carbono. Ogni albero corrisponde a tonnellate di carbono accumulato nella sua struttura. Quando uno solo albero viene bruciato o entra in processo di decomposizione, il carbono è liberato in forma di gas e va ad aggravare il riscaldamento globale, il che contribuisce per il cambio climatico in tutto il pianeta.

3° – L’enorme diversità. Ogni m2 dell’Amazonia ha più biodiversità che qualsiasi altra area al mondo. Da lì provengono svariati alimenti tali l’açaí, cupuaçu, castagne, ortaggi di diversi tipi, radici etc, oltre a diversi farmaci, essenze, cosmetici, olei e un’enormità incalcolabile di ricchezze che solo la natura ci può offrire. Cambiare tale ricchezza con l’allevamento di mucche, l’esplorazione di mineri e qualche tonnellate di soja sembra alquanto insano. Insanità che può diventare reale nel caso in cui venga eletto uno dei candidati.

4° – Le popolazioni originarie. In Amazonia restano tuttora diversi popoli originari sopravvissuti al grande genocidio si abbattè in passato e si abbatte ancor oggi su di loro. Sono stati loro a preservare il quanto di ricchezze naturali ne abbiamo in Amazonia, la sua biodiversità, oltre a dimostrarci che è possibile vivere nell’Amazonia senza devastarla. Papa Francesco insiste in ascoltare queste popolazioni originarie nel Sinodo Panamazonico del 2019 a Roma. Dunque la distruzione della foresta è anche il colpo di misericordia nel cuore delle nostre popolazioni indigene rimanenti. Allertiamo sulle proposte contrarie alla vita e che interessano direttamente i popoli originari.

Siamo contrari a qualsiasi proposta che provochi la chiusura degli enti pubblici che difendono i diritti e sono a servizio della vita e del pianeta (Ministero dell’Ambiente e gli organi di controllo come l’IBAMA e l’ICMBIO), concessioni di lavori senza il dovuto permesso in materia ambientale, insomma, una lista infinita di aggressioni all’ambiente e ai popoli, le quali possono diventare reali.

A rischio è tutta questa ricchezza fondamentale: o la preserviamo o mandiamo in rovina ciò che ne resta. Tutti i servizi che l’Amazonia ci dispensa sono naturali e le ricerche su di essi sono di carattere scientifico, ma una decisione politica potrebbe annullare tutto che la natura ci offre nella sua infinita generosità.

Il futuro dell’Amazonia passa per il voto nelle elezioni del 2018.

Firmano:

Daniel Seidel – Membro della Commissione Brasiliana Giustizia e Pace, assessore della REPAM-Brasile.

Francisco Andrade de Lima – Assessore della REPAM-Brasile.

Marcia Maria de Oliveira – Assessore della REPAM-Brasile e della Caritas Brasiliana; Professoressa all’Università Federale di Roraima/UFRR.

Moema Miranda – Rete Chiese e Minerazione; Servizio Interfrancescano di Giustizia e Pace ed Ecologia (Sinfrajupe); Assessore della REPAM-Brasile.

  1. Ari Antônio dos Reis – Assessore della REPAM-Brasile; Coordinatore del curso di Teologia da Facoltà di Teologia e Scienze Umane – “Itepa Faculdades”.
  2. Dário Bossi – Missionario Comboniano; Rete di Chiese e Minerazione; Assessore della REPAM-Brasile.
  3. Ricardo Castro – Direttore dell’Istituto di Teologia Pastorale ed “Ensino Superior” dell’ Amazonia – ITEPES; Professore di filosofia alla Facoltà Salesiana Don Bosco – Manaus; Assessore della REPAM-Brasile.

Roberto Malvezzi – Filosofo; Teologo; Scienze sociali; Scrittore; Compositor; Assessore della REPAM.

Riferimenti

NOBRE, Antônio. Os rios voadores. https://www.youtube.com/watch?v=34Y93Ar4tCA. Acesso em 15/10/18

_______. A Máquina de fazer água. https://www.youtube.com/watch?v=HqAvP_hpzTA. Acesso em 15/10/18

CNBB. Campanha da Fraternidade de 2017: Os Biomas Brasileiros e Defesa da Vida. Ed. CNBB. Brasília. 2017.

(Fonte: REPAM)

HELICOPTERO

(Tradotto per Leonardo Rosas)

Sinodo sull’Amazzonia, una sfida anche per i giornalisti

di Roberto Carrasco, OMI

Il Sinodo ci fa riflettere su come non solo noi studenti della Comunicazione Sociale, ma anche i fornitori dell’informazione, i giornalisti professionisti, i caporedattori delle diverse testate, nonché l’opinione pubblica, stiamo trattando questa tematica.

ROBERTA-GUISOTTI

L’appello di Papa Francesco nel terzo anniversario dell’Enciclica Laudato si’, sulla cura della Casa Comune, celebrato a Roma nel luglio scorso, con la conferenza internazionale “Saving our common home and the future of life on earth”, diceva:

«È triste vedere le terre dei popoli indigeni espropriate e le loro culture calpestate da un atteggiamento predatorio, da nuove forme di colonialismo, alimentate dalla cultura dello spreco e dal consumismo (cfr SINODO DEI VESCOVI, Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per un’ecologia integrale , 8 giugno 2018)».

E ancora più forza ribadisce l’impegno di tutti ad ascoltare e diretti interessati:

«Per loro, infatti, la terra non è un bene economico, ma un dono di Dio e degli antenati che in essa riposano, uno spazio sacro con il quale hanno il bisogno di interagire per alimentare la loro identità e i loro valori» (Laudato si’ , 146). Quanto possiamo imparare da loro! Le vite dei popoli indigeni «sono una memoria vivente della missione che Dio ha affidato a tutti noi: la protezione della nostra casa comune» (Discorso nell’incontro con popoli indigeni, Puerto Maldonado, 19 gennaio 2018). Cari fratelli e sorelle, le sfide abbondano».

E mentre le popolazioni indigene dell’America latina attendono con grande speranza l’assemblea speciale del Sinodo dei vescovi per tutta la regione Panamazzonica, che è stata programmata nell’ottobre del 2019 a Roma, emerge una prima domanda che ci permette di riflettere su questo avvenimento; possiamo fare una autocritica sulla produzione dell’informazione? Possiamo fare lo stesso per quanto riguarda la funzione culturale, educativa e sociale delle notizie sull’argomento di altri paesi, qui in Italia?

Per questo punto è importante incontrare Roberta Gisotti caporedattore a Radio Vaticana, autrice testi e consulente Rai e docente universitaria di Economia dei media alla Facoltà di Scienze della Comunicazione sociale presso l’Ups, che abbiamo intervistato.

Fra un anno ci sarà a Roma il Sinodo dei vescovi sulla regione amazzonica e ci sembra che nella Chiesa, ma anche in Italia e in Europa in generale, ci siano degli elementi che ancora non si conoscono, dei quali ancora non si parla e non si sia approfondito, nei media. Cosa ne pensa?

Questo è veramente un aspetto che lascia stupefatti, tanto più che oggi parliamo, ci riempiamo la bocca di vivere in una cultura globalizzata. Che un evento così rilevante come il Sinodo sull’Amazzonia sia trascurato dal circuito dei media, non so negli altri paesi, ma sicuramente in Italia, fino ad oggi è stato trascurato, ci deve far riflettere e domandarci perché. La risposta più comune che noi possiamo sentire tra chi, appunto, lavora in televisione, alla radio, nei giornali, nel mondo della informazione sarà che questo argomento, in realtà, poco interessa al pubblico.

E questa è una grande mistificazione, perché il pubblico aspetta di essere interessato da una informazione che si apre al mondo, e sa come parlare ai cittadini, sa come stimolarli, sa come interessarli, sa come suscitare il loro spirito critico. In particolare, in televisione che a tutt’oggi è la regina dei media, abbiamo sempre più una comunicazione che cannibalizza se stessa, e ripercorre il già detto, il già fatto, ciò che fa più ascolto. Per cui abbiamo e viviamo un periodo storico di penuria di creatività, di penuria di interessi, di penuria di ricerca.

Riguardo all’Amazzonia non possiamo certo dire che un argomento che presenta degli aspetti così ampi di interesse per tutto il pubblico che sono da quello più, diciamo, che può essere più avvertito di tipo ambientale ecologico, ma anche di equilibri geopolitici per tutta l’America Latina, è un’occasione veramente mancata dell’informazione.

Infatti, sembra che l’Amazzonia non venga valorizzata per il suo contributo che elargisce non solo del punto di vista climatico, della biodiversità, ma anche per la riflessione sull’interculturalità. Quindi, secondo Lei questi elementi mancano nell’approccio del lavoro giornalistico? E se sì, quale lavoro di ricerca dell’informazione dovrebbe essere fatto, per una nuova creatività che vada ad incuriosire su quest’argomento?

In realtà l’informazione verso l’estero riguarda essenzialmente pochi elementi, cioè, le grandi calamità e catastrofi. Gli eventi di conflitti, di guerra e la cronaca nera. Quindi è un guardare a un’informazione che è prettamente negativa. E perché si guarda questa informazione che è prettamente negativa? Perché è molto facile fare ascolti con questo tipo d’informazione. Perché un’informazione che punta all’emotività del pubblico, cioè punta a trattenere il pubblico davanti al video anche solo per pochi secondi, pochi minuti, per ottenere quell’indice di ascolto che poi promuove quel programma. Questo è veramente un aspetto poco conosciuto e che è alla fonte di questa informazione che non svolge il proprio ruolo di informare e formare l’opinione pubblica dando gli elementi della vita sociale, culturale, politica, religiosa degli altri paesi e degli altri popoli.

Insomma, come si dovrebbe preparare un giornalista, non solo dentro alla Chiesa, ma anche in tutta Europa rispetto al prossimo Sinodo sull’Amazzonia nel 2019?

L’uomo che fa comunicazione deve anzitutto lui attento e curioso. Perché se non si interessa lui, se non si incuriosisce lui, se non fa ricerca, non potrà trasmettere questa conoscenza, questa curiosità, questo desiderio di fare ricerca per capire; non li potrà trasmettere al suo pubblico. Quindi, il primo appello che bisognerebbe fare, è quello di rivolgersi ai media, e alle persone che operano nei media di guardare a questo argomento, e di assumersi la responsabilità di parlarne al mondo perché è un tema di attualità che si riflette direttamente sulla vita delle persone e sulla vita dei popoli.

Possiamo entrare sul sito della FSC

Protagonisti i popoli Indigeni 

di Roberto Carrasco, OMI

Un colega giornalista, Cristiano Morsolin, mi ha detto che la portata del mio blog EL TROCHERO, anche l’intervista fatta per Sir (Servizio Informazione Religiosa)  è stato menzionato e appare nella pagina 6 dell’osservatore romano della domenica 15 luglio 2018.

Questa è la raggione che pubblico questa piccolo nota. Mi piacerebbe che rimanga nel mio blog.

http://www.osservatoreromano.va/vaticanresources/pdf/QUO_2018_159_1507.pdf