Sinodo 2019: tra gesti, simboli, discorsi, paure e speranze

Di Roberto Carrasco, OMI

La prima settimana del Sinodo per la Regione Panamazzonica è già trascorsa. Un evento che da diversi mesi ha generato, sia nell’uno che nell’altro settore della Chiesa, innumerevoli dubbi, paure, reazioni, false letture e percezioni e, d’altra parte, ha generato speranza, apertura, gioia, ma soprattutto, incontro.

Il 4 ottobre, Papa Francesco ha piantato un piccolo albero verde. L’intenzione era chiara: consacrare il Sinodo Panamazzonico a San Francesco di Assisi, patrono dell’ecologia, e con questo gesto concludere il mese di settembre, dedicato al tempo della Creazione. La cosa curiosa, per così definirla, è stata la presenza di alcuni rappresentanti dei leaders indigeni, che insieme ai missionari della ‘Equipe itinerante’, in mezzo a canti, gesti e un’intera simbologia propria dei popoli dell’Amazzonia, hanno ringraziato Dio per questo incontro che hanno avuto con Papa Francesco e per chiedere che il Sinodo ci portasse buoni frutti, nuove strade per la Chiesa e un’ecologia integrale.

Il 5 ottobre , la parrocchia di Santa Maria in Transpontina, trasbordava di fedeli, con i quali, in mezzo a canti, preghiere e una simbologia tutta amazzonica, abbiamo avuto una Veglia di preghiera per chiedere al Dio di Gesù Cristo di continuare i compiti del Sinodo con tutto il processo di ascolto iniziato nella fase preparatoria. Indubbiamente, sembra che Roma non sia ancora pronta a contemplare e a lasciarsi evangelizzare con altre forme di espressione, di pietà popolare, altre forme di pregare. Alcuni mass media hanno reagito erroneamente affermando che i “riti pagani” si sono impossessati di una parrocchia vicino al Vaticano. Sfortunatamente, questi tipi di percezioni danneggiano la fraternità e la diversità che abbiamo come Chiesa. Una diversità nell’unità; principio trinitario che non possiamo mettere da parte in un momento così importante che la Chiesa vive. Sembra che il colore nero di alcuni a Roma, abbia iniziato a rendersi conto che non è l’unico colore nel mezzo a una giungla di cemento e pavimento. La verità è che si sono incontrate due selve, la selva di cemento e la selva piena di colori e vita che ha navigato fino a raggiungere questa città.

Il 6 ottobre , nella Basilica di San Pietro, Papa Francesco ha aperto il Sinodo con queste parole: “Quando senza amore e senza rispetto si divorano popoli e culture, non è il fuoco di Dio, ma del mondo. Eppure quante volte il dono di Dio non è stato offerto ma imposto, quante volte c’è stata colonizzazione anziché evangelizzazione! Dio ci preservi dall’avidità dei nuovi colonialismi. Il fuoco appiccato da interessi che distruggono, come quello che recentemente ha devastato l’Amazzonia, non è quello del Vangelo. Il fuoco di Dio è calore che attira e raccoglie in unità. Si alimenta con la condivisione, non coi guadagni. Il fuoco divoratore, invece, divampa quando si vogliono portare avanti solo le proprie idee, fare il proprio gruppo, bruciare le diversità per omologare tutti e tutto” .

Quel fuoco che ha toccato il cuore di Papa Francesco, fa sì che il suo cuore di Padre si para e accolga, dia il benvenuto all’Amazzonia, con il suo popolo, i suoi rappresentanti, i suoi missionari e missionari e missionarie, i suoi Vescovi.

Il 7 ottobre, come gesto di apertura e segno di fraternità, Papa Francesco ha aperto le porte della Basilica di San Pietro sia ai Padri sinodali sia a coloro che compongono l’iniziativa “Amazzonia: Casa Comune”. È stata notata una preghiera di braccia e mani unite, tenendo al centro lo stesso apostolo San Pietro.stavamo cantando e pregando, come se lo Spirito del Signore ci annunciasse che solo uniti ma diversi, fedeli e pastori, alzando le nostre voci all’unico vero Dio, siamo venuti nel cuore della Chiesa per chiedere per la Casa Comune, per chiedere che la Chiesa sia più profetica, più audace, sia nel suo compito come nell’ Annuncio del Vangelo di Gesù Cristo. Una canoa insieme a una rete e due remi, hanno accompagnato il piccolo pellegrinaggio che ha unito tutti e tutte, come un unico cuore e una unica anima.

Papa Francesco, nel suo discorso all’inizio della 1a Congregazione generale, ha lasciato chiare le quattro dimensioni per operare in questo Sinodo: la dimensione pastorale, la dimensione culturale, la dimensione sociale e la dimensione ecologica. E ha sottolineato: “ci avviciniamo ai popoli amazzonici in punta di piedi, rispettando la loro storia, le loro culture, il loro stile del buon vivere nel senso etimologico della parola, non nel senso sociale che spesso attribuiamo loro, perché i popoli hanno una propria identità, tutti i popoli hanno una loro saggezza, una consapevolezza di sé, i popoli hanno un modo di sentire, un modo di vedere la realtà, una storia, un’ermeneutica e tendono a essere protagonisti della loro storia con queste cose, con queste qualità” .

Con indignazione ha detto: “Ieri mi è dispiaciuto molto sentire qui dentro un commento beffardo su quell’uomo pio che portava le offerte con le piume in testa. Ditemi: che differenza c’è tra il portare piume in testa e il “tricorno” che usano alcuni ufficiali dei nostri dicasteri?”. E ci ha detto a voce alta: “Siamo venuti per contemplare, per comprendere, per servire i popoli. E lo facciamo percorrendo un cammino sinodale, lo facciamo in sinodo, non in tavole rotonde, non in conferenze e ulteriori discussioni: lo facciamo in sinodo, perché un sinodo non è un parlamento, non è un parlatorio, non è dimostrare chi ha più potere sui media e chi ha più potere nella rete, per imporre qualsiasi idea o qualsiasi piano”.

“Sinodo è camminare insieme sotto l’ispirazione e la guida dello Spirito Santo.”. Insisteva  guardandoci dritto: “Lo Spirito Santo è l’attore principale del sinodo. Per favore non lo scacciamo dalla sala”. Ci ha chiesto riflessione, ascolto, ma soprattutto, come un buon padre che si rivolge ai suoi figli, ha detto: “parlare con coraggio, con parresìa, anche se mi vergognerò a farlo, dire quello che sento, discernere, e tutto questo qui dentro, custodendo la fraternità che deve esistere qui dentro”.

Poi ci sono state le votazioni. Per la commissione di redazione finale sono stati eletti: Mons. Mário Antonio Da Silva del Brasile; Mons. Miguel Cabrejos Vidarte del Perù; Mons. Nelson Jair Cardona Ramirez della Colombia; Mons. Sergio Alfredo Gualberti Calandrina della Bolivia. Inoltre, per la commissione d’informazione sono stati eletti: Mons. Erwin Krautler, cpps; Mons. Rafael Cob García; Mons. José Angel Divassón Cilveti; e padre Antonio Spadaro.

L’ 8 ottobre , entrambe le Congregazioni generali del giorno sono state riempite con interventi dei Padri sinodali.

I temi emersi furono: partecipazione e importanza dei laici; creare un fondo per sostenere la formazione dei laici in Amazzonia. Alzare la voce profetica davanti a situazioni di ingiustizia. Formazione e Ministeri nella Chiesa. L’interculturalità è una sfida, ma anche un modo di evangelizzare oggi. La questione dell’estrattivismo come costante minaccia predatoria.

Ci sono molte comunità che non hanno l’Eucaristia. A chi appartiene l’Eucaristia? Una norma ecclesiastica di celibato ha la priorità sul diritto all’Eucaristia. I sacramenti non devono stare solo  nelle mani dei sacerdoti. Cambiare i criteri per preparare i ministri alla celebrazione dell’Eucaristia. Studiare la possibilità di ordinare uomini sposati. Diaconato Indigeno Permanente. Una chiesa con un volto amazzonico ma anche con un volto giovane.

Sono emerse anche queste altre questioni: Ministeri ufficiali delle donne. Possibilità di diaconato permanente per le donne. Ministri ordinati non clericalizzati. Nessun presbitero di seconda categoria. La possibilità di gestione di viri probatis. Annuncio senza imposizioni.

Grande enfasi è stata posta sulla Pastorale della presenza. Creare un osservatorio ecclesiale nell’area amazzonica. L’ Ecologia integrale come un kairos per la Chiesa. Sicuramente questo Sinodo provocherà una profonda spiritualità in tutta la Chiesa che promuova una conversione ecologica. Dialogo interreligioso e interculturale. Camminare come Chiesa sinodale e profetica sarà possibile se ascoltiamo le diverse voci. Che la Pastorale dell’Amazzonia debba includere un’emergenza di transizione, alla modernità e allo sviluppo. Assumere un’opzione preferenziale per la creazione.

Il 9 ottobre si è proseguito con altre due Congregazioni generali. Altre questioni sorgono come parte della dinamica di vari interventi da parte dei padri sinodali e di altri partecipanti, in particolare uditori e invitati:

Istituire un osservatorio internazionale sui Diritti Umani con sedi nazionali. Popoli in Isolamento Volontario e in Contatto Iniziale. La Teologia India. La Panamazzonia è una regione multietnica e multireligiosa.

Urbanizzazione e Amazzonia. Il Sinodo deve essere creativo nel promuovere nuovi ministeri. Il Buon Vivere. Siamo troppo assenti e gli evangelici vengono a riempire il vuoto che lasciamo. Liturgia e Amazzonia. Inculturazione e interculturazione: “fino a quando la Chiesa non sarà disposta a dialogare con noi, non potrà appartenere a noi”, si ascoltava una voce di un rappresentante indigeno. Valutare e rivalutare il nostro atteggiamento di Chiesa nei confronti dei popoli originari. La periferia diventa centro e il centro diventa periferia diventando un ricco movimento che ci sfida. Preservare l’Amazzonia come imperativo latinoamericano.

Famiglia e comunità: il ruolo della donna, il suo ruolo fondamentale nella partecipazione delle culture e nella loro presenza in mezzo ai popoli. Quanto farebbe bene alla Chiesa riconoscere lo stile di evangelizzazione delle donne nella Chiesa? È tempo per la donna amazzonica indigena.

Il Consiglio Nazionale delle Chiese Cristiane del Brasile esprime la sua solidarietà al Sinodo per l’Amazzonia. Sono convinto che le popolazioni indigene possano aiutarci a capire che tutto è connesso. “Il sacerdote non è della comunità, ma della Chiesa”. Maggior accompagnamento alla Pietà Popolare in Amazzonia. Il Sinodo riflette un atto pentecostale.

Nel pomeriggio, nell’ambito delle reazioni, Papa Francesco segna cinque punti : 1. Lo stato di violenza che soffre il territorio amazzonico. 2. Le culture hanno il loro valore. Non metterle in ideologie. 3. La tendenza a clericalizzare i laici. 4. La formazione dei sacerdoti. 5. Il valore delle congregazioni religiose. Esse aprono strade.

Alla fine di questa giornata è sorta una grande domanda: quale conversione sta causando in me questo processo sinodale?

Il 10 e l’11 ottobre , si sono svolti lavori nei cosiddetti Circoli Minori. I gruppi erano: uno in inglese e francese, due in italiano, quattro in portoghese e cinque in spagnolo. Sono stati due giorni per rivedere e condividere i contenuti dell’Instrumentum laboris . Un lavoro a cui partecipano: padri sinodali, esperti, uditori e due assistenti per gruppo.

È naturale che ogni Circolo Minore abbia le sue dinamiche e il suo processo di riflessione. Un tempo per il dialogo e l’ascolto. Alcuni giorni di lavoro per discernimento e riflessione fraterna. Ogni Circolo Minore ha eletto il proprio moderatore e il proprio relatore.

Il 12 ottobre, festa della Madonna dell’Aparecida, gli interventi sono proseguiti.

Queste sono alcune espressioni che alimentano i contenuti menzionati nei giorni precedenti:

“Una chiesa samaritana ferita e misericordiosa che difenda la dignità delle persone. Una Chiesa Maddalena, se pur peccaminosa, ma santa. Una Chiesa Mariana perché è una madre che si prende cura e fertilizza. Una Chiesa che vive la Pentecoste. Creativo nei ministeri. Una chiesa martire che è disposta a dare la vita e la testimonianza. La ricchezza della diversità tocca e nutre la vita dei nostri popoli. Una Chiesa educatrice dei nostri popoli, che valorizza i semi del verbo ” .

“La nostra testimonianza di fede è credibile? Le vocazioni sono scarse, perché manca il fervore religioso. Dove c’è vita nascono vocazioni genuine. Vorrei che fossimo in grado di rispondere a questo. “

“Che il tema del diaconato nelle donne sia oggetto di un prossimo Sinodo.”

“Come stiamo compiendo la Missione che ci è stata affidata? La Parola di Dio e il suo amore sono la prima ricchezza che possiamo dare. Realizziamo la missione e moltissima, moltissima parresia. “

“La cosmovisione amazzonica ha molto da insegnare alla Chiesa. L’annuncio di Cristo è fondamentale per alimentare la cosmovisione dei popoli. Perché non siamo in grado di risvegliare le vocazioni? Nel campo dell’ecologia è importante per cambiare i nostri stili di vita di fronte al pianeta ”.

“Sulla formazione dei futuri sacerdoti: propongo di creare la vommissione Panamazzonica della formazione”.

“Dobbiamo rafforzare la ministerialità in Amazzonia. Non perdere di vista alcune questioni sorte nel processo di ascolto. Una formazione sacerdotale con elementi di interculturalità ”.

“La Chiesa in Amazzonia è portatrice di riconciliazione”.

“La nostra opzione pastorale per il cosmo non è opzionale, è obbligatoria.”

“Veniamo tutti da diverse culture familiari e siamo affascinati da Cristo quando ne abbiamo sentito parlare … Se abbandoniamo la proposta di Cristo, stiamo tradendo il suo messaggio. Dobbiamo facilitare un incontro del Cuore di Cristo con il cuore di ogni indigeno ”.

“Quando proviamo a dialogare con altre chiese, scopriamo che ci sono più cose che ci uniscono rispetto a quelle che ci differenziano. Dobbiamo cambiare coraggiosamente, perché la società richiede testimonianza e dialogo “.

“Possa questo Sinodo prendere un’opzione sincera in difesa della vita, della terra e delle culture. Santo Padre, i Popoli Indigeni aspettano un’ultima parola in difesa delle loro terre e delle loro vite. Con la certezza che la Chiesa è e continuerà in queste terre ”.

Santa Laura dice: “Non hanno tabernacolo ma hanno natura”.

“I popoli indigeni sono sempre stati e saranno i guardiani delle foreste”.

“È giunto il momento che la vocazione della donna sia pienamente soddisfatta”, ha affermato Papa Paolo VI. Dopo 54 anni da queste parole, continuiamo a proclamarlo. “

“Vorrei invitare ad una riflessione più approfondita sulla mancanza di sacerdoti o sulla proposta di ordinazione dei viri provati. Siamo qui al momento giusto per sollevare questo problema?

“Possa la fede nello Spirito essere più forte della paura dell’errore”.

“Accettare la verità che il Vangelo non è patrimonio esclusivo di una cultura”.

“Grazie Papa Francesco per aver aperto le porte della tua casa e del tuo cuore. Oggi noi piumati siamo a casa tua e nel cuore tuo perché siamo i tuoi fratelli e siamo anche i tuoi figli ”.

“Stiamo vivendo un Kairos. Dio si va facendo presente con più forza. Non c’è altro modo. Qual è la vera novità di tutto questo processo amazzonico? Un popolo che diventa protagonista ”.

(Traduzione: Antonella Rita Roscilli)

Roma: I Popoli Amazzonici ricambiano la visita di Francesco

di Roberto Carrasco, OMI

Papa Francesco riceverà nella Basilica di San Pietro i leaders e gli indigeni dell’Amazzonia, i quali nel primo giorno del Sinodo, insieme ai Padri Sinodali, pregheranno e saranno in pellegrinaggio insieme per la Chiesa e per l’Amazzonia: Casa Comune, “gettando una sola rete verso le acque profonde dei nostri fiumi”.

Medellin ha aperto il cammino dell’ascolto

P. Gustavo Gutiérrez nel suo libro “Da Medellín ad Aparecida” (2018) inizia con un’affermazione che molto probabilmente tocca nel profondo del cuore Papa Francesco e la Chiesa nella Panamazzonia; è la seguente:

«Bisogna mettersi in atteggiamento di ascolto, ma ascoltare presuppone, come prima cosa, uscire dal piccolo mondo in cui si sta».

Ed è giustamente con il Documento di Medellín, che la Chiesa latinoamericana, dopo il Concilio Vaticano II – lo afferma Gustavo Gutiérrez nel suo libro -, ha intenzione di adottare nuovi atteggiamenti e avere una migliore conoscenza della cruda realtà latinoamericana che dimostra una  percezione di inadeguatezza delle strutture della Chiesa rispetto al mondo in cui vive.

In quegli anni, grazie all’appoggio del Dipartimento delle Missioni del CELAM, la Chiesa in Amazzonia iniziò il processo di “camminare insieme a” una realtà sociale e politica vissuta dai  popoli di questa regione, allora poco conosciuta; e d’altra parte si cominciò a “camminare insieme a” una nuova coscienza ecclesiale che Medellín non ebbe paura di introdurre. Gustavo Gutiérrez lo dirà: si inizia a parlare «dei problemi dell’uomo latinoamericano, nel suo linguaggio e con le sue preoccupazioni».

Il dialogo e l’ascolto con le popolazioni originarie: un lungo viaggio

L’immediato incontro sulle Missioni del 1968, tenutosi a Melgar, in Colombia, e l’incontro a Caracas, in Venezuela, nel 1969, hanno prefigurato quello che nel 1971, ad Iquitos, in Perù, sarà noto con il nome Incontro “transamazzonico” delle Missioni, che «fu come il punto di partenza di una Chiesa che vuole essere più fedele alla sua missione, esprimendosi e realizzandosi come un’autentica Chiesa della Selva o Chiesa Amazzonica ”, così come affermava il ricordato Mons. Miguel Irizar, Vescovo di Yurimaguas. Questi incontri non solo denotavano la presenza di vescovi, missionari, sociologi e antropologi, più o meno impegnati nella complessa problematica dell’uomo e del mondo amazzonico, ma quel momento significò anche l’inizio di un cambiamento sintomatico nell’atteggiamento e nel conseguente impegno con azioni concrete, il cui obiettivo era quello di trovare criteri e linee pastorali sempre più coerenti con la situazione di emarginazione che vivevano (e ancora vivono) i nostri fratelli e sorelle della Selva.

Si trattava allora di quella convergenza di una Chiesa dal volto indigeno che iniziò a parlare di liberazione in Cristo, nel senso di riuscire a trovare una società più fraterna e giusta alla luce del Concilio Vaticano II. Seguirono poi le Assemblee Regionali Episcopali tenute a Pucallpa, in Perù, e parallelamente un’altra tenutasi ad Asunción, in Paraguay nel 1972. Viene ricordata anche l’Assemblea Regionale Episcopale di San Ramón nel 1973, che vuole esprimere il compito fondamentale che ha la Chiesa della Selva di formare una Chiesa Autoctona, di una Chiesa autenticamente amazzonica. Ma arriveranno altre assemblee: l’Incontro Internazionale di Chaclacayo, Lima nel 1974, l’Assemblea di Tarapoto nel 1975 che ha riaffermato alcune linee e obiettivi pastorali in particolare riferiti all’area dei ribereños[1] che costituisce senza dubbio quella porzione più numerosa che hanno le regioni pastorali. Altri incontri che non possiamo non menzionare, per l’importanza che rivestono in questo processo di ricerca dei processi di dialogo e ascolto, sono stati l’incontro di Manaus nel 1977 e di Tlaxcala, in Messico nel 1978. E se continuiamo a parlare di incontri ecclesiali, tutti i precedenti troveranno nella Conferenza di Puebla, in Messico, nel 1979, il momento chiave di una scelta chiara: l’unità tra i Vescovi, con i sacerdoti, i religiosi e i fedeli, che facendo professione di fede esprimono questo: «Crediamo nell’efficacia del valore evangelico della comunione e della partecipazione, per generare creatività, promuovere esperienze e nuovi progetti pastorali» e assumono una chiara opzione pastorale, «l’evangelizzazione della cultura stessa, nel presente e verso il futuro» e la riaffermazione della “opzione preferenziale per i poveri”, già assunta dalla Conferenza di Medellin nel 1968.

Il Sinodo Amazzonico ha suscitato grande interesse da varie parti

Cosa ci insegna questo excursus storico attraverso la Chiesa latinoamericana post Vaticano II? La  Conferenza di Medellín, indubbiamente, non solo ha espresso l’interesse, ma anche la preoccupazione da parte dei Vescovi e dei missionari, di studiare l’evangelizzazione delle culture autoctone, cioè avere un profondo interesse nell’affrontare il tema cultura dei nostri popoli, e a ciò aggiungiamo quella chiarezza da parte della Chiesa latinoamericana ad aprirsi sempre più ai processi di ascolto e di partecipazione.

In questi giorni, con tutto il suo significato e la sua sfida, la convocazione fatta da Papa Francesco nel 2017 per un Sinodo Speciale per la regione Panamazzonica, ha suscitato grande interesse non solo in America Latina, ma anche nella Chiesa europea e nordamericana. Con un processo pre-sinodale, dove la partecipazione e l’articolazione in rete, e tutto un lavoro soprattutto di ascolto e  di dialogo con le basi, si è potuto sviluppare un processo per camminare e ascoltarsi, nei nove paesi che compongono la regione Panamazzonica, in risposta alla chiamata fatta dall’enciclica Laudato si’. Questo è senza dubbio un processo che «Amazzonia: Nuovi Cammini per la Chiesa e per una Ecologia Integrale» questo il titolo dato da Papa Francesco al prossimo Sinodo, che si terrà a Roma dal 6 al 27 ottobre 2019 -, si è proposto di trovare. 

Finchè si è intessuta la Rete

I popoli dell’Amazzonia, nel ricordare la visita che fece loro il Santo Padre nel gennaio 2018, hanno riportato alla memoria l’importanza di rafforzare il lavoro di discernimento e di ascolto che sta realizzando con la Chiesa, non in questi ultimi cinque anni, ma da decenni, come possiamo appurare nella storia contemporanea della Chiesa latinoamericana. In questo contesto, nel 2014, a seguito di questa desiderata partecipazione a Medellín e a Puebla, e nella prospettiva del Decreto Ad gentes e del desiderio di Francesco di essere una Chiesa che esce, nasce la Rete Ecclesiale Panamazzonica – REPAM, come «una iniziativa che scaturisce dall’azione dello Spirito Santo che guida la Chiesa nel processo di incarnazione del Vangelo nella Panamazzonia ».

Questo lavoro, prima del Sinodo che inizierà tra poco, ha significato, senza dubbio, il grande esercizio di “camminare insieme”. É un lavoro che si è esteso in varie parti del mondo e che a Roma non poteva passare inosservato.

L’Amazzonia è arrivata a Roma

Così come Papa Francesco ha visitato i popoli dell’Amazzonia, ora, sono questi stessi popoli che gli ricambiano la visita. E ciò avviene nel quadro di una serie di attività che attorno a una “Tenda”, – sotto l’ispirazione vissuta ad Aparecida nel 2007 con la Tenda dei Martiri – nella città di Roma ad portas del Sinodo, varie organizzazioni e istituzioni ecclesiali, insieme a congregazioni religiose e missionarie, agenzie e ONGs cattoliche, e con una significativa rappresentanza di leaders indigeni, nasce AMAZZONIA: CASA COMUNE.

Ad oggi sono oltre 240 le attività che si svolgeranno dal 5 al 30 ottobre. Ogni giorno c’è una programmazione diversa, da momenti di spiritualità a eventi culturali e accademici, così come a tavole rotonde e conferenze, e senza dimenticare quegli spazi in cui la voce dei protagonisti dell’Amazzonia: Casa Comune si farà sentire. Lì potremo ascoltare da buona fonte cosa sta realmente accadendo con i popoli della Panamazzonia, le loro lotte, le loro preoccupazioni, ma anche le loro proposte con tutta la loro conoscenza e valori provenienti dai diversi popoli amazzonici, sia indigeni, ribereños e afro-discendenti. Non c’è dubbio che la voce dei popoli indigeni in isolamento volontario e contatto iniziale si lascia ascoltare tramite coloro che vengono a dirci cosa succede realmente con queste popolazioni in costante vulnerabilità.

L’Amazzonia è arrivata a Roma, con i suoi volti e il suo fascino, tutti provenienti dalla stessa selva.  I popoli amazzonici, con il remo in mano e regolando gambe e corpo, hanno deciso di

“navigare sulla canoa che ci conduce nelle profondità delle acque del Battesimo”.

Hanno deciso di venire a Roma per dire a Francesco e ad ogni Padre Sinodale e partecipante al Sinodo, quali sono questi fiumi, che come braccia giganti formano una grande rete che vogliono lanciare nelle acque per pescare, come l’Apostolo Pietro, uomini e donne che annuncino il mandato di Gesù: Amatevi gli uni gli altri.

#amazoniacasacomun

Diversi incontri, un solo fine

Amazzonia: Casa Comune è colui che durante queste tre settimane vuole accompagnare il Sinodo con una preghiera costante, con suppliche, con canzoni, ma anche con un atteggiamento di dialogo e ascolto. Questo è esattamente ciò che significa Amazzonia: Casa Comune, è un insieme di iniziative che esprimono la continuità di un processo di ascolto che non è iniziato ieri, né l’anno scorso, né cinque anni fa.

Amazzonia: Casa Comune è quello spazio che vuole ascoltare la voce dei protagonisti, cioè i popoli amazzonici, la voce di coloro che li rappresentano e la voce di una Chiesa che vuole mantenere una presenza che non solo accompagni, ma anche una Chiesa chiamata ad uscire e convertirsi integralmente.

Le attività che si svolgeranno in Amazzonia: Casa Comune cominceranno con una Veglia e inaugurazione sabato 5 ottobre, nella chiesa di Santa Maria della Traspontina, punto focale nel mezzo di altri spazi che stanno a disposizione. Queste attività sono come una gamma di colori che esprimono la diversità propria dei popoli della selva. Avremo, ad esempio, la mostra fotografica “El jaguar de Chiriquete”, portata da Adveniat dalla Colombia. Un’ altra mostra importante verrà realizzata dalla Red Iglesia y Mineria. Anche nella città di Milano il PIME, tra le altre inziative, ha preparato una mostra dal titolo “Il grido dell’Amazzonia”.

Ci saranno momenti di spiritualità amazzonica e martiriale animati dall’ Equipe Itinerante proveniente dalle frontiere del Brasile, Perù, Colombia e Bolivia. Molte le attività di sensibilizzazione, tra cui vari tavoli di riflessione e dibattito come “Esperienze dei popoli indigeni nella difesa e cura dei loro territori”, promosse dal Consiglio Missionario Indigeno del Brasile. Avremo attività che ci porteranno testimonianze e risposte comunitarie all’espansione dell’agroindustria e dell’estrattivismo in Amazzonia; la presentazione del Rapporto sui Diritti Umani dei Popoli della Panamazonia; la presentazione dell’Atlante Panamazzonico; la discussione sul ruolo che svolge la donna in Amazzonia, tra gli altri.

Tra gli eventi accademici si evidenzia: “Voci indigene”. Riflessione teologica che si terrà presso la Pontificia Università Antonianum di Roma. Così come l’incontro di leaders indigeni con studenti e professori della Facoltà Teologica dell’Italia meridionale di Napoli. Varie proiezioni di video e documentari che narrano la vita e la situazione dei popoli amazzonici. Oltre a spazi di formazione e informazione per giornalisti e interessati chiamati: Conversazione – Comunicazione, Ambiente e Popoli Indigeni.

Non possiamo non menzionare un evento molto importante che si svolgerà in un quadro di dialogo interculturale, chiamato Laudato si’. Incontro e Solidarietà, nord e sud. Sarà uno spazio in cui i leaders indigeni dell’Amazzonia e i leaders indigeni del Nord America si siederanno gli uni di fronte agli altri per discutere di ciò che sta accadendo nei rispettivi territori. Infine, invitiamo tutti a partecipare il 19 ottobre al PELLEGRINAGGIO PER L’AMAZZONIA, che ha l’obiettivo di unirci nella preghiera e camminare insieme, Padri Sinodali e Amazzonia: Casa Comune, con tutto il Popolo di Dio, per innalzare le nostre preghiere e canti a Dio Padre e Creatore che ci chiama alla conversione integrale.

Traduzione dallo spagnolo all’italiano di Antonella Rita Roscilli

Roma, 1 ottobre 2019


[1] abitanti delle rive dei fiumi

Interculturalità – ‘dono’ del Spiritu Santo

di Roberto Carrasco, OMI

Omelia della domenica di Pentecoste – Capella della Casa Generalizia dei Missionari Oblati di Maria Immacolata.

Iniziamo con questa invocazione del ritornello del Salmo di oggi: “Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra”.

Vorrei cominciare con una esperienza vissuta quando arrivai per la prima volta in un villaggio dell’etnia kichwa nell’Amazzonia peruviana. La prima cosa che feci fu presentarmi al l’Apucapo – della comunità perché lui rappresentava e tutt’oggi rappresenta il ponte tra noi [ospiti] e la cultura indigena. Noi missionari saremo sempre ospiti in terra di missione.

Per un indigeno Naporuna [abitante del fiume Napo], vivere nella società significa che gli esseri umani e la natura fanno parte dello stesso territorio: tutto è correlato. Una volta, parlando con uno di loro mi disse che la ‘loro’ visione del mondo si basa sul fatto che c’è uno Spirito – SAMAY – una forza che cerca l’unione, ma c’è anche un’altra forza contraria che rompe, sconvolge e distrugge l’armonia di questo Spirito. Pertanto, la società umana deve essere organizzata secondo uno spirito, delle idee e dei pensieri comuni. Non c’è spazio per lo spirito di disuguaglianza. Tuttavia, secondo Naporuna, ciò che viene imposto nella società odierna è lo spirito di competizione.

L’esperienza dei popoli Kichwa con lo Spirito di Dio è un’esperienza di presenza, sia quando vanno a pescare che quando lavorano nei campi, oppure quando si riuniscono in comunità per risolvere un problema che mette a rischio l’unità della gente, ma soprattutto la pace.

Secondo Lazar T. Stanislaus e Martin Ueffing, per noi cristiani, l’esperienza di Dio è l’esperienza della sua presenza, della compagnia e dell’intervento nelle nostre vite.  Anche nei momenti di benessere o sofferenza. Questa è una presenza liberatoria e apre la comunità dei credenti al benessere di altre comunità di persone.

L’esperienza della creazione, l’incarnazione e l’esperienza della glorificazione – che abbiamo vissuto in questo tempo pasquale per 50 giorni- può essere riassunta nell’esperienza della comunicazione e della comunione. Le storie bibliche ci presentano momenti diversi in cui gli esseri umani sono chiamati e fortificati nel vivere in comunione con gli altri, sia con le persone che con la natura.

La comunicazione e la comunione sono state anche le esperienze fondamentali di Gesù e l’esperienza della Chiesa con lo Spirito Santo. Il compito dello Spirito Santo è di promuovere la comunicazione e motivare a costruire la comunione, così, come noi Oblati, siamo chiamati a costruire la comunità.

È lo Spirito che crea l’unità. “Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito… Vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti” (1Co 12, 4.6). Lo Spirito che fu inviato al Giordano per segnalare Gesù come il Figlio di Dio, è lo stesso Spirito del potere unificante nella nascita della Chiesa a Pentecoste.  Persone di diversa origini linguistica e culturale sono accomunate nella propria lingua. Le differenze delle madri lingue non sono un ostacolo per raggiungere una comprensione comune e per essere riunite come il Popolo di Dio: Gesù attrae da uno a uno il suo Regno.

La spiritualità cristiana non è altro che “la vita cristiana nello Spirito, seguendo Gesù ed essendo in comunione con Dio e con gli altri”. Sappiamo che la spiritualità non si riferisce solo alle preghiere o agli esercizi spirituali; è lo Spirito che motiva qualcuno e costituisce la struttura delle idee, dei valori e delle azioni.

La spiritualità cristiana ha il suo fondamento nella spiritualità trinitaria, che è quell’atteggiamento di base che è influenzato dalla fede in un Dio uno e trino. È uno stile di vita cristiano caratterizzato da dettagli ordinari e dalla routine quotidiana guidata dallo Spirito verso una maggiore comunione e comunicazione con Dio e con gli altri. Quindi cosa stiamo facendo ora? Quali sono i miei ritmi giornalieri dentro della comunità?

Una spiritualità trinitaria ha conseguenze pratiche per l’interculturalità. A proposito, noi nell’ultimo Capitolo Generale della Congregazione abbiamo sviluppato il tema dell’interculturalità come uno dei fondamenti della nostra vita e missione attuale.

L’interculturalità può essere definita come l’insieme di “relazioni reciproche e di scambio veramente profonde tra culture, sia a livello individuale che di comunità”.

È bene riconoscere che l’interculturalità non è un’uniformità delle culture, né l’atto di mescolare culture o lasciarle vivere fianco a fianco in pace. È un ‘dono’ dello Spiritu , oggi.

Ecco perché la frase di Gesù ai suoi apostoli: “Ricevi lo Spirito Santo”, ha una grande forza che pone fine a quella paura e quindi in grado di aprire tutte le porte. Non aver paura delle manifestazioni dello Spirito.

Quindi, i frutti dello Spirito li potremo vedere come i frutti che ci spingono oggi a lavorare affinché le nostre relazioni testimonino la presenza viva dello Spirito Santo nella Chiesa, nella società e nella missione alla quale siamo inviati.

Rispettare l’individualità, promuovere la comunità, uscire per l’incontro con gli altri, crescere come comunità interculturale basata sull’uguaglianza dei suoi membri, sono i doni dello Spirito.

Oggi: é la Pentecoste nelle nostre vite; è la Pentecoste nella missione; è la Pentecoste nella Chiesa. Una Chiesa in cui le persone possono sentirsi a casa in una comunità e lavorare insieme se c’è un riconoscimento fondamentale di tutti, con un diverso background culturale. Tutti sono riconosciuti quali individui, persone che hanno gli stessi diritti e responsabilità.

In questa ricerca di nuove cammini lasciamo che lo Spirito faccia crescere in noi i doni della reciprocità, dell’ascolto, dello scambio, del rispetto, della crescita, ma soprattutto dell‘arricchimento dei doni e dell’incontro nella diversità.

Ricordate dunque il ritornello del Salmo di oggi: “Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra“.

[La fonte di questa mia riflessione è stato il libro de Lazar T. Stanislaus/ Martin Ueffing (Edd), Interculturalidad. En la vida y en la misión, Navarra, Editorial Verbo Divino, 2017.]

To visit the Peruvian Amazon

An Oblate Presence on the Rio Napo

By Séamus P. Finn, OMI

In mid September I was able to fulfll a promise made, and a dream long harbored, to visit the Peruvian Amazon where the Oblates have a missionary presence. The mission of Santa Clotilde on the river Napo in the vicariate of San Jose de Los Amazonas reaches north some 450 km to the border with Ecuador, and south almost to the city of Iquitos. The principal transportation routes for the people living in the region are a network of rivers, motor bike paths and welltrod footpaths.

The mission center is located in the town of Santa Clotilde. The “Santa Clotilde Health Centre” that was established by Fr. Maurice Schroeder, OMI some thirty years ago, provides health care to people living in roughly 100 villages along the river. Frs Roberto Carrasco, OMI and Edgar Nolazco, OMI are the respective leaders of the parish and the ministry to the indigenous. They are joined by Norbertine, Fr. Jack McCarthy O. Praem, who heads up the health ministry in the region and directs the work of the health center today. Suffice it to say that the expanse of the mission keeps all of them and their many collaborators extremely busy. This vast region that stretches from the mouth of the Amazon across its tributaries to its point of origin in the Peruvian jungle, which we frequently refer to as the “lungs of the earth”, is so much more than that. For centuries, it has been, and continues to be, home for thousands of small villages and communities scattered throughout the region.

While the challenges and pressures of daily life have always been more than enough to occupy the time and energy of the people who live there, the numerous and expansive oil and gas concessions granted by the government in recent years have brought a host of additional concerns. According to recent studies, the Peruvian Amazon is being overrun by the intrusive operations of oil and gas industries. It is estimated that 41% of the Peruvian Amazon is covered by 52 active oil and gas concessions. This is more than fve times as much land as was devoted to such activities in 2003.

Nearly all of the hot button issues on the agenda of development agencies are being played out on a daily basis in the region. Among these concerns is the quandary about facilitating the entrance of modernity, including its ideas, services and products into the lives of peoples who have lived in virtual isolation for centuries. In addition, the penetration of large oil and gas corporations into the region places standards like “free prior and informed consent” on display and on trial. The tools for assessing the impacts of exploration and production on the environment, health and ways of life are also being tested.

One day in the village of Lagarto Cocha – where we traveled by boat for two hours, walked for thirty minutes, took another boat ride, and completed our journey with a ten minute trek – we visited the local school and heard about a project organized by the primary school children to address the problem of garbage in surrounding villages. They organized themselves into teams and were advised by teachers who helped them to develop the needed resources and organize their strategies. We were privileged to be there to hear each group of students report on their experiences and to listen to their assessment of what seemed to work, and what proved less successful.

Another morning, we met with the multi-sectoral committee from the region as they wrestled with diferent challenges and gathered to consider what changes they expected to encounter in the coming fve to seven years. Was it time for more roads, a small airport or at least a heliport? How can electric power be extended beyond the present four-hour-a-day period? Is solar power an answer? Should they try to develop a tourist industry? Can food production for export be expanded? Do they have raw materials or products or services that can be exploited to create jobs or engage the growing number of young people, especially those who are migrating from rural communities? How can the intrusion of globalization, especially through telecommunications and mass media be a positive infuence?Te institutional presence of the mission and the health center provide a framework, a space and an environment where the people and communities (indigenous and settlers) are able to gather and talk about the challenges and opportunities that they face.They are also an important part of the global network that is a needed resource to protect human rights, safeguard the environment and promote sustainable and appropriate development.

Oblates from Bolivia, Peru and the United States participated in an international conference o

Respecting natural resources

June 23rd, 2011 – Peru

On June 14-16, Oblates from Bolivia, Peru and the United States participated in an international conference on Extractive Industries that focused on “the problem of natural resources in Latin America and the mission of the church”. The conference, held in Lima, was organized and sponsored by the Justice and Solidarity Department of CELAM (Bishops Conference of Latin America) and MISEROR.

Roberto CARRASCO ROJAS, Edgar NOLASCO from the Oblate mission of Santa Clotilde, Peru, Gilberto PAUWELS from Oruro in Bolivia and Séamus FINN from the United States Province’s JPIC office in Washington, DC, joined more than 70 participants from dioceses and communities that are on the front lines of the extraordinary expansion of the extractive industries in Latin America.

Extractive industries, including mining and petroleum, are under new pressure to respond to the demands for minerals and energy that are continuing to increase across the world. The price for basic commodities like gold is also an important driver in the increased demand for precious and rare metals. The development of new technologies and processes for exploration and extraction has made it possible for mining and oil companies to penetrate deeper into areas and regions that were previously inaccessible. These developments have brought them into contact and conflict with communities and areas that were previously untouched by their activities, especially indigenous communities and peoples.

During the opening days of the conference, people from all regions and communities, including bishops, priests, religious, indigenous, and peasants, have shared their experiences, including the great suffering, destruction of livelihood and conflicts that have become a part of their daily lives as a result of this increased incursion of extractives into countries such as Bolivia, Peru, Chile, Guatemala and Colombia. Also included were an analysis of the input from the opening session and proposals and recommendations for actions.

The seminar was organized to search for a way to place the challenges of the extractives industry within the mission of the Church, the People of God. It sought to increase knowledge about the actual state of this type of industry in its global dimensions and the social, political, ecological and economic character of its consequences, beginning from a doctrinal, theological reflection that will guide the design of certain lines of pastoral action. (Séamus Finn)