Il beato Paolo Manna e il Sinodo per l’Amazzonia

di Roberto Carrasco, OMI

Un grande missionario proclamato beato da Giovanni Paolo II già novant’anni fa scriveva: «Spogliare per quanto è possibile la religione cristiana dalle sue forme occidentali non necessarie e rivestirla in ogni Paese di forme indigene…»

Il beato PAOLO MANNA

Visitando Catania, ai piedi del monte Etna, qualche settimana fa guardavo attentamente come il vulcano non è solo un fenomeno naturale che rimane attivo, l’Etna è veramente il protagonista di una lunga storia che coinvolge a tutta l’Italia. Quando ci fermiamo di fronte all’Etna, anche solo per un attimo e lo guardiamo con attenzione, possiamo sentire che l’attività vulcanica aspetta il momento opportuno per esplodere, come lo ha fatto tante volte.

L’Etna è un simbolo in questa regione italiana. L’Etna potrebbe rappresentare un segno, che annunzia un cambiamento, se ci fermiamo a riflettere che cosa stiamo facendo con il nostro pianeta. L’Etna è un segno che rappresenta quel grido profondo della Casa comune, che soffre a causa dell’intervento umano cattivo, che pensa solo allo sfruttamento di risorse, per il beneficio di pochi. Dobbiamo fare attenzione a questo fumo bianco, che sale verso le nubi, consegnandoci un sublime messaggio dall’interno della natura.

Sono venuto a Catania con la comunità missionaria del Pime (Pontificio Istituto Missione Estere) e un bel gruppo dei laici, che fanno un percorso formativo per poi andare in missione. Ho parlato dell’enciclica Laudato Si’, e abbiamo condiviso il tema: “Il grido dell’Amazzonia”, tema centrale, che ha coinvolto tutti noi.

P. Giuseppe Filandia, missionario del PIME visitando i villaggi nella foresta amazzonica brasilera

In questa comunità dei missionari, ho trovato padre Giuseppe Filandia, con il quale ho parlato dell’argomento cui i media europei hanno dato spazio, due settimana fa, all’interno del contesto che vive la Chiesa cattolica, che si prepara al prossimo Sinodo sull’Amazzonia (Roma, 6 – 27 ottobre 2019). Infatti, il punto di scontro è proprio il numero 129 dell’Instrumentum Laboris, che nel secondo comma, dice: «Affermando che il celibato è un dono per la Chiesa, si chiede che, per le zone più remote della regione, si studi la possibilità di ordinazione sacerdotale di anziani, preferibilmente indigeni, rispettati e accettati dalla loro comunità, sebbene possano avere già una famiglia costituita e stabile, al fine di assicurare i Sacramenti che accompagnano e sostengono la vita cristiana».

Padre Giuseppe Filandia, un missionario siciliano che ha avuto una bella e lunga esperienza missionaria – più di 25 anni – tra i popoli indigeni “Dall’Amazonas alle Barriere Coraline”, come titola il suo libro (Book Sprint ed., 2017), mi diceva che il beato Paolo Manna, nel 1929, mentre era Superiore generale del PIME, aveva scritto un promemoria provocatorio per Propaganda Fide. Lo scrisse dopo un lungo viaggio attraverso le missioni in diversi continenti. Lo scritto si intitola “Osservazioni sul metodo moderno di evangelizzazione” e chiede cambiamenti rivoluzionari nel “metodo di evangelizzazione”, appunto. Vi si legge: «rifiutare l’occidentalismo, liberarsi dalla protezione interessata delle potenze occidentali, educare i sacerdoti locali, secondo programmi diversi da quelli usati in Occidente; abolire il latino e il celibato per favorire una maggior partecipazione degli indigeni al sacerdozio nelle missioni, consacrando i migliori catechisti dove mancano assolutamente sacerdoti».

Veramente, sono rimasto sorpreso di trovare questa lettera scritta dal beato Paolo Manna. Un visionario e un precursore della missione della Chiesa. Conosciuto come “un Santo seccatore”, “un missionario scomodo”, “un temerario”, “il Cristoforo Colombo della nuova cooperazione missionaria”, “uno dei più efficaci promotori dell’universalismo missionario nel secolo XX”, senza dubbio, un sacerdote con una straordinaria passione per la missione nella Chiesa.

Per il beato Paolo Manna, sottolinea Giuseppe Filandia, «il punto principale della missione era proprio aiutare questi popoli a conservare la propria identità. Gli africani, africani! Non occidentalizzati! Non portiamoli in Italia per far perdere la cultura, il senso africano. I cinesi specialmente. Perché c’è stato il fallimento del culto cinese? Perché i missionari volevano creare missionari a propria immagine e somiglianza, ciò occidentalizzati. E padre Manna si è reso conto che queste cose non aiutavano assolutamente la propaganda missionaria di evangelizzazione, ma addirittura erano e sono di ostacolo… La mentalità nostra era di formare sacerdoti secondo la nostra cultura, la nostra educazione, i nostri insegnamenti. Padre Manna diceva: che cosa pretendete da questi africani, da questi cinesi? Che insegnino latino o materie che non hanno niente che vedere con la loro cultura e con la loro evangelizzazione? Quindi, non soltanto il latino, ma anche la filosofia, cioè quel curriculum di studi occidentali, dovevano essere aboliti per dare spazio alla cultura locale, in modo da formare sacerdoti per il loro popolo: essere sacerdoti, conservando la propria cultura. Manna parla anche di celibato. È chiaro: Padre Manna è un santo, quindi crede al celibato, crede nella consacrazione totale a Gesù, ma pretendere, che questi popoli vivano il celibato come lo vogliamo noi, era realmente un impedire a molti giovani di diventare sacerdoti. E se lo diventavano, vivevano, purtroppo, una doppia vita morale. E questo logicamente non aiuta l’evangelizzazione, non aiuta la santità dei preti, ma è un vero ostacolo».

Alla fine dell’intervista, padre Giuseppe Filandia aggiunge: «Dopo cinquanta anni di missione in Brasile e in Papua, posso assicurare che, continuando con questo stile di formazione dei preti locali, noi stiamo sbagliando. Bisogna parlare del celibato come da un modo per donarsi totalmente a Cristo, ma non tutti, anzi la maggior parte, non si sente di seguire Cristo attraverso un cammino, che è una legge umana. Cristo non ha niente a che vedere con il celibato. Sì, lui ha dato un consiglio, che resta un consiglio. Ma penso che Gesù oggi voglia i suoi sacerdoti consacrati per il popolo, secondo la loro cultura, secondo le loro tradizioni, in modo da essere persone in mezzo al proprio popolo, accettate dalla propria gente».

Dunque, avendo vissuto questa esperienza in Sicilia, insieme a questa comunità missionaria, rimane in me quell’immagine dell’Etna, quel fumo che continua a salire verso il cielo. E intanto mi domando: cosa c’è nel profondo di questo vulcano che nessuno può vedere, ma è capace di far tremare tutta questa regione dell’Italia? Che tipo di energia, forza, vitalità, vigore è questa?

Basta corruzione, buggie e repressione

Mentre in Francia guardiamo ai gilet gialli; in Ungheria rinasce l’opposizione; in Serbia una migliaia di manifestanti protestavano in piazza, in Romania i protestanti sono più di 100milla.

di Roberto Carrasco, OMI

Che hanno in comune queste “insurrezioni popolari”?

Lotta contra la corruzione, mancanza di fiducia, una collettività stanca di mensogne da parte dei governanti, politiche che fanno le diferenze tra élite e popolo, legge che schiavizanno e propongono nemmeno un vero sostegno di fronte una crisi che cresce e si laccia vedere in ogni piazza anche in ogni paese. Ancora rimane la domanda: Chi è dietro di questa manipolazione?

Di chi è tutta la colpa che in quest’ultimi anni nell’Unione Europea si sta svillupando diversi forme di “insurrezioni popolari?

“E proprio colpa dell’Unione Europea oppure dei ‘poteri forti’?”, sono delle domande che Mariana Mazzucato ha scritto sulla Reppublica il 14 gennaio scorso quando titolava il suo articolo: “Chi manipola la collettività è la vera élite”. Una domanda che ci fa riffletere ancora oggi.

Innanzitutto, che cosa è l’insurrezione?

“È un tipo di conflitto che deriva da oppressione di un popolo sopra un altro, o di un governo sul suo stesso popolo. Qualunque sia el tipo di conflitto, l’insurrezione può essere considerata essenzialmente la fase culminante del processo rivoluzionario che si sta svolgendo un tanto nascosto, altro si può prevedere. L’elemento sorpresa, addirittura la resistenza e di qualcher modo l’emento violenza sono le carateristiche di ogni insurrezione”; possiamo leggere in Wikipedia.

Oggi nell’Europa si svolge un fenomeno che non è nuovo, ma è un fenomeno in crescita. Cosa troviamo nelle informazioni?

Secondo Alessandro Barico, “la crisi che stiamo attraversando è innanzitutto una crisi di fiducia delle masse nei confronti delle élite”, l’afferma Mazzucato. Mentre Baricco afferma “che la democracia funciona quando le élite, pur proteggendo e incrementando i loro privilegi, riescono magnanimamente a dispensare una forma di convivenza accetabile per le masse” (Reppublica il 14 gennaio). Ecco chi qua il punto algido del grosso problema che atraversano queste nazioni.

Dicembre scorso, Pauline Bock, del New Statesman nel Regno Unito ha scrito che “il presidente Macron ha perso un’altra occasione cercando di calmare le proteste dei gilet gialli con un discorso televisivo, bensi questo è diventato in grande svaglio nel confronto con i manifestanti”. Non basta di “sospendere e poi cancellare la tassa sul carburante che aveva fatto scopiare la protesta, ma a quel punto l’attenzione dei gilet gialli si era spostata da tempo su revindicazione sociali ed economiche più ampie”. Sin qui i gilet gialli non si hanno lasciato ingannare fácilmente. Tuttavia Macron “non si è liberato dei gilet gialli”, quindi il movimiento è tornato in piazza però con un grande aumento delle violenze chiendendo oggi altre tipi di riforme. “Ma doppo più un mese nessuna richiesta dei gilet gialli è stata soddisfatta: non è stato rivalutato il salario minimo, la patrimoniale non è stata ripristinata e Macron è andato avanti sorridendo come se niente fosse. Nel frattempo i poliziotti hanno scioperato per le difficili condizioni di lavoro (i cosiddetti gilet blu) e i loro salari sono stati alzati nell’arco di una giornata”, ha scritto su New Statesman, Pauline Bock al inizio di gennaio 2019.

D’altra parte, in Ungheria “le proteste contro la legge sugli straordinari hanno creato un fronte comune tra i lavoratori e i partiti ostili al governo di Viktor Orbán”, appare nella rivista Internazionale del 21 dicembre. Ha scritto Lászlo Seres del HVD che “a partire dall’8 dicembre decine di migliaia di ungheresi hanno protestato contro la legge sugli straordinari. Se è stata proprio questa misura a scatenare le proteste, e non gli innumerevoli furti, le nazzionalizzazioni, gli appalti truccati e la repressione”. Dunque il presidente Orbán neanche è riuscito a fermare le proteste. “La cosidetta ‘legge schiavitù’ che è alzata le ore di lavoro da 250 a 400 ore annuali ha datto un duro colpo al presidente”, e magari questo “può essere l’inizio della sua fine”, l’afferma Seres.

Mentre in Serbia la situazione è simile, si trata del presidente Aleksandar Vucic chi è accusato di autoritarismo. I manifestanti comandati per Branislav Trifunovic protestanno contro l’abuso e la propotenza di parte del governo quando hanno ucciso a Oliver Ivanovic, un politico serbo , forze une delle voci piì critici nel momento che il paese si mette contro il presidente della Repubblica serbia. Un dato curioso si trova in piazza quando si vedi scritto su uno degli striscioni: “Siamo con il popolo, non con i ladri di ieri e di oggi”, si può leggere sulla Repubblica del 13 gennaio.

Quantunque il conflitto non finisce ancora nell’Europa, andiamo verso la Romania, proprio nella Piazza della Vittoria a Bucarest, dove negli ultimi mesi dell’anno scorso si è visuto diversi manifestazioni contro il governo socialdemocrata, chi di fronte a cientomilla persone chi insieme al del presidente Klaus Iohannis, denunciano la corruzione anche il fatto che le forze del ordine hanno avuto un’agresiva intervenzione contro le persone che volevano solo una manifestazione pacifica. L’importanza di questa protesta ricade in quelli organizazione civili che spingono le proteste e hanno una participazione attive. “Non vogliamo essere un paese di ladri”, si legge sui striscioni.

Ma ci sono ancora altri tipi di proteste. Solo per vedere uno di quelli trovati nei giornali e nelle riviste delle ultime settimane; per esempio, “il 27 gennaio circa 150mila persone, di cui metà a Bruxelles, hanno manifestato in Francia e in Belgio per chiedere politiche più ambiziose per la lotta al cambiamento climatico… La forte partecipazione dei giovani non è casuale, sottolinea Le Soir … Secondo il politologo Carl Devos è ‘una piccola rivoluzione’ che potrebbe favorire i Verdi alle elezioni legislative del 26 maggio, quando si svolgeranno anche le europee”, si legge nella rivista Internazionale del 01 febbraio.

I giovani e la Chiesa: chi si allontana da chi?

di Roberto Carrasco 

Riflessioni dopo il Sinodo: «Il problema non è tanto che i giovani lasciano perdere la Chiesa, ma che in qualche modo la Chiesa avevo lasciato perdere loro». Intervista con il professore José Luis Moral.

La Facoltà di Scienze della Comunicazione Sociale dell’UPS aveva organizzato il 5 novembre il Seminario Religion Today 2018 sul tema: “New Generations. Credenze e valori delle giovani generazioni”, José Luis Moral de la Parte, salesiano, professore di pastorale giovanile e pedagogia religiosa in questa università, chi ci ha parlato su “I giovani e l’umanizzazione di Dio”, è proprio con lui con chi abbiamo avuto un’intervista.

SINODO

Dopo il Sinodo 2018, sembra che la realtà dei giovane nella Chiesa ancora non sia chiara: quale è il rapporto che la Chiesa ha con i giovane? E qual è il rapporto che i giovani hanno con la Chiesa?

Una cosa è il documento finale di questo Sinodo, che obviamente parla del rapporto giovani – Chiesa, Chiesa – giovani, ed un’altra cosa è la realtà che è legata fondamentalmente a una storia, che per dirla brevemente è la storia che unisce questa tematica del rapporto al Concilio Vaticano secondo.

Il Concilio Vaticano II

C’erano grossi problemi nella comunicazione della Chiesa, non solo con i giovani, ma in genere con il mondo contemporaneo. Dopo il Concilio è stato che la Chiesa ha preso sul serio il rapporto con le nuove generazione: ha capito che doveva superare gli schemi della catechesi con i giovani. Allora si diceva, addirittura, catechesi dei giovani, non con i giovani. Incomincia dunque il superamento di questa prospettiva e nasce propriamente la pastorale giovanile, che si pone il problema dei tanti giovani che non sono stati educati né appartengono alla tradizione cristiana: troviamo giovani che non hanno nessuna religione né fede, e troviamo anche giovani che sono nell’itinerario di educazione alla fede. Con tutto ciò incominciano a nascere, per così dire, rapporti nuovi.

Purtroppo una delle cose che questo Sinodo non ha saputo o non ha voluto fare è collegarsi con la storia recente del rapporto Chiesa–giovani… Il Sinodo poi, proprio perché ha perso un poco questa memoria storica, è più incentrato sulla Chiesa che sui giovani e in qualche modo uno, leggendo il  documento finale, ha l’impressione che la Chiesa dice di ascoltare i giovani o vuole ascoltarli, ma che ci sono comunque delle risposte a priori, indipendentemente da come sono realmente i giovani: l’impressione è che, se fossero in un altro modo, le risposte sarebbero le stesse».

Possiamo parlare di un distacco della Chiesa?

«Ma certamente. Quando si parla del distacco, o della separazione, dell’allontanamento dei giovani dalla Chiesa, la prima questione che viene immediatamente in mente è: chi si allontana da chi? E sicuramente la Chiesa ha riconosciuto che si è allontanata molto dai giovani negli ultimi tempi. Io credo che adesso il problema non è tanto che i giovani lasciano la Chiesa, ma che in qualche modo la Chiesa aveva lasciato loro».

Chi ha perso la fiducia, i giovani verso la Chiesa o la Chiesa verso i giovani?

«Il tema della fiducia sarebbe complicato, affrontarlo così, se indichiamo con questo termine un rapporto dove uno si guadagna l‘autorevolezza. Si può dire essenzialmente che la Chiesa, fino al Concilio Vaticano II, in qualche modo non ha avuto propriamente fiducia nel giovane, perché non c’era questo problema. La Chiesa aveva l’idea di possedere la verità e di doverla insegnare ed i ragazzi si dovevanno sottomettere alla Chiesa… Siamo arrivati o siamo dovuti arrivare al Concilio Vaticano II per renderci conto che in questo modo non si potevano creare rapporti con le persone, con il mondo contemporaneo in genere, partendo dal presupposto che io possiedo la verità, quindi voi dovete semplicemente ascoltarmi. Inoltre si è fatta strada l’idea che la verità è sempre una realtà che sta dentro una cultura, dentro una interpretazione. Allora si può dire che, in generale, la fiducia come elemento fondamentale del rapporto non esisteva».

C’è chi sostiene che il documento finale del Sinodo non rappresenta tutti i giovani. La Chiesa ha la possibilità di rispondere alle domande dei giovani che non vengono ad essa?

«È chiaro che il tema è molto complesso. Pretendere che un Sinodo riesca a interloquire con tutti i ragazzi, con tutti i giovani forse è troppo. Comunque c’è una via per poter interloquire, ed è quella di pensare ai giovani come espressione, per così dire, del cambiamenteo radicale, sia culturale che antropologico. Ma il Sinodo non lo ha fatto. Guardando il documento sembra che, alla fin fine, i giovani a cui si rivolge il Sinodo sono quelli che stanno in sintonia con la Chiesa e non che essa non ha voluto entrare in dialogo con tante problematiche che i giovani presentano e che non sono, magari, solo esclusivi. Ma che ci fanno capire che il cambio di paradigma, il cambio epocale, si può già vedere nei ragazzi. Il loro scheletro ha già, per così dire, tutte le novità che le generazioni adulte non vogliono accettare. In qualche modo presentano il volto del nuovo essere umano che tutti, la Chiesa inclusa fatichiamo a riconoscere, perché vogliamo la “sicurezza” dell’uomo, garantendoci la continuità. Io dico che per i ragazzi il Sinodo avrebbe potuto fare questo: pensare ai ragazzi, a tutti ragazzi come espresione di un cambiamento radicale, culturale ed antropologico e quindi confrontarsi con la nuova antropologia, con la nuova cultura. Perchè ripeto alla fin fine, io credo che sono i ragazzi ad anticipare ciò che possiamo chiamare il “nuovo essere umano”, il nuovo modo di vivere, e di essere ed allo stesso tempo, la nuova cultura».

Dunque la Chiesa non è riuscita a raggiungere l’obiettivo. È possibile pensare che  sarà disposta a cambiare la propria struttura per capire non solo una realtà che non solo dei giovani? Lei se lo aspetta?

«L’ultima parola del Sinodo spetta al Papa. Possiamo aspetare ancora che lui dica o vada oltre quello che dice il documento finale. Comunque penso che questo Papa ha chiaro che l’unico modo per arrivare veramente a fare che la Chiesa abbia una voce, un’imagine propria del tempo è prendere sul serio, prima il Concilio Vaticano II, radicalizarlo nel senso di portarlo avanti nelle radice più importante. E questo implica cambiamento radicale. Il Papa ha detto, nella Evangelii Gaudiumnon solo, che questo nuovo tempo di missione comporta essenzialmente la riforma della Chiesa…  Bisogna accettare che in qualche modo le persone d’oggi nascono con una cultura che non è più quella della Chiesa, e con cui la Chiesa deve confrontarsi… La Chiesa deve avere la “forma”, di questa cultura contemporanea, deve entrare nella carne del tempo nostro, e non semplicemente aggrapparsi a idee astratte. Ma diventare una Chiesa del tempo, implica tante riforme. La prima questione fondamentale è eliminare il clericalismo, il che implica cambiare lo stile delle comunità cristiane, implica aprire tutta la realtà del presbiterato tanto a persone célibi come a persone non célibi (perciò adottando il celibato opzionale). Implica ammettere che anche la donna, in un futuro orizzonte, possa essere anche presbitero e così via dicendo. Arrivando poi ovviamente a un futuro desiderable… una Chiesa che veramente sia la profezia del regno, e che abbia come scopo fondamentale preoccuparsi del Regno e non tanto delle strutture della propria realtà ecclesiale.