Basta corruzione, buggie e repressione

Mentre in Francia guardiamo ai gilet gialli; in Ungheria rinasce l’opposizione; in Serbia una migliaia di manifestanti protestavano in piazza, in Romania i protestanti sono più di 100milla.

di Roberto Carrasco, OMI

Che hanno in comune queste “insurrezioni popolari”?

Lotta contra la corruzione, mancanza di fiducia, una collettività stanca di mensogne da parte dei governanti, politiche che fanno le diferenze tra élite e popolo, legge che schiavizanno e propongono nemmeno un vero sostegno di fronte una crisi che cresce e si laccia vedere in ogni piazza anche in ogni paese. Ancora rimane la domanda: Chi è dietro di questa manipolazione?

Di chi è tutta la colpa che in quest’ultimi anni nell’Unione Europea si sta svillupando diversi forme di “insurrezioni popolari?

“E proprio colpa dell’Unione Europea oppure dei ‘poteri forti’?”, sono delle domande che Mariana Mazzucato ha scritto sulla Reppublica il 14 gennaio scorso quando titolava il suo articolo: “Chi manipola la collettività è la vera élite”. Una domanda che ci fa riffletere ancora oggi.

Innanzitutto, che cosa è l’insurrezione?

“È un tipo di conflitto che deriva da oppressione di un popolo sopra un altro, o di un governo sul suo stesso popolo. Qualunque sia el tipo di conflitto, l’insurrezione può essere considerata essenzialmente la fase culminante del processo rivoluzionario che si sta svolgendo un tanto nascosto, altro si può prevedere. L’elemento sorpresa, addirittura la resistenza e di qualcher modo l’emento violenza sono le carateristiche di ogni insurrezione”; possiamo leggere in Wikipedia.

Oggi nell’Europa si svolge un fenomeno che non è nuovo, ma è un fenomeno in crescita. Cosa troviamo nelle informazioni?

Secondo Alessandro Barico, “la crisi che stiamo attraversando è innanzitutto una crisi di fiducia delle masse nei confronti delle élite”, l’afferma Mazzucato. Mentre Baricco afferma “che la democracia funciona quando le élite, pur proteggendo e incrementando i loro privilegi, riescono magnanimamente a dispensare una forma di convivenza accetabile per le masse” (Reppublica il 14 gennaio). Ecco chi qua il punto algido del grosso problema che atraversano queste nazioni.

Dicembre scorso, Pauline Bock, del New Statesman nel Regno Unito ha scrito che “il presidente Macron ha perso un’altra occasione cercando di calmare le proteste dei gilet gialli con un discorso televisivo, bensi questo è diventato in grande svaglio nel confronto con i manifestanti”. Non basta di “sospendere e poi cancellare la tassa sul carburante che aveva fatto scopiare la protesta, ma a quel punto l’attenzione dei gilet gialli si era spostata da tempo su revindicazione sociali ed economiche più ampie”. Sin qui i gilet gialli non si hanno lasciato ingannare fácilmente. Tuttavia Macron “non si è liberato dei gilet gialli”, quindi il movimiento è tornato in piazza però con un grande aumento delle violenze chiendendo oggi altre tipi di riforme. “Ma doppo più un mese nessuna richiesta dei gilet gialli è stata soddisfatta: non è stato rivalutato il salario minimo, la patrimoniale non è stata ripristinata e Macron è andato avanti sorridendo come se niente fosse. Nel frattempo i poliziotti hanno scioperato per le difficili condizioni di lavoro (i cosiddetti gilet blu) e i loro salari sono stati alzati nell’arco di una giornata”, ha scritto su New Statesman, Pauline Bock al inizio di gennaio 2019.

D’altra parte, in Ungheria “le proteste contro la legge sugli straordinari hanno creato un fronte comune tra i lavoratori e i partiti ostili al governo di Viktor Orbán”, appare nella rivista Internazionale del 21 dicembre. Ha scritto Lászlo Seres del HVD che “a partire dall’8 dicembre decine di migliaia di ungheresi hanno protestato contro la legge sugli straordinari. Se è stata proprio questa misura a scatenare le proteste, e non gli innumerevoli furti, le nazzionalizzazioni, gli appalti truccati e la repressione”. Dunque il presidente Orbán neanche è riuscito a fermare le proteste. “La cosidetta ‘legge schiavitù’ che è alzata le ore di lavoro da 250 a 400 ore annuali ha datto un duro colpo al presidente”, e magari questo “può essere l’inizio della sua fine”, l’afferma Seres.

Mentre in Serbia la situazione è simile, si trata del presidente Aleksandar Vucic chi è accusato di autoritarismo. I manifestanti comandati per Branislav Trifunovic protestanno contro l’abuso e la propotenza di parte del governo quando hanno ucciso a Oliver Ivanovic, un politico serbo , forze une delle voci piì critici nel momento che il paese si mette contro il presidente della Repubblica serbia. Un dato curioso si trova in piazza quando si vedi scritto su uno degli striscioni: “Siamo con il popolo, non con i ladri di ieri e di oggi”, si può leggere sulla Repubblica del 13 gennaio.

Quantunque il conflitto non finisce ancora nell’Europa, andiamo verso la Romania, proprio nella Piazza della Vittoria a Bucarest, dove negli ultimi mesi dell’anno scorso si è visuto diversi manifestazioni contro il governo socialdemocrata, chi di fronte a cientomilla persone chi insieme al del presidente Klaus Iohannis, denunciano la corruzione anche il fatto che le forze del ordine hanno avuto un’agresiva intervenzione contro le persone che volevano solo una manifestazione pacifica. L’importanza di questa protesta ricade in quelli organizazione civili che spingono le proteste e hanno una participazione attive. “Non vogliamo essere un paese di ladri”, si legge sui striscioni.

Ma ci sono ancora altri tipi di proteste. Solo per vedere uno di quelli trovati nei giornali e nelle riviste delle ultime settimane; per esempio, “il 27 gennaio circa 150mila persone, di cui metà a Bruxelles, hanno manifestato in Francia e in Belgio per chiedere politiche più ambiziose per la lotta al cambiamento climatico… La forte partecipazione dei giovani non è casuale, sottolinea Le Soir … Secondo il politologo Carl Devos è ‘una piccola rivoluzione’ che potrebbe favorire i Verdi alle elezioni legislative del 26 maggio, quando si svolgeranno anche le europee”, si legge nella rivista Internazionale del 01 febbraio.

Religione e media – Sommario del corso

Argomenti per l’esame 2018 – 2019 

Arrivarà il giorno che ci incontraremo !!!


1. In che misura il mandato «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15) coinvolge chi si occupa di cultura, comunicazione e media?

El mandato del Señor “Id a todo el mundo y proclamad el Evangelio a toda criatura” (Mc 16,15) la ha acompañado siempre: en todos los siglos y “hasta los confines de la tierra” (Hech 1,9). Igualmente el historiador de la comunicación constata que la pasión por la comunicación es una constante en la acción de los cristianos, elemento característico de su “DNA”.
Podríamos recordar que la primera generación de cristianos utilizó la escritura de modo original: no sólo con la costumbre de las “cartas” que mantenían unidas y vivas a las comunidades, pequeñísimas entidades dispersas en el océano del Imperio Romano, sino también adoptando – si no inventando – la nueva forma del texto escrito que deja de ser rollo (volumen) para convertirse en libro (codex). Después, los monasterios, con bibliotecas y scriptoria, las escuelas catedrales, las universidades. Todas las formas de arte se vieron implicadas y acumularon un patrimonio que da consistencia a la cultura de Occidente: la poesía y la literatura, la arquitectura, las artes figurativas, la música. El mismo teatro renace en ambiente litúrgico y celebra los misterios cristianos. El primer libro impreso fue una biblia, las primeras palabras que transmitió el telégrafo de Morse fue un texto bíblico de exaltación de la potencia de Dios, las primeras películas se dedicaron a la Pasión de Cristo, en la primera transmisión sonora de la radio el 24 de diciembre de 1906 Fessenden celebró la fiesta de Navidad proclamando: ”Gloria a Dios en lo alto de los cielos y paz en la tierra a los hombres de buena voluntad. Feliz Navidad a todos”.4 Muchos pueblos – incluidos los europeos – aprendieron a leer y escribir en la clase de catecismo; muchas lenguas encontraron la forma escrita sólo gracias a la obra de misioneros cristianos.
Todo esto no se refiere sólo al pasado. La tarea actual de los cristianos en el ámbito de la comunicación es difícilmente cuantificable. No sabemos sólo que es enorme y presente en cada uno de los países de cada continente; sabemos también que se identifica con una grandísima parte de la acción de la Iglesia.

2. Quali sono i segni e le difficoltà per chi si occupa di comunicazione in ambito religioso?

Mientras nos damos cuenta de la grandeza de la tarea en la comunicación por parte de los que se reconocen en el nombre de Cristo, advertimos también el disgusto y la duda de que tanto trabajo y entrega sean hoy realmente eficaces. Constatamos que el compromiso y la generosidad no bastan, porque el reto va más allá del compromiso y la tecnología: los cambios no tocan sólo los aspectos técnicos, sino que modifican nuestro modo de relacionarnos con el mundo y con los otros, canalizan de forma diferente los flujos de información, cambian los roles en la sociedad, elaboran una nueva cultura, introduciendo – también de formas inadvertidas por la gente – criterios y valores que no coinciden con los de la tradición cristiana.
En estos últimos años nuestra reacción más frecuente ante todo esto ha sido la formulación en el modo más preciso posible del dictado de la fe y de la moral: publicamos documentos, catecismos, pronunciamientos, encíclicas; con ritmo bastante acelerado y en diversos niveles: en el nivel central, en las conferencias episcopales, en cada diócesis. La convicción de base es doble: a) que la precisión y la repetición del mensaje sean garantía de su funcionamiento en el proceso de comunicación; b) que la autoridad de quien lo pronuncia sea garantía de acogida. Pero esa opción no produce los frutos que se esperan de ella. No basta custodiar los tesoros del pasado para que nuestros contemporáneos lleguen a descubrirlos como tales. La opción de la custodia asume las características de una inconsciente, pero real, traición: del mensaje y de todos los que esperan que la mies sea cosechada y el pan compartido.

3. “Gli strumenti della comunicazione sociale sono ben più che semplici strumenti: essi sono veri e propri agenti di una nuova cultura” (Conferenza Episcopale Italiana, Comunicazione e Missione, n. 10.). Cosa vuol dire e quali implicanze nel rapporto Religione e Media?

Le comunicazioni sociali plasmano una nuova cultura
Profili e caratteristiche della nuova cultura

Tutti possono constatare come «lo sconvolgimento che si verifica oggi nella comunicazione presuppone, più che una semplice rivoluzione tecnologica, il rimaneggiamento completo di ciò attraver- so cui l’umanità apprende il mondo che la circonda, e ne verifica ed esprime la percezione […]. I media hanno la capacità di pesare non solo sulle modalità ma anche sui contenuti del pensiero». In altri termini, gli strumenti della comunicazione sociale sono ben più che semplici strumenti: essi sono veri e propri agenti di una nuova cultura. Ogni nuovo medium apparso negli ultimi decenni, con la sua tecnologia, ha parlato un linguaggio suo proprio. Pensiamo al linguaggio audiovisivo, che caratterizza la televisione e il cinema, o al flusso di parole e musica, che caratterizza la radio, o al piegarsi dello stesso linguaggio verbale alle forme iconiche e figurate, tipiche di internet e di quanto sta emergendo nel campo della telefonia mobile.

4. Cosa comporta: essere cristiani nella cultura mediale? (cfr. Direttorio della Conferenza Episcopale Italiana, Comunicazione e Missione, capp. II e III).

CAP. II – Da cristiani nella cultura dei media

Il mistero dell’uomo e la comunicazione sociale
• La persona come essere dialogico- relazionale
• Il soggetto della comunicazione
• Il mistero dell’uomo e la comunicazione sociale
• Il primato della testimonianza
• Dinamismo di ascolto e risposta
• Una dimensione dello spirito
La dimensione comunicativa della Rivelazione
• La Rivelazione come comunicarsi di Dio all’uomo
• La comunicazione unica e singolare del Verbo
• Il Verbo ci pone in comunione con il Padre
• Vita trinitaria mistero di comunione e comunicazione
Gesù: modello di autentica comunicazione
• Gesù, parola vivente ed efficace
• L’uso sapiente dei linguaggi
• Gesti e parole per dire a tutti la salvezza
• Il soffio dello Spirito e la novità dei linguaggi
La Chiesa: mistero di comunicazione salvífica
• La Chiesa mistero di comunione- comunicazione
• La comunione principio e frutto della comunicazione
• La sacramentalità del mondo, di Cristoe della Chiesa
Caratteristiche della comunicazione della fede
• Una Chiesa guidata dallo Spirito Santo capace di comunicare la fede…
• …nel dinamismo dell’ascolto e dell’annuncio
• …nella peculiarità del linguaggio liturgico
• …nell’essere segno e strumento di carità
• Asimmetria fra il contenuto della comunicazione e il medium umano
• La comunicazione nell’ottica della grazia

CAP. III – Integrare il messaggio cristiano nella cultura dei media

L’inculturazione della fede nel tempo dei media
• Nell’ottica del progetto culturale
• La comunicazione, contenuto e rete del progetto culturale
• Un compito antico e sempre nuovo
• Rilevanza del linguaggio artistico
Una Chiesa estroversa e missionaria
• Comunicazione sociale e conversione pastorale
• Formazione e nuove competenze
• Nuove risorse per la comunità
• A partire dalla contemplazione del volto di Dio
• Con una specifica dimensione spirituale
Annuncio, catechesi e comunicazione
• Nello spirito del “Rinnovamento della catechesi”
• Le attitudini comunicative dei catechisti
• Valorizzazione del patrimonio artistico
• La bellezza come via al mistero
La liturgia come pienezza della comunicazione
• Liturgia come azione comunicativa
• Il linguaggio celebrativo
• Per una piena valorizzazione delle parole e dei gesti
• Il linguaggio omiletico
• La Santa Messa trasmessa dai media
• Criteri per la diffusione delle celebrazioni
La comunicazione come servizio ed espressione di carità
• Eminente forma di carità
• Via per la promozione della giustizia
La comunicazione in alcuni ambiti della vita ecclesiale
• Una comunicazione che generi comunione
• Nel dialogo constante e sincero con i pastori
• Il servicio alla verità e il discernimento dei pastori
• La prospettiva ecuménica e interreligiosa
• Promuovere insieme giustizia e pace

5. Cosa vuol dire: educare e fare cultura nella società mediatica? (cfr. Direttorio della Conferenza Episcopale Italiana, Comunicazione e Missione, cap. IV).

I media e l’urgenza educativa
• Educazione ai media e attraverso i media
• Verso nuovi processi formativi integrati
Per una cultura dei media a servizio dell’uomo: famiglia, giovani, società
• Famiglia e media
• I media nel vissuto quotidiano delle famiglie
• Da spettatrice a protagonista della cultura dei media
• Un’attenzione privilegiata alle nuove generazioni – i giovanni
• I giovani e le nuove tecnologie
• Scuola e media
• Nuovi dinamismi negli scambi generazionali
• Nel contesto sociale e politico del Paese – participazione pubblica
• In dialogo con i responsabili dei media
• Saper valorizzare le nuove tecnologie
• Comunicazione della fede e opinione pubblica
• Valori religiosi e legittimazione sociale nei media
Il primato della questione ética
• La dimensione etica della comunicazione – establecer reglas específicas
• Le responsabilità degli operatori – no es suficiente las buenas intenciones
• La centralità della persona e il bene comune
• La verità come orizzonte
• La giustizia come obiettivo permanente
• La responsabilità verso il creato

6. Come comunica l’essere umano (religioso)?

Es prevalentemente simbólica:
• ÍCONOS – semejanzas
• ÍNDICES – relaciones contiguas
• SÍMBOLOS – abstracta, reelaboración
Un significado primo – significante
• CÓDIGOS y LENGUAJES

7. Quali sono le principali modalità con le quali la Chiesa comunica? Indicale e commentale.

A través de la…

TEOLOGÍA
CATEQUESIS
INFORMACIÓN
PASTORAL

8. Quale relazione tra Media e Religione? (cfr. Stout)

• Esta relación es parte de la historia y de la cultura.
• Las fronteras de cada una impiden el compartir de ideas.
• La religión ha sido ampliamente explorada pero no es claro sus conexiones con la comunicación.
• Los medios construyen e instruyen la comunidad. La religión organizada no considera el modo como las personas consideran hoy la relación con lo religioso.
• Hace 20 años esta relación ha empezado a crecer, hoy constituye un campo de estudio y desarrollo, un prominente campo de investigación.
• Son dos los elementos que caracterizan esta relación:
o La religión organizada está siempre presente en diversos medios.
o Los elementos de la religión son experimentados a través de los medios de la cultura popular.

9. Quale il contributo che la Religione sta offrendo ai Media studies? (cfr. Stout)

• ¿Si la religión es un concepto analítico importante porqué no es aplicada más a menudo en los estudios de los Medios? ¿Por qué el tema se ha aprobado cautiosamente en los programas de comunicación en la escuela secular?
• La religión, que en el pasado ha sido controvertida y no bien entendida por los investigadores de los medios, se está convirtiendo en un concepto analítico útil. Este enfoque coloca a la religión, que antes se veía como un área marginal, en una posición más central en los estudios de medios al analizar los medios según sus rituales, creencias, comunidad y dimensiones de sentimientos en lugar de validar la teología o defender las cosmovisiones espirituales.
• ¿Por qué la religión está cercana con cautela en programas de comunicación en universidades laicas?
• Solo recientemente los académicos de los medios de comunicación han llegado a abrazar la idea, compartida por antropólogos. De la religión, que estos cuatro elementos son conceptos clave de ordenación de la vida cotidiana. Según Sylvan (2005), es “la noción de que la religión, en un sentido más amplio y más fundamental, es el sustrato subyacente de toda actividad cultural y sirve de base para la cultura en general” (p. 13). Un enfoque amplio para un estudio de los aspectos religiosos de los medios de comunicación es reconocido por los académicos: Los estudios antropológicos de la religión comparada y el chamanismo demuestran que todas las culturas poseen ritos, mitos, formas divinas, objetos sagrados y venerados, símbolos, hombres consagrados [sic] y lugares sagrados. Cada categoría está vinculada a una morfología distintiva que organiza la experiencia y otorga un significado sagrado o extraordinario a ciertos tipos de conducta y experiencia. (Rojek, 2007, p. 172)
• Mientras la separación de los teólogos y los seculares es importante, el examen de la religión de la perspectiva de la cultura se ha acentuado en los estudios intermedios. La sociología de la religión, la psicología de la religión, y la antropología de la religión son campos emergentes, pero para una variedad de razones, la zona comparativa en los medios de estudio es sólo el inicio de la toma de raíz.
• La religión es multidimensional: fe, comportamiento, comunidad, sentimiento. El objetivo no es sostener la espiritualidad o alguna particular visión del mundo.
• Hoy se habla de un estudio interdisciplinar.

10. Cosa intendiamo per numinoso? La definizione di Otto Rudolf.

En un mundo postmoderno, materialistas, ateo hay una calidad numinosa en la naturaleza y en la experiencia humana.
NUMINOSO – viene de NUMEN, divinidad o voluntad divina – ALGO IMPRESIONANTE.
Rudolf Otto – NUMINOSO es algo que despierta de la mente (sugestión, miedo, fascinación). No es algo solo religioso, también en la experiencia de los medios.

11. La qualità della comunicazione umana, il modello proposto da Lever.

A) Comunicar: una acción de tres componentes
a. DIMENSIÓN CONTACTO – CONTROL (veritativa) – toda forma de comunicación es una proyección hacia fuera que el sujeto realiza para establecer un contacto con la realidad.
Radicalmente la comunicación es un acto de “exploración”: de nosotros mismos y de lo que es distinto de nosotros. Es descubrimiento y ejercicio de organización de la realidad y de nosotros mismos.
Lo que es objeto de mi comunicación es verdadero, no es fruto de invención.
b. EL COMPONENTE SIGNO (CULTURA) – nosotros dependemos totalmente de las informaciones que logramos recoger y del modo en que hemos aprendido a organizarlas en forma de signos.
Vivimos en un mundo de signos que hemos construido.
Se construyen signos, se elaboran enteros sistemas culturales.
c. EL COMPONENTE RELACIÓN – las palabras y los signos son la condición indispensable y el resultado de un trabajo ejecutado en colaboración: se inventan al mismo tiempo.
Nuestra mente sigue elaborando informaciones disponibles en busca de un nombre.
Los nombres son convenciones: lo usamos en una determinada comunidad.

B) Utilidad de este modo de concebir la comunicación
Los tres componentes no se pueden separar entre sí: están siempre conjuntamente presentes en toda forma de comunicación humana auténtica.
Los problemas nacen cuando falta o se trastornan uno de los componentes.

12. Quali sono le funzioni dell’immagine?

a. Representa La REALIDAD Hace presente – cuenta
b. Significa o
c. Media la IRREALIDAD Visualiza lo no existente – explica realidades profundas

13. In che misura la distinzione operata da Melot tra picture e image può interessare la comunicazione religiosa? Come si relaziona alle componenti del segno?

Quando parliamo di immagine facciamo riferimento alla cosa (picture) e/o a una idea (image); la prima rappresenta e comunica la seconda. Due sono le caratteristiche che emergono: l’immagine è il risultato di una costruzione e ha una natura intermediaria.
La IMAGEN – contrapposta alla parola, a volte in simbiosi con essa, l’immagine rivendica una sua autonomia, una sua eleganza, una sua retorica, una sua estetica
Esperienza dell’unicum dell’immagine, della sua originale e irripetibile capacità di rappresentare – cioè di rendere presente – sia il reale (battaglie, eventi, vita ordinaria) e sia il non reale (divinità, miti, per i cristiani la stessa Trascendenza, ecc.). L’originale restava unico, c’era la copia ed era pressoché sconosciuto la possibilità (e il concetto) di produzione seriale.

14. Secondo Melot, quali sono le varianti di rappresentazione e significazione che l’immagine ha in rapporto alla realtà a cui fa riferimento?

Melot, inoltre, passa in rassegna le possibili varianti di rappresentazione e significazione che l’immagine ha in rapporto alla realtà a cui fa riferimento:
• Il modello e il suo doppio: l’immagine non è la somiglianza; non è una cosa, ma una relazione; è sempre immagine di qualcosa o qualcuno senza esserne il suo doppio.
• La dissomiglianza: la caricatura (deformazione dei tratti che rende ancora più somigliante); l’icona religiosa (non deve diventare idolo, ma icona da venerare).
• Essere in rappresentanza: ruolo universale delle immagini per Régis Debray.
• Proiezione mentale: proiezione dello spirito che mette in relazione (elaborazione) modelli
memorizzati.
• Strumentazioni:
o Rispetto di un certo numero di regole di rappresentazione per la sua realizzazione e riconoscimento: convenzioni dell’epoca e della comunità;
o La cornice definisce l’immagine: sezionamento e selezione.

15. Quali sono gli elementi caratterizzanti l’immagine?

• L’immagine è una questione religiosa, dalla posta in gioco direttamente politica. Credenza.
• L’immagine è una questione di estetica, Autonomia dell’arte sulla religione, subordinata al potere político. Gusto
• L’immagine è questione di investimento, L’economia decide il suo valore esua distribuzione.
Acquisto

16. In che misura “l’educazione alla bellezza” può essere di aiuto alla religione, alla conoscenza della Trascendenza? (cfr. Giovanni Paolo II, Lettera agli Artisti, 4 aprile 1999; Paolo VI, Omelia messa degli artisti, maggio 1964; Benedetto XVI, Incontro con gli artisti, 21 novembre 2009).

La valorizzazione del patrimonio artistico è anche educazione alla bellezza, che «è cifra del mistero e richiamo al trascendente. È invito a gustare la vita e a sognare il futuro. Per questo la bellezza delle cose create non può appagare, e suscita quell’arcana nostalgia di Dio»

Al notar que lo que había creado era bueno, Dios vio también que era bello. La relación entre bueno y bello suscita sugestivas reflexiones. La belleza es en un cierto sentido la expresión visible del bien, así como el bien es la condición metafísica de la belleza.
La belleza es la vocación a la que el Creador le llama con el don del « talento artístico ». Y, ciertamente, también éste es un talento que hay que desarrollar según la lógica de la parábola evangélica de los talentos.
Quien percibe en sí mismo esta especie de destello divino que es la vocación artística —de poeta, escritor, pintor, escultor, arquitecto, músico, actor, etc.— advierte al mismo tiempo la obligación de no malgastar ese talento, sino de desarrollarlo para ponerlo al servicio del prójimo y de toda la humanidad.
La belleza es clave del misterio y llamada a lo trascendente. Es una invitación a gustar la vida y a soñar el futuro. Por eso la belleza de las cosas creadas no puede saciar del todo y suscita esa arcana nostalgia de Dios que un enamorado de la belleza como san Agustín ha sabido interpretar de manera inigualable: «¡Tarde te amé, belleza tan antigua y tan nueva, tarde te amé!».
Os deseo, artistas del mundo, que vuestros múltiples caminos conduzcan a todos hacia aquel océano infinito de belleza, en el que el asombro se convierte en admiración, embriaguez, gozo indecible.

17. Quali sono le funzioni della bellezza che Benedetto XVI suggerisce agli artisti? (cfr. Incontro con gli artisti, Cappella Sistina 21 novembre 2009)

“Este mundo en que vivimos tiene necesidad de la belleza para no caer en la desesperanza. La belleza, como la verdad, es lo que pone la alegría en el corazón de los hombres; es el fruto precioso que resiste a la usura del tiempo, que une las generaciones y las hace comunicarse en la admiración. Y todo ello por vuestras manos… Recordad que sois los guardianes de la belleza en el mundo”
Una función esencial de la verdadera belleza, que ya puso de relieve Platón, consiste en dar al hombre una saludable “sacudida”, que lo hace salir de sí mismo, lo arranca de la resignación, del acomodamiento del día a día e incluso lo hace sufrir, como un dardo que lo hiere, pero precisamente de este modo lo “despierta” y le vuelve a abrir los ojos del corazón y de la mente, dándole alas e impulsándolo hacia lo alto. La expresión de Dostoievski que voy a citar es sin duda atrevida y paradójica, pero invita a reflexionar: “La humanidad puede vivir —dice— sin la ciencia, puede vivir sin pan, pero nunca podría vivir sin la belleza, porque ya no habría motivo para estar en el mundo. Todo el secreto está aquí, toda la historia está aquí”. En la misma línea dice el pintor Georges Braque: “El arte está hecho para turbar, mientras que la ciencia tranquiliza”. La belleza impresiona, pero precisamente así recuerda al hombre su destino último, lo pone de nuevo en marcha, lo llena de nueva esperanza, le da la valentía para vivir a fondo el don único de la existencia. La búsqueda de la belleza de la que hablo, evidentemente no consiste en una fuga hacia lo irracional o en el mero estetismo.
Con demasiada frecuencia, sin embargo, la belleza que se promociona es ilusoria y falaz, superficial y deslumbrante hasta el aturdimiento y, en lugar de hacer que los hombres salgan de sí mismos y se abran a horizontes de verdadera libertad atrayéndolos hacia lo alto, los encierra en sí mismos y los hace todavía más esclavos, privados de esperanza y de alegría. Se trata de una belleza seductora pero hipócrita, que vuelve a despertar el afán, la voluntad de poder, de poseer, de dominar al otro, y que se trasforma, muy pronto, en lo contrario, asumiendo los rostros de la obscenidad, de la trasgresión o de la provocación fin en sí misma. La belleza auténtica, en cambio, abre el corazón humano a la nostalgia, al deseo profundo de conocer, de amar, de ir hacia el Otro, hacia el más allá. Si aceptamos que la belleza nos toque íntimamente, nos hiera, nos abra los ojos, redescubrimos la alegría de la visión, de la capacidad de captar el sentido profundo de nuestra existencia, el Misterio del que formamos parte y que nos puede dar la plenitud, la felicidad, la pasión del compromiso diario. Juan Pablo II, en la Carta a los artistas, cita al respecto este verso de un poeta polaco, Cyprian Norwid: “La belleza sirve para entusiasmar en el trabajo; el trabajo, para resurgir” (n. 3). Y más adelante añade: “En cuanto búsqueda de la belleza, fruto de una imaginación que va más allá de lo cotidiano, es por su naturaleza una especie de llamada al Misterio. Incluso cuando escudriña las profundidades más oscuras del alma o los aspectos más desconcertantes del mal, el artista se hace, de algún modo, voz de la expectativa universal de redención” (n. 10). Y en la conclusión afirma: “La belleza es clave del misterio y llamada a lo trascendente” (n. 16).

18. Quali sono le funzioni dell’immagine secondo san Tommaso? (cfr. contributo di Patella)

• Capacidad instructiva (puedo aprender como se hace de un libro).
• Capacidad rememorativa (llevan la memoria de la cosas santas y las hacen fácilmente recordar).
• Capacidad emocional (estimulan la devoción).

19. Come Florenskij definisce l’icona? (cfr. contributo di Patella)

El ícono, por el hecho de ser una imagen sagrada, no es un objeto artístico.
El ícono es el resultado de una creación, una representación sensible de algunos, per esencialmente, “revelación” y “testimonio”.
Confirma y proclama, anuncio por medio de colores del mundo espiritual.
Puerta real por el cual atraviesan quienes entran en contacto con el mundo espiritual, a través del cual entramos en contacto con el mundo espiritual, a través hacemos una experiencia de vida en el espíritu.
Ventana puesta en el límite entre lo humano y lo divino.
En el signo visible de las formas de colores se manifiesta lo invisible.

20. Quali sono le motivazioni e le finalità che portarono alla legalità delle immagini nella religione cattolica?

En el Occidente cristiano, superado el interdicho veterotestamentario de la imagen, en el cual de lo contrario permanece fiel la tradición judía, bautizado a una nueva vida en las fuentes del II Concilio de Nicea en el cual no solo se sancionaba la herejía iconoclástica sino también la legalidad de las imágenes en la religión católica. Tema importante por todo lo que significa la veneración, se pasará a una extraordinaria experiencia icónica barroca, que representa la respuesta católica más enérgica a la furia iconoclástica de la Reforma protestante… se llegó a la civilización de la imagen.
En el II Concilio de Nicea se ha encontrado la sistematización religiosa y doctrinal más elevada a la cuestión de la imagen.

21. Quale distinzione tra immagine copia e immagine icona? (cfr. contributo di Patella)

La imagen copia es el reflejo sensible de la idea sopra sensible.
La imagen ícono es el acceso privilegiado a una visión espiritual.
Estamos pasando a la imagen como cosa, artefacto que no es ni copia, ni original, que tiene la propia realidad en sí misma y está y está desenganchado de riferimento a un prototipo.

22. Quali gli aspetti antropologici-pedagogici della bellezza? (cfr. contributo Mantovani)

È bene che ogni catechesi presti una speciale attenzione alla “via della bellezza” (via pulchritudinis). Annunciare Cristo significa mostrare che credere in Lui e seguirlo non è solamente una cosa vera e giusta, ma anche bella, capace di colmare la vita di un nuovo splendore e di una gioia profonda, anche in mezzo alle prove. In questa prospettiva, tutte le espressioni di autentica bellezza possono essere riconosciute come un sentiero che aiuta ad incontrarsi con il Signore Gesù. Non si tratta di fomentare un relativismo estetico, che possa oscurare il legame inseparabile tra verità, bontà e bellezza, ma di recuperare la stima della bellezza per poter giungere al cuore umano e far risplendere in esso la verità e la bontà del Risorto.
Bisogna avere il coraggio di trovare i nuovi segni, i nuovi simboli, una nuova carne per la trasmissione della Parola, le diverse forme di bellezza che si manifestano in vari ambiti culturali, e comprese quelle modalità non convenzionali di bellezza, che possono essere poco significative per gli evangelizzatori, ma che sono diventate particolarmente attraenti per gli altri».
In questo senso è altamente meritevole ogni opera di formazione e di qualificazione professionale volta alla manutenzione e conservazione dei beni culturali, ambientali e dei monumenti, non solo perché non degradino e mantengano una loro funzionalità, ma anche perché possano essere “vissuti” per la bellezza che incarnano e di cui sono portatori, prolungandone così nel tempo l’accessibilità e la fruizione.
Per questo nell’opera educativa vale la pena spendersi per formare i giovani alla creazione e alla conservazione artistica e culturale, e privilegiare percorsi di qualificazione permanente e di approfondimento nella professionalità e nella competenza di tutti coloro che lavorano nella promozione e realizzazione di eventi artistici e culturali.

23. Come si esplicita il contenuto religioso in un testo mediale?

Il testo mediale è un testo complesso… quindi, ognuno parla/spiega di questo tema.

24. Nel modello Griglia per una analisi e valutazione di un’opera, dove possiamo collocare il contributo della Retorica?

La retorica è techne in grado di produrre persuasione (pythanon) riguardo a qual si voglia argomento proposto.
oggetto della retorica non è la aletheia (verità), ma l’eikós (possibile, verosimile), ovvero ciò che è valido nella maggior parte dei casi, relativamente a tutto ciò che ammette una situazione differente dalla tesi sostenuta.
Lo scopo della retorica: la persuasione intesa come approvazione della tesi dell’oratore da parte di uno specifico uditorio.
La persuasione: arte di modificare l’atteggiamento o il comportamento altrui attraverso uno scambio di idee.

La parola persuasione a volte può avere un tono negativo, questo è dovuto in particolar modo all’utilizzo esagerato e poco etico che ne fanno alcuni venditori ed aziende.
La retórica la podemos colocar entre el intertexto, el texto y el cotexto.

25. In che misura la Radio può aiutare a trasmettere la Fede?

DONARE/CONDIVIZIONE + COMUNIONE COMUNITÀ + TESTIMONIANZA
Il punto di partenza è capire e far capire che prima del mezzo di comunicazione c’è una idea, un contenuto, un messaggio che si vuole trasmettere, e che ci sono delle persone che sono gli artefici di questo scambio. Questo vuol dire mettere in evidenza, all’interno di un processo comunicativo che si realizza attraverso un mezzo di comunicazione, l’importanza imprescindibile dello stabilire prima di tutto un contatto/relazione con le persone, stabilire, cioè, un rapporto personale tra chi propone e chi accoglie il messaggio.
Significa anche essere consapevoli che non basta avere un tecnologia a disposizione per fare comunicazione e, ancor di più, opera di evangelizzazione.
Il primo è quello di superare il fascino che la novità tecnologica esercita su ciascuno di noi: questo fascino può trasformarsi facilmente in una illusione.
il secondo punto: dopo avere superato l’ingenuità e l’illusione che il “giocattolino tecnologico di turno” sia la chiave di volta e di svolta per il mio impegno nell’evangelizzazione, bisogna ritornare alla consapevolezza che la “trasmissione” della fede più che un problema di mezzi e/o canali e soprattutto una questione di incontro, di relazione tra le persone, di scambio di sguardi, di parole, di sentimenti, di esperienza di vita.

26. Alla luce delle caratteristiche generali e specifiche della Radio, quale definizione possiamo dare per le Radio evangeliche? Fai alcuni esempi.

Possiamo dare la seguente definizione di “Radio Evangeliche”… Radio per un pubblico “specializzato” che ricerca e riceve un “prodotto” specifico sotto forma di un “servizio” come flusso continuo di preghiera e predicazione.
—–Alcuni esempi:
modello radio Generalista/Nazionale-Radio RAI
Modello Radio Istituzionale/Comunitaria- Radio Inblu
Modello Radio Evangelica/Comunitaria-Radio MAria e Radio Evangelo
Modello Web Radio/Comunitaria – Radio Più e Radio on the move.

27. Quali indicazione Papa Francesco offre ai dirigenti, ai dipendenti e ai collaboratori della Televisione (CTV)?

Papa Francesco li invita a fare due cose :
• Per giocare in squadra
• Essere professionisti nel loro lavoro

28. Quali reciproci vantaggi nel rapporto Religione (Vaticano, Papa) e Televisione? (cfr. documentario Santità faccia finta di pregare).

L’apertura della chiesa verso gli strumenti della comunicazione ha significato una nuova possibilità di portare il Vangelo. Leone XIII (1878 -1903) sottolineò che “invece che discutere sulla libertà di stampa, i cattolici dovevano usarla a profitto della Chiesa”. Invitò le province ecclesiastiche a usare la stampa e pubblicare i doveri dei cristiani verso chiesa. Ma fu Pio XII che nel suo lungo pontificato (1939-1958) vide la nascita della televisione. Sotto il suo pontificato viene concessa l’autorizzazione per la trasmissione della messa in televisione. Per lui la televisione era un nuovo pulpito dal quale poteva raggiungere le masse, era un nuovo modo per affermare l’autorità, il precetto della Chiesa nel mondo.

Possiamo affermare che tra religione e Televisione c’è una storia di aiuto reciproco. Attraverso la televisione entrambi arrivano alle masse, la Chiesa e la Televisione, entrambi vogliono arrivare soprattutto ai più vulnerabili della società. Pio XII ha un legame speciale anche con lo sviluppo della televisione. Infatti, quello che potremmo chiamare il primo evento mediatico fu precisamente la trasmissione dei sui funerali il 10 ottobre del 1958.
Lungo il pontificato di Giovanni XIII, il mezzo televisivo inizia a palesarsi come uno strumento unico, in grado non solamente di offrire immagini immediate di ciò che avviene, ma anche di custodire un patrimonio visivo di grande valore.

Anche Papa Giovanni Paolo II fu un grande della televisione. Ricordiamo come sono stati curati e seguiti i suoi viaggi apostolici. Nel suo discorso all’Angelus del 28 gennaio 1996 Papa Wojtyla sottolineava le grandi possibilità che la televisione offre, ma anche i grandi pericoli ai quali ci espone: “Innegabile è il valore dei mass media. Ben usati essi possono rendere un servizio inestimabile alla cultura, alla libertà ed alla solidarietà.

Per Papa Francesco le nuove tecnologie sono un servizio al Vangelo e alla Chiesa. Da qui il dovere di fare un uso di questi mezzi, in modo che come sale e luce fecondino e illuminino il mondo per favorire un’azione più efficace della Chiesa per quanto riguardano le comunicazioni sociali… al fine di offrire nuovi strumenti con cui svolgere nel mondo l’universale missione della chiesa in questa specie di autostrada globale della comunicazione. Tuttavia, la prospettiva non deve esse mondana, ma ecclesiale, capace di contribuire ad avvicinare la Chiesa al mondo.

29. Quali le principali tappe storiche della messa in televisione?

Primi trasmisione:
25 dicembre 1948
• cattedrale di Nôtre-Dame, Parigi, card. Suhard
• cattedrale di San Patrizio, New York, card. Spellman
• poi Francia, America, Cuba, Olanda.

Italia
• 25 dicembre 1952, chiesetta di San Gottardo in Corte, Milano – sperimentazione tecnica
• Settembre 1953 due funzioni religiose da Torino in occasione del Congresso eucaristico nazionale. Fase sperimentale, solo per il Nord.
• 1° novembre 1953, Eurovisione, Duomo di Milano, card. Schuster
• 1967 messa via satellite, Europa e America, Mariazell (Austria), 180 milioni spettatori
• 1954 prima messa in eurovisione: Parigi, card. Feltin (San Pietro, Pio XII)

30. Quali le norme indicate dal Direttorio sulle comunicazioni sociali della CEI per la messa in televisione?

CEI, Comunicazione e missione. Direttorio sulle comunicazioni sociali nella missione della Chiesa, 64:

• Operare «per il continuo perfezionamento contenutistico e tecnico di queste trasmissioni» (CP 56)
Valutare con attenzione l’impatto e il ruolo dei mezzi
Sobrietà delle immagini e pertinenza del commento.
• Non è da equiparare la partecipazione diretta e reale a quella mediata e virtuale
• Una forma assai valida di aiuto nella preghiera (malato o impossibilitato a essere presente) fuorviante trasmettere celebrazioni sacramentali in differita o in replica.

CEI, Comunicazione e missione. Direttorio sulle comunicazioni sociali nella missione della Chiesa, 65:

Autorizzazione dell’Ordinario del luogo
Preparazione adeguata secondo i criteri stabiliti dall’autorità ecclesiastica (Cfr CEI 1973)
• Convenzione (diocesi o Conferenza episcopale e l’emittente)
Collaborazione tra ufficio per le comunicazioni sociali ufficio liturgico
• La comunità ecclesiale: celebrazione esemplare, con un’accurata preparazione dei fedeli e particolari accorgimenti da concordare con gli operatori della comunicazione, evitando alterazioni
Coinvolgimento da parte delle comunità cristiane: integrato dal servizio dei ministri straordinari che portano l’Eucaristia ai malati, recando ad essi il saluto e la solidarietà dell’intera comunità

31. Messa e pratiche di pietà in Televisione: vantaggi, svantaggi, indicazioni, soluzioni pastorali.

La trasmissione della messa in televisione ha come pubblico privilegiato, anche se non esclusivo, persone ammalate e anziane, perciò è auspicabile un sempre maggior coinvolgimento da parte delle comunità cristiane che, nel contesto parrocchiale o negli istituti di cura, possono creare un utile collegamento. Le comunità ecclesiali devono essere consapevoli del fatto che la trasmissione televisiva o radiofonica costituisce un aiuto prezioso, soprattutto se integrato dal generoso servizio dei ministri straordinari che portano l’Eucaristia ai malati, recando ad essi il saluto e la solidarietà dell’intera comunità.
La trasmissione della messa aiuta, inoltre, la Chiesa a mettersi in contatto con la gente, a conoscerne bisogni e attese, a creare sensibilità e partecipazione, a dare risposte ai dubi delle persone e a tenere tutti i membri delle comunità in comunicazione. Per questo la Chiesa invita i professionisti della comunicazione a non servire i soli interessi economici, commerciali e politici particolari, ma a porsi in ascolto e a servizio delle persone e della comunità. I comunicatori devono cercare di comunicare con la gente. Devono imparare a conoscere i bisogni reali delle persone ed essere informati sui problemi e le situazioni delle comunità.
In ogni caso, l’impatto e il ruolo dei mezzi della comunicazione sociale vanno valutati con attenzione, soprattutto in presenza di celebrazioni sacramentali, dove risultano fondamentali la sobrietà delle immagini e la pertinenza del commento. Per la natura e le esigenze dell’atto sacramentale non è possibile equiparare la partecipazione diretta e reale a quella mediata e virtuale, attraverso gli strumenti della comunicazione sociale. Per questo motivo la Celebrazione eucaristica deve essere trasmessa nel momento in cui essa si svolge in un luogo sacro, non in differita o in modo ripetitivo attraverso i media.

32. In che modo si manifesta la trascendenza nel cinema? (cfr. contributo di Fantuzzi e Schrader).

Secondo Fantuzzi, la trascendenza non si trova necessariamente nei film spettacolari, destinati alle masse che trattano argomenti biblici, cristologici o agiografici che fanno largo uso degli effetti speciali. È più corretto cercare trace della trascendenza in film che rifuggono dallo straordinario, nel senso spettacolare del termine e cercano invece lo straordinario nell’ordinario, il divino nell’umano, il miracoloso nel quotidiano.
Si può accedere alla trascendenza servendosi di una narrazione cinematografica di tipo realistico che presenti i dati nella loro disadorno obiettività. La trascendenza si manifesta nel cinema mediante l’uso diretto e allusivo del linguaggio simbolico, piuttosto che nella linearità di una narrazione realistica. La trascendenza che è sempre in qualche modo presente nei film animati dal soffio dell’ispirazione poetica può essere trattata in maniera convincente anche nei film di buona fattura artigianale. Le convinzioni personali di chi fa il film si riflettono in esso, perciò un buon film religioso sarà fatto da una persona che ha una qualche esperienza di fede.

33. Secondo Fantuzzi quali sono i modelli di rappresentazione del religioso nel Cinema?

• Oleografico – RIPROPOSIZIONE
• Narrativo realistico

34. Cosa intende Schrader per stile trascendentale?

Dal punto di vista semantico, lo stile trascendentale è semplicemente una forma cinematografica universale che esprime il trascendente.
Schrader studia le manifestazioni artistiche contemporanee del sacro attraverso l’analisi delle loro comuni orme e tecniche cinematografiche e si fonda su due premesse:

1) che esistono delle teofanie, cioè delle manifestazioni del sacro in grado di esprimere il trascendente nella società (Eliade);

2) che ci sono forme di rappresentazione artistica comuni a culture differenti (Wolfflin). Lo stile trascendentale è la sintesi di queste due premesse.

35. Quale provocazione fa la sceneggiatrice Barbara Nicolosi sui film cristiani?

Prima di tutto lei chiarisce le cose dicendo che non esistono film cristiani ma film che hanno diversi fini. Un film fatto da cristiani dovrebbe lavorare a un livello teologico per i credenti, ma può e deve funzionare con un pubblico laico su un piano artistico e narrativo. Un film è tanto più “cristiano” quanto è capace di avere un impatto su un pubblico non cristiano. Dove c’è una “buona intenzione” la storia generalmente fallisce. La storia basta, non c’è bisogno di allegare un’omelia. Abbiamo bisogno di parabole scritte da persone con il cuore pieno di vita e capaci di portare negli altri ispirazione e compunzione. O per dirla con Aristotele, la società ha bisogno di storie che generino esperienze di catarsi, di compassione e di paura del male.

36. Barbara Nicolosi, ispirandosi ad Aristotele, suggerisce che la società ha bisogno di storie che generino esperienze di catarsi, di compassione e di paura del male. Alla luce del percorso fatto durante le lezioni, in che misura ritieni che questo possa essere valido o non valido nel rapporto tra Cinema e Religione?

La società e sovraccarica di storie. Non manca la narrazione di cose, ma in un certo modo manca l’esperienza di senso e di appartenenza. I valori religiosi forse non sono così presenti nella società e in un certo modo tocca a noi a dare un’impronta diversa alla produzione multimediale di qualsiasi genere. Ritengo valido la provocazione di dare cuore alle storie invece di strutture elaborate fino al dettaglio. Il cinema è un mezzo che riesce a suscitare emozioni. Non lo so se genera esperienze come genera introspezione. Un grande rischio è l’immediatezza di queste emozioni: vedo la Passione di Gibson, mi commuovo, ho forse una compassione, ma poi tutto scompare man-mano che passa l’effetto della visione. La validità di un tale suggerimento può essere pressa in considerazione se non si impongono le finalità, se non si fa una propaganda, ma se queste vengono proposte come alternativa specifica della religione.

37. Simboli religiosi, il dilemma dell’appartenenza tra religione, cultura e società.

Prima di tutto dobbiamo dire che ogni religione nasce dentro una cultura che appartiene a una società. Così possiamo capire meglio che i simboli religiosi sono espressioni di queste due aree di influenza. La migrazione di questi simboli in vari contesti si può presentare come un problema perché possano essere irrilevanti o proprio insignificanti per alcune culture. Se questa appartenenza coinvolge la questione di riproducibilità o di usufruire in modi distorsi da quello autentico, il problema è di rispetto dato al significato o il mutamento di senso. Sono simboli perché sono riconosciuti e condivisi, diventano rappresentazioni di una certa idee se sono svuotati del significato iniziale e manipolati in modo sbagliato. Simboli religiosi come parte integrante la cultura occidentale, segni che tutti possono utilizzare liberamente. Simboli religiosi -marchi/brand/loghi. Oggi i simboli religiosi sono utilizzati in modo più creativo.

38. Come Nardella risolve e propone il rapporto tra Pubblicità e Religione?

Troviamo i seguenti tratti caratteristici tra il pubblicità e la religione:
alcune pratiche, simboli e le credenze di solito appartengono alla religione sono utilizzati per la commercializzazione di beni e servizi dei prodotti mondani. Ad esempio, uso della crocifisso come gioiello, meditazione di Buddhism per rilievo di sforzo o acque minerali e bevande alcoliche sono altri prodotti che venivano commercializzati attraverso immagini religiose ecc.

• Utilizzo di pratiche e simboli per fini non religiosi
• Crocifisso come gioiello – in tale ottica, la varietà di simboli e pratiche ‘spiritualita’ che vengono commercializzati sotto forma di beni di consumo
• Economia/Spritualità:
o Scardinamento e reincardinamento di segni (significante-significato) (mercificazione)
o Spiritualità come merce da acquistare per esserne parte.

La confluenza di economia e ‘spiritualità sembra aver prodotto “Capitalismo New Age”, un sistema economico dove pratiche religiose.

Ci sono un certo numero di analisi che rivelano che in passato alcuni simboli religiosi sono stati utilizzati per scopi commerciali (principalmente nel contesto degli S.U.A. Non sono molte analisi qualitative sull’uso pubblicitario di temi religiosi. La maggior parte, inoltre, ha esaminato pubblicità circolate negli Stati Uniti.

…dalle ricerche emerge che:

• I riferimenti religiosi si presentano come un insieme di rappresentazioni riconducibili non al mondo religioso istituzionale quanto alla cultura occidentale nel suo complesso.
• I Motivi per usare:
• Cristianesimo: tendono ad essere usati per scioccare il pubblico.
• Buddismo e Induismo: enfatizzazione del prodotto come moderno, trendy
Nonostante tale differenza d’uso, l’esito appare essere in entrambi i casi lo stesso: sia i simboli cristiani che quelli orientali sono soggetti a un capovolgimento che li allontana dall’universo religioso istituzionale.
• quando usano, non tanto per appropriarsi, dei suoi valori, piuttosto per distorcerli e, allo stesso tempo, per prendere da essi le distanze, specialmente se il target dei messaggi e’ rappresentato da giovani. Il che viene interpretato come un segnale del fatto che l’universo religioso non e più protetto da “un’aura santificante” e che il processo di secolarizzazione continua ad avanzare in modo apparentemente inarrestabile.

Conflitti sull’uso dei simboli
Oggi i pubblicitari facciano ricorso alla simbologia religiosa in modo più “creativo” rispetto al passato. Tuttavia, appare anche che un eccesso di creatività possa far emergere dei conflitti.
Questi sono scatenati dalle istituzioni religiose quando percepiscono le invasioni semantiche della pubblicità come un attacco contro il loro potere simbolico. – un caso relativamente recente di conflitto fra pubblicità e istituzioni religiose e’ stata l’ultima cena di Leonardo. Questa pubblicità venne censurata in Francia in seguito a un’azione legale intentata dalle gerarchie cattoliche contro Girbaud.

DUE possibili soluzioni della questione. (Baffoy e Burnet)

  1. Riconoscere i simboli religiosi come parte integrante della cultura occidentale, assimilandoli a un patrimonio di segni che tutti possono utilizzare liberamente. Nel primo caso le istituzioni religiose risulterebbero di fatto svantaggiate nei confronti delle imprese capitalistiche che possono ricorrere al diritto industriale per difendere i propri segni.
  2. Reconoscere alle istituzioni religiose una sorta di monopolio legale sui simboli che hanno creato e controllato per secoli. Nel secondo caso, i simboli religiosi verrebbero considerati marchi a tutti gli effetti e dunque godrebbero di protezione legale quanto quelli delle aziende for profit.

La pubblicità è come una forma di religione:
aiuta a comprendere il mondo e la propria collocazione integrando in una sfera magica e sopranaturale.

Pubblicità e Religione hanno funzioni simili:
• Proposta di un sistema etico e morale
• Migliorare l’integrazione sociale
• Rafforzare i legami interpersonali con scambio di beni simbolici

Pubblicità come religione totemica:
Costruisce clan di consumo (riconoscimento e appartenza), propone stili di vita, i prodotti diventano simboli

39. Quali le interpretazioni e le tesi nel rapporto tra Marketing e Religione?

Marketing e religione si presentano oggi come i poli di una relazione complessa, che si sviluppa in più direzioni e dalla quale emergono una serie di nodi da risolvere.
Come schema generale di riferimento, si propone de pensare che la relazione fra religione e marketing si muove su almeno tre poli: quello della religione, quello del marketing, e quello che qui indichiamo del consumatore.

Polo della religione: la religione inoltre può essere considerata un agente di vendita dei propri valori religiosi , tradizioni, coltura ecc. Pertanto, le religioni devono ‘ vendere ‘ i loro prodotti di fede, le pratiche religiose ai ‘ consumatori ‘ – i fedeli. Le istituzioni religiose diventano ‘ agenzia di marketing ‘ e le tradizioni religiose diventano merci di consumo. Qual è il tuo marchio o qual è il tuo marchio religioso? -cattolico o indù ecc.
Una visione sociologica della religione può essere ciò che è stato detto sopra.

Oltre a questo, nella storia, la vendita dei prodotti è accaduto all’interno delle religioni-cominciando con il pagamento per l’indulgenza, le vendite dei libri religiosi, Bibbie ci era una logica del mercato che è stato inserito nella religione. Anche a seconda delle feste liturgiche c’erano un sacco di affari e di marketing che si svolgono. Per esempio cose speciali per Natale o per avvento ecc.

Merchandising cristiani dei protestanti d’America.

Brand developing di congregazioni religiose-specializzate per i giovani, per la predicazione ecc. proprio come nel mondo commerciale, si sviluppano i ministeri specializzati e i loro servizi di congregazioni religiose. madre Teresa è per il servizio ai più poveri dei poveri.

Nell’Islam: la religione bancario-i prodotti Halal devono essere specificati

Come un mercato in cui si instaura un regime di concorrenza Istituzionalizzazione e Privatizzazione
Pluralismo: la religione venduta a clienti che devono compare Commercializzazione della religione: Tempio, Cattedrali, Bibbia
Utilizzo da parte dei protestanti: dal merchandising (‘20) alla fede (‘60) Brand religioso: halal, koscher, Madre Teresa, Don Bosco, Salesiani,…

Il polo del consumatore:
• secondo le esigenze spirituali personali della persona, lui o lei può ottenere ciò che lui o lei vuole.
• In questo modo, la religione diventa personalizzata-sembrava più di una realtà soggettiva.
• In questa sfera del consumismo economico si sviluppano nuove forme di religiosità.

Attore + o – libero : the individual is almost free to choose what he wants in his religious requirement
• Dimensione soggettiva della religione.
• Mercato come religione (centri commerciali, domenica e lavoro, rito dello shopping, tempi religiosi/commercialis
• Brandies communities
• Il sacro è un tratto prettamente umano
• La religione come piacimento del ricercatore (fedele)

Il polo del marketing

Dal polo del marketing troviamo le seguenti caratteristiche:
• Alcune pratiche e simboli, le credenze di solito appartengono alla religione sono utilizzati per la commercializzazione di beni e servizi dei prodotti mondani. Ad esempio. Uso di Croce, Buddismo meditazione per alleviare lo stress.
• Utilizzo di pratiche e simboli per fini non religiosi
• Crocifisso come gioiello
• Economia/Spritualità:
o Scardinamento e reincardinamento di segni (significante-significato) (mercificazione)
o Spiritualità come merce da acquistare per esserne parte.

40. Quali i principali temi dell’uso della Religione nella Pubblicità?

  • L’aldilà: (il paradiso, il giardino dell’Eden).
  • Divinità del cristianesimo (Comandamenti, Diluvio universale, Immagini, frasi note)
  • Clero (sacerdoti, monaci, Suore)
  • Sistemi religiosi non cristiani (magico buddha)
  • Tentazione
  • Fede
  • Trasgressione

Cop 24: L’accordo di Parigi sarà adottato?

Ridurre le emissioni è un processo lento; nell’Accordo di Parigi i paesi hanno concordato di limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi; eppure ci sono accordi per bloccare il documento finale della Cop 24 in corso in Polonia.

di Roberto Carrasco, OMI

La domenica 2 dicembre è iniziato il Cop 24, il vertice delle Nazioni Unite, durante il quale si terranno due settimane cruciali per affrontare collettivamente e urgentemente il problema del riscaldamento globale.

Le temperature continuano a salire, le azioni decisive richieste sono in ritardo e le opportunità sono finite. Sono migliaia di leader mondiali, esperti e attivisti che a Katowice, in Polonia, elaboranno un piano per rispettare gli impegni concordati a Parigi nel 2015. Ancora la domanda rimane, l’accordo di Parigi sarà adottato?

Cop 24, Protocollo di Kyoto, Accordo di Parigi … Cosa sono?

“L’Onu nel 1992 ha organizzato a Rio de Janeiro – Brasile un vértice chiamato: “Summit della Terra”, in cui fu adottata la Convenzione quadro sui cambiamenti climatici. In quel trattato, i paesi hanno concordato di “stabilizzare le concentrazioni di gas serra nell’atmosfera” per impedire che l’attività umana interferisca con il clima”,si legge dal sito di News dell’Onu.

Questa Convenzione è stata firmata da 197 paesi. Ogni anno, da quando la convenzione è entrata in vigore, si tiene una “Conferenza delle parti” (COP – Conference of the Parties) per discutere su come andare avanti. Finora ci sono stati 23 Cop e quest’anno è la Cop 24. Questa Convenzione quadro non prevedeva la limitazione delle emissioni di gas a effetto serra e non ha istituito un meccanismo per applicarla.

Possiamo ricordare che il “Protocollo di Kyoto” ha definito i limiti delle emissioni che i paesi sviluppati dovevano conseguire nel 2012. Ma nell’Accordo di Parigi, che è stato adottato nel 2015, tutti i paesi del mondo hanno concordato di limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali e migliorare i finanziamenti per raggiungerlo.

Ma conferenze e vertici raggiungo dei risultati?

Il progresso è molto lento, di più di quello che la situazione consente. Un processo così tanto difficile quanto ambizioso, che è riuscito a unire paesi che hanno circostanze molto diverse. Ci sono dei risultati, pero ancora è un vero impegno capire che agire contro i cambiamenti climatici ha un impatto reale e positivo e che può aiutarci ad evitare le peggiori conseguenze.

Al di là dei risultati più eccezionali, come questi 57 paesi che sono riusciti a ridurre le loro emissioni di gas serra ai livelli richiesti per controllare il riscaldamento globale; oppure ricordiamo che nel 2015, 18 paesi ricchi si sono impegnati a donare 100.000 milioni di dollari all’anno affinché i paesi in via di sviluppo possano agire nella lotta contro il cambiamento climatico. Le iniziative sono ancora apprezzati, ma si aspetta un vero compromiso da 184 stati parti con l’accordo di Parigi che è stata ratificata ed entrata in vigore a novembre 2016. Si trata, sopratutto, di limitare l’aumento globale delle temperature inferiori a 2 °C e cercare di fare in modo che l’aumento non superi 1,5 ° C. Come di creare piani climatici nazionali entro il 2020, compresi gli obiettivi di riduzione delle emissioni. Solo Costa Rica e Perù sono riusciti a farlo. Non ancora l’Europa né altri paese che hanno una grande industria , con le frabbriche principali responsabili dell’innalzamento.

Uno dei paesi, Gli Stati Uniti, chi a luglio 2017 ha annunciato retirarsi di quest’accordo, sta aspetando almeno fino al noviembre 2020 per fare legalmente il ritiro dal patto.

Gli esperti, che cosa pensano dell’importanza del limite di 1.5 °C?

Uno studio del Gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici, raccomendano di mantenere il riscaldamento globale al di sotto di 1,5 °C rispetto ai livelli pre-industriali. Questo ci aiuterà a prevenire danni devastanti al pianeta e ai suoi abitanti, inclusa la perdita irreversibile di habitat di animali nell’Artico come nell’Antartico, per esempio.

“L’Onu stima che, se aumentassimo la temperatura a 1,5 °C anziché a 2 °C, sono 420 milioni di persone che soffrirebbero in meno gli effetti di questo fenomeno”,si legge dal sito di News dell’Onu.

Perché il COP 24 è così importante?

Questo anno 2018 i firmatari dell’Accordo di Parigi hanno deciso di creare un programma di lavoro con cui raggiungere gli impegni. Lo essenziale è che i paesi si fidano l’uno dell’altro per riuscire insieme nel proposito.

Gli esperti presenti a Katowice vedonno questo incontro come una grande oportunità per intensificare l’azione climatica a tutti i livelli della società.

Sinodo sull’Amazzonia: indigeni, primi interlocutori

Perché il Sinodo sull’Amazzonia nel 2019. L’inquinamento, la deforestazione e l’espansione dell’industria estrattiva sono le grande minacce per i popoli indigeni ed il cuore dell’Amazzonia, polmone della Terra.

di Roberto Carrasco, OMI

Abbiamo bisogno dell’informazione per capire questa vicenda che coinvolge tutti. Quest’Assamblea dei vescovi non è lontana di nostra realtá. Avere una minima idea di ciò che succede, non bastano per capire la realtà e per camminare insieme. Abbiamo bisogno di impegnarci in questa grande sfida.

La pecualirità di questo Sinodo è la participazione dei popoli indigeni che insieme si interrogano su come rispondere a questa problematica che tocca tutti e su come la Chiesa può ripensare la sua presenza in Amazzonia. Attraverso le Assemblee territoriali questi popoli si fanno sentire e offrono a questo processo le loro proposte e idee, che partono da una visione del mondo propriamente amazzonica.  

Motivazione

Dopo la presentazione della Enciclica Laudato Si’ nel 2015, che sfida la Chiesa e tutti coloro che  sono presenti, al dibattito sulla cura della Casa Comune, Papa Francesco si dirige a tutta la Chiesa per cominciare a preoccuparsi di questa problematica che coinvolge a tutti: Stati, governanti, ogni persona di buona volontà. Per esempio, sono a rischio l’estinzione del 50 per cento delle specie di alberi dell’Amazzonia, questo ci preoccupa per le conseguenze nella vita del pianeta.

Nel viaggio Apostolico di Papa Francesco in Perù, il venerdì, 19 gennaio 2018, nel Coliseo Madre de Dios a Puerto Maldonado, c’è stato l’incontro del Pontifice con i popoli dell’Amazzonia dove lui ha detto: «La Chiesa non è aliena dalla vostra problematica e dalla vostra vita, non vuole essere estranea al vostro modo di vivere e di organizzarvi. Abbiamo bisogno che i popoli originari plasmino culturalmente le Chiese locali amazzoniche».  Queste parole sono l’ispirazione per la Chiesa Universale dopo di che il Papa Francesco ha convocato un’assemblea speciale del Sinodo dei vescovi per la regione Panamazzonica, che ha il titolo: “Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale”, che avrà luogo a Roma nel mese di ottobre 2019.

Obiettivo

Si trata di ascoltare i popoli indigeni e tutte le comunità che vivono in Amazzonia, come primi interlocutori di questo Sinodo, questo è di vitale importanza anche per la Chiesa universale.

Scopo

Lo Scopo principale di questa convocazione è quello di individuare nuove strade per l’evangelizzazione di quella porzione del Popolo di Dio, specialmente degli indigeni, spesso dimenticati e senza la prospettiva di un avvenire sereno, anche a causa della crisi della foresta Amazzonica, polmone di capitale importanza per il nostro pianeta. 

Chi coordina?

La REPAM (Rete Ecclesiale Pan-amazzonica) è stata formalmente incaricato di sostenere il Segretariato del Sinodo e il Consiglio pre-sinodale, presieduto da Papa Francesco.

Cosa è la Repam?

Il lavoro della pastorale indigeni della Chiesa Catolica nella Panamazzonia ha una lunga storia di presenza, di dialogo ed accompagnamento ai popoli indigeni e originari. I missionari, insieme ai vescovi, hanno deciso di fare un passo avanti. Trovare la strategia piú efficace che risponda non solo ai bisogni pastorali, ma anche ai problemi che si incontrano in ocassione dello sviluppo delle aziende estrattive trasnazionali. Nel giugno  del 2011 a Lima (Perù) si ha svolto il “Seminario Internazionale sulle industrie estrattive”, su tema “La problematica delle risorse naturali in America Latina e la Missione della Chiesa“, organizzato dal Dipartimento di Giustizia e solidarietà – CELAM e Misereor. In quest’incontro l’obiettivo era di promuovere la consapevolezza della Chiesa, Popolo di Dio, sui diritti attuali e futuri dello sfruttamento delle risorse naturali per lo sviluppo che incidono sulla qualità della vita e dei diritti dei nostri popoli, per realizzare azioni che promuovano lo sviluppo umano, integrale, solidale e sostenibile. (Cfr. DA 474 c). Già in questo seminario si è iniziato a dialogare con coloro che sarebbero stati coinvolti in questa sfida congiunta.

Ci sono stati due incontri: il primo a Puyo (Ecuador – aprile 2013) e dopo il secondo a Manaus (Brasile – ottobre 2013), dove è stato compiuto un ulteriore passo nell’impegno evangelizzatore decisivo per l’annuncio del Regno di vita. È stato l’inizio ufficiale della Rete Ecclesiale Pan-amazzonica – Repam.

Con lo slogan: “Pan-Amazzonia, fonte di vita nel cuore della Chiesa”, la dichiarazione della fondazione (Brasilia, 12 settembre 2014) ricorda che la «Repam è stata fondata come risposta a questo sentito e urgente bisogno di prendersi cura della vita in armonia con la natura», nasce la REPAM con tre caratteristiche principali: la transnazionalità, l’ecclesialità e l’impegno per la tutela della vita.

Come va svillupandosi la fase preparatoria del Sinodo?

Vogliamo sapere come i popoli immaginano il loro “sereno futuro” e il “buon vivere” delle generazioni future? Come possiamo collaborare nella costruzione di un mondo che deve rompere con le strutture che tolgono vita e con quelle mentalità di colonizzazione per costruire reti di solidarietà e interculturalità? e, soprattutto, qual è la particolare missione della Chiesa oggi di fronte a questa realtà?

Papa Francesco ha scritto un Documento preparatorio diviso in tre parti corrispondenti al metodo “vedere, giudicare (discernere) e agire”. Questo documento è stato inviato a tutte le giurisdizioni ecclesiastiche che compongono l’intera regione pan-Amazzonica; sono nove Paesi: Brasile, Perù, Colombia, Bolivia, Ecuador, Venezuela, Guyana britannica, Surinam e Guyana francese; in questo modo da giugno 2018 a gennaio 2019 le Assemblee pre-sinodali saranno sviluppate in ogni paese.

Ci sono un totale di 45 Assemblee territoriali distribuite come segue: Brasile 16, Perù 3, Colombia 3, Ecuador 6, Venezuela 6, Bolivia 8, e tra la Guyana britannica, Surinam e Guyana francese 1.

Tutti questi paesi hanno tempo fino al febbraio 2019 per contribuire al Sinodo.

Ma…, cos’è un’assemblea territoriale sinodale?

Sebbene sia uno spazio per un’ampia consultazione, è importante che tutti i partecipanti abbiano sul fatto che:

– È uno spazio di consultazione e di dialogo, di costruzione collettiva per rispondere e contribuire al documento di lavoro / consultazione.

– È uno spazio che ha la finalità di un ascolto ampio di quante più voci possibili, MA CON UN OBIETTIVO ORIENTATO ALL’ASPETTO PROPRIAMENTE ECCLESIALE. E all’interno dell’ecclesiale, integrando l’ambiente, sociale, culturale, economico e politico, come solleva l’approccio dell’ECOLOGIA INTEGRALE.

– È uno spazio che cerca di contribuire alla domanda della Chiesa sui nuovi modi di rispondere a questo territorio, e per l’ascolto di quelli popoli e di quelle persone che vivono lì e hanno bisogno del loro buon vivere e del tipo di presenza e di accompagnamento ecclesiale che è necessario per raggiungere un futuro sereno.

Conclusione

Se ricordiamo la testimonianza di Papa Francesco quando si è seduto per ascoltare la gente, ha iniziato a condividere le sue espressioni e sentimenti culturali, con l’obiettivo di sapere quale sia la situazione in cui si trovano. Questo atteggiamento è ciò che la Chiesa nella Panamazzonia sta tenendo, in dialogo con tutti, con lo scopo di plasmare una Chiesa con un volto Amazzonico, una Chiesa con un volto indigeno.

I giovani e la Chiesa: chi si allontana da chi?

di Roberto Carrasco 

Riflessioni dopo il Sinodo: «Il problema non è tanto che i giovani lasciano perdere la Chiesa, ma che in qualche modo la Chiesa avevo lasciato perdere loro». Intervista con il professore José Luis Moral.

La Facoltà di Scienze della Comunicazione Sociale dell’UPS aveva organizzato il 5 novembre il Seminario Religion Today 2018 sul tema: “New Generations. Credenze e valori delle giovani generazioni”, José Luis Moral de la Parte, salesiano, professore di pastorale giovanile e pedagogia religiosa in questa università, chi ci ha parlato su “I giovani e l’umanizzazione di Dio”, è proprio con lui con chi abbiamo avuto un’intervista.

SINODO

Dopo il Sinodo 2018, sembra che la realtà dei giovane nella Chiesa ancora non sia chiara: quale è il rapporto che la Chiesa ha con i giovane? E qual è il rapporto che i giovani hanno con la Chiesa?

Una cosa è il documento finale di questo Sinodo, che obviamente parla del rapporto giovani – Chiesa, Chiesa – giovani, ed un’altra cosa è la realtà che è legata fondamentalmente a una storia, che per dirla brevemente è la storia che unisce questa tematica del rapporto al Concilio Vaticano secondo.

Il Concilio Vaticano II

C’erano grossi problemi nella comunicazione della Chiesa, non solo con i giovani, ma in genere con il mondo contemporaneo. Dopo il Concilio è stato che la Chiesa ha preso sul serio il rapporto con le nuove generazione: ha capito che doveva superare gli schemi della catechesi con i giovani. Allora si diceva, addirittura, catechesi dei giovani, non con i giovani. Incomincia dunque il superamento di questa prospettiva e nasce propriamente la pastorale giovanile, che si pone il problema dei tanti giovani che non sono stati educati né appartengono alla tradizione cristiana: troviamo giovani che non hanno nessuna religione né fede, e troviamo anche giovani che sono nell’itinerario di educazione alla fede. Con tutto ciò incominciano a nascere, per così dire, rapporti nuovi.

Purtroppo una delle cose che questo Sinodo non ha saputo o non ha voluto fare è collegarsi con la storia recente del rapporto Chiesa–giovani… Il Sinodo poi, proprio perché ha perso un poco questa memoria storica, è più incentrato sulla Chiesa che sui giovani e in qualche modo uno, leggendo il  documento finale, ha l’impressione che la Chiesa dice di ascoltare i giovani o vuole ascoltarli, ma che ci sono comunque delle risposte a priori, indipendentemente da come sono realmente i giovani: l’impressione è che, se fossero in un altro modo, le risposte sarebbero le stesse».

Possiamo parlare di un distacco della Chiesa?

«Ma certamente. Quando si parla del distacco, o della separazione, dell’allontanamento dei giovani dalla Chiesa, la prima questione che viene immediatamente in mente è: chi si allontana da chi? E sicuramente la Chiesa ha riconosciuto che si è allontanata molto dai giovani negli ultimi tempi. Io credo che adesso il problema non è tanto che i giovani lasciano la Chiesa, ma che in qualche modo la Chiesa aveva lasciato loro».

Chi ha perso la fiducia, i giovani verso la Chiesa o la Chiesa verso i giovani?

«Il tema della fiducia sarebbe complicato, affrontarlo così, se indichiamo con questo termine un rapporto dove uno si guadagna l‘autorevolezza. Si può dire essenzialmente che la Chiesa, fino al Concilio Vaticano II, in qualche modo non ha avuto propriamente fiducia nel giovane, perché non c’era questo problema. La Chiesa aveva l’idea di possedere la verità e di doverla insegnare ed i ragazzi si dovevanno sottomettere alla Chiesa… Siamo arrivati o siamo dovuti arrivare al Concilio Vaticano II per renderci conto che in questo modo non si potevano creare rapporti con le persone, con il mondo contemporaneo in genere, partendo dal presupposto che io possiedo la verità, quindi voi dovete semplicemente ascoltarmi. Inoltre si è fatta strada l’idea che la verità è sempre una realtà che sta dentro una cultura, dentro una interpretazione. Allora si può dire che, in generale, la fiducia come elemento fondamentale del rapporto non esisteva».

C’è chi sostiene che il documento finale del Sinodo non rappresenta tutti i giovani. La Chiesa ha la possibilità di rispondere alle domande dei giovani che non vengono ad essa?

«È chiaro che il tema è molto complesso. Pretendere che un Sinodo riesca a interloquire con tutti i ragazzi, con tutti i giovani forse è troppo. Comunque c’è una via per poter interloquire, ed è quella di pensare ai giovani come espressione, per così dire, del cambiamenteo radicale, sia culturale che antropologico. Ma il Sinodo non lo ha fatto. Guardando il documento sembra che, alla fin fine, i giovani a cui si rivolge il Sinodo sono quelli che stanno in sintonia con la Chiesa e non che essa non ha voluto entrare in dialogo con tante problematiche che i giovani presentano e che non sono, magari, solo esclusivi. Ma che ci fanno capire che il cambio di paradigma, il cambio epocale, si può già vedere nei ragazzi. Il loro scheletro ha già, per così dire, tutte le novità che le generazioni adulte non vogliono accettare. In qualche modo presentano il volto del nuovo essere umano che tutti, la Chiesa inclusa fatichiamo a riconoscere, perché vogliamo la “sicurezza” dell’uomo, garantendoci la continuità. Io dico che per i ragazzi il Sinodo avrebbe potuto fare questo: pensare ai ragazzi, a tutti ragazzi come espresione di un cambiamento radicale, culturale ed antropologico e quindi confrontarsi con la nuova antropologia, con la nuova cultura. Perchè ripeto alla fin fine, io credo che sono i ragazzi ad anticipare ciò che possiamo chiamare il “nuovo essere umano”, il nuovo modo di vivere, e di essere ed allo stesso tempo, la nuova cultura».

Dunque la Chiesa non è riuscita a raggiungere l’obiettivo. È possibile pensare che  sarà disposta a cambiare la propria struttura per capire non solo una realtà che non solo dei giovani? Lei se lo aspetta?

«L’ultima parola del Sinodo spetta al Papa. Possiamo aspetare ancora che lui dica o vada oltre quello che dice il documento finale. Comunque penso che questo Papa ha chiaro che l’unico modo per arrivare veramente a fare che la Chiesa abbia una voce, un’imagine propria del tempo è prendere sul serio, prima il Concilio Vaticano II, radicalizarlo nel senso di portarlo avanti nelle radice più importante. E questo implica cambiamento radicale. Il Papa ha detto, nella Evangelii Gaudiumnon solo, che questo nuovo tempo di missione comporta essenzialmente la riforma della Chiesa…  Bisogna accettare che in qualche modo le persone d’oggi nascono con una cultura che non è più quella della Chiesa, e con cui la Chiesa deve confrontarsi… La Chiesa deve avere la “forma”, di questa cultura contemporanea, deve entrare nella carne del tempo nostro, e non semplicemente aggrapparsi a idee astratte. Ma diventare una Chiesa del tempo, implica tante riforme. La prima questione fondamentale è eliminare il clericalismo, il che implica cambiare lo stile delle comunità cristiane, implica aprire tutta la realtà del presbiterato tanto a persone célibi come a persone non célibi (perciò adottando il celibato opzionale). Implica ammettere che anche la donna, in un futuro orizzonte, possa essere anche presbitero e così via dicendo. Arrivando poi ovviamente a un futuro desiderable… una Chiesa che veramente sia la profezia del regno, e che abbia come scopo fondamentale preoccuparsi del Regno e non tanto delle strutture della propria realtà ecclesiale.

Brasile, vince l’estrema destra. Ma la Chiesa è decisa a difendere uomini, donne e risorse

di Roberto Carrasco, OMI

Con Bolsonaro si interrompe il percorso di costruzione della democrazia. C’è preoccupazione per le minoranze e per l’Amazzonia. Ne abbiamo parlato con il decano della Facoltà di Teologia dell’UPS, Don Medeiros.

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Il Brasile è un paese dell’America del Sud che ha più di 209 milioni di abitanti. Domenica 28 ottobre, un po’ di più di 104 milioni si sono recati alle urne per scegliere tra Fernando Haddad, socialista, e l’altro candidato, Jair Messias Bolsonaro, che rappresenta l’estrema destra.

La mappa politica del Brasile è cambiata radicalmente dopo 13 anni, con Lula Da Silva chiuso in carcere, considerato risponsabile del disastro economico e sociale che il Brasile ha avuto in quest’ultimi anni. Del caso Lava Jato, frutto di tutto un sistema di corruzione incarnato suprattutto dal PT (Partido dos Trabalhadores), ne ha approfittato l’estrema destra, che ha vinto in 16 dei 27 stati che formano la nazione brasiliana.

Ci sono dei motivi per cui Bolsonaro ha vinto il 28 ottobre. Si è presentato come un candidato outsider, ma il fatto di essere un ex militare, sostenuto dal generale Antonio Hamilton Mourão, eletto vicepresidente, fa ricordare alla popolazione i 21 anni di dittatura vissuta dal Brasile, la più lunga dell’America Latina, anche rispetto a quella di Pinochet in Cile.

Un altro fattore che ha avuto una grande influenza è quello della chiesa evangelica che ha una presenza forte nelle favele e nei quartieri popolari delle città. La Rete Record, proprietà del fondatore della Chiesa Universale del Regno di Dio, è la seconda televisione più grande del Brasile e la quinta del mondo e ha giocato un ruolo importante in questa elezione.

In questo contesto elettorale, abbiamo intervistato il decano della Facoltà di Teologia dell’UPS, Don Damiano Raimundo MEDEIROS. Un missionario salesiano brasiliano che ha avuto la esperienza di lavorare in missione proprio sul confine tra Brasile e la Colombia.

Che cosa rappresenta Bolsonaro per il Brasile, oggi?

«Anzitutto è il nuovo presidente della Repubblica del Brasile eletto con più di 50% del voto degli elettori. Quindi è il presidente, è l’uomo che guiderà il Brasile per i prossimi quattro anni. È il primo militare che arriva al governo dopo, diciamo cosi, un periodo in cui tutti i governi erano civili e dopo il periodo della dittatura militare. In questo senso c’è uno scenario: la sua campagna alla presidenza è stata profondamente sottolineata con una tonalità di destra che fa pensare a dei passi indietro rispetto alla costruzione della democrazia in Brasile, che si è cercato di fare in tutti questi anni. Purtroppo non abbiamo avuto da parte di nessun candidato un programma globale di governo. Non sappiamo quale saranno gli scenari dal punto di vista oggettivo. Dal punto di vista di ciò che lui rappresenta ci sono, senza dubbio, delle preoccupazioni, soprattutto riguardo alle regioni strategiche del Brasile, come l’Amazzonia».

Possiamo dire che il voto di domenica scorsa è stato un voto antisistema?

«Io credo che si può utilizzare questa espressione, ma tenendo presente che, essendo un governo di destra, rappresenta anche un certo allineamento con la tendenza neoliberale in America Latina. Certamente c’è la preoccupazione che sia più disponibile a promuovere un tipo di politica neoliberale, soprattutto per quei gruppi internazionali e multinazionali che vogliono continuare a esplorare il continente Sudamericano».

Parlando di ecologia, gli esperti avevano segnalato, già prima delle elezioni, che ci sono dei rischi per il futuro dell’Amazzonia. La Rete Eclesiale Pan Amazzonica condivide quest’allerta.

«L’Amazzonia non è soltanto un universo ecologico ambientale: è un universo culturale e interculturale e con tantissime risorse a livello delle ricchezze minerarie. In questo senso la Chiesa brasiliana è molto preoccupata della campagna politica elettorale, non possiamo parlare ancora degli atti politici, perché ancora non lì conosciamo; ma preoccupa ciò che ha detto il presidente Bolsonaro durante il periodo di preparazione delle elezioni, a riguardo dell’Amazzonia. Ad esempio, si è pronunciato, più di una volta, contro il mantenimento delle riserve indigene. E questa è una questione molto delicata, visto che nell’Amazzonia ci sono tantissime popolazioni e culture indigene in cui non sarebbe ipotizzabile pensare che un giorno, per motivo d’una decisione politica, non potranno più esistere. Inoltre l’Amazzonia è una risorsa culturale e interculturale. Ad esempio, l’educazione in tantissime aree dell’Amazzonia è bilingue. Un governo che non riconosca questa sovranità culturale, farà piazza pulita nel senso che incentiverà delle politiche proprio per togliere questa realtà che è stata frutto anche delle conquiste, non soltanto della Chiesa, ma di tanti organismi che promuovono la preservazione e lo sviluppo delle culture indigene di quella regione. Ma certamente l’aspetto che desta più preoccupazioni sono le risorse minerarie di cui la regione è ricca. Ci sono questi grandi gruppi internazionali che, in questi ultimi 60 anni, hanno cercato di entrare in qualche regione, soprattutto del Sud, e hanno prodotto un disastro ecologico, sempre a detrimento della popolazione indigena, ma non solo, della popolazione cabobla, come diciamo noi, degli uomini che vivono e sopravvivono in quella regione».

Cosa pensa la gente delle città di questa situazione?

«Da una parte, i grandi progetti del governo in questi anni, ad esempio al riguardo le idroelettriche, sono progetti falliti. Progetti che non hanno prodotto ciò che è stato detto e promesso. Dall’altra parte c’è un paradosso: ad esempio, la regione dell’Amazzonia, in qualche modo, ha votato Bolsonaro, cercando magari di avere dei favori che soltanto l’universo popolare può immaginare. La Chiesa dell’Amazzonia – rappresentata dall’Episcopato brasiliano, ma soprattutto dal Consiglio Indigenista Missionario, il CIMI – come anche l’organizzazione indigena, la Confederazione delle Organizzazione del Bacino Amazzonico e tante altre organizzazioni, si sono manifestate molto contrarie alla politica che accennava il presidente durante la campagna politica per quella regione. Credo che la posizione della Chiesa (Cattolica) sarà di continuare ad essere sentinella per tutto ciò che potrà capitare in quella regione. Siamo qui preparando questo Sinodo speciale per l’Amazzonia, certamente la Chiesa continuarà ad essere sveglia, ma allo stesso tempo aperta al dialogo in vista della difesa non soltanto delle risorse, ma insisto, della difesa dell’uomo e della donna che vivono in quella regione.