Brasile, vince l’estrema destra. Ma la Chiesa è decisa a difendere uomini, donne e risorse

di Roberto Carrasco, OMI

Con Bolsonaro si interrompe il percorso di costruzione della democrazia. C’è preoccupazione per le minoranze e per l’Amazzonia. Ne abbiamo parlato con il decano della Facoltà di Teologia dell’UPS, Don Medeiros.

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Il Brasile è un paese dell’America del Sud che ha più di 209 milioni di abitanti. Domenica 28 ottobre, un po’ di più di 104 milioni si sono recati alle urne per scegliere tra Fernando Haddad, socialista, e l’altro candidato, Jair Messias Bolsonaro, che rappresenta l’estrema destra.

La mappa politica del Brasile è cambiata radicalmente dopo 13 anni, con Lula Da Silva chiuso in carcere, considerato risponsabile del disastro economico e sociale che il Brasile ha avuto in quest’ultimi anni. Del caso Lava Jato, frutto di tutto un sistema di corruzione incarnato suprattutto dal PT (Partido dos Trabalhadores), ne ha approfittato l’estrema destra, che ha vinto in 16 dei 27 stati che formano la nazione brasiliana.

Ci sono dei motivi per cui Bolsonaro ha vinto il 28 ottobre. Si è presentato come un candidato outsider, ma il fatto di essere un ex militare, sostenuto dal generale Antonio Hamilton Mourão, eletto vicepresidente, fa ricordare alla popolazione i 21 anni di dittatura vissuta dal Brasile, la più lunga dell’America Latina, anche rispetto a quella di Pinochet in Cile.

Un altro fattore che ha avuto una grande influenza è quello della chiesa evangelica che ha una presenza forte nelle favele e nei quartieri popolari delle città. La Rete Record, proprietà del fondatore della Chiesa Universale del Regno di Dio, è la seconda televisione più grande del Brasile e la quinta del mondo e ha giocato un ruolo importante in questa elezione.

In questo contesto elettorale, abbiamo intervistato il decano della Facoltà di Teologia dell’UPS, Don Damiano Raimundo MEDEIROS. Un missionario salesiano brasiliano che ha avuto la esperienza di lavorare in missione proprio sul confine tra Brasile e la Colombia.

Che cosa rappresenta Bolsonaro per il Brasile, oggi?

«Anzitutto è il nuovo presidente della Repubblica del Brasile eletto con più di 50% del voto degli elettori. Quindi è il presidente, è l’uomo che guiderà il Brasile per i prossimi quattro anni. È il primo militare che arriva al governo dopo, diciamo cosi, un periodo in cui tutti i governi erano civili e dopo il periodo della dittatura militare. In questo senso c’è uno scenario: la sua campagna alla presidenza è stata profondamente sottolineata con una tonalità di destra che fa pensare a dei passi indietro rispetto alla costruzione della democrazia in Brasile, che si è cercato di fare in tutti questi anni. Purtroppo non abbiamo avuto da parte di nessun candidato un programma globale di governo. Non sappiamo quale saranno gli scenari dal punto di vista oggettivo. Dal punto di vista di ciò che lui rappresenta ci sono, senza dubbio, delle preoccupazioni, soprattutto riguardo alle regioni strategiche del Brasile, come l’Amazzonia».

Possiamo dire che il voto di domenica scorsa è stato un voto antisistema?

«Io credo che si può utilizzare questa espressione, ma tenendo presente che, essendo un governo di destra, rappresenta anche un certo allineamento con la tendenza neoliberale in America Latina. Certamente c’è la preoccupazione che sia più disponibile a promuovere un tipo di politica neoliberale, soprattutto per quei gruppi internazionali e multinazionali che vogliono continuare a esplorare il continente Sudamericano».

Parlando di ecologia, gli esperti avevano segnalato, già prima delle elezioni, che ci sono dei rischi per il futuro dell’Amazzonia. La Rete Eclesiale Pan Amazzonica condivide quest’allerta.

«L’Amazzonia non è soltanto un universo ecologico ambientale: è un universo culturale e interculturale e con tantissime risorse a livello delle ricchezze minerarie. In questo senso la Chiesa brasiliana è molto preoccupata della campagna politica elettorale, non possiamo parlare ancora degli atti politici, perché ancora non lì conosciamo; ma preoccupa ciò che ha detto il presidente Bolsonaro durante il periodo di preparazione delle elezioni, a riguardo dell’Amazzonia. Ad esempio, si è pronunciato, più di una volta, contro il mantenimento delle riserve indigene. E questa è una questione molto delicata, visto che nell’Amazzonia ci sono tantissime popolazioni e culture indigene in cui non sarebbe ipotizzabile pensare che un giorno, per motivo d’una decisione politica, non potranno più esistere. Inoltre l’Amazzonia è una risorsa culturale e interculturale. Ad esempio, l’educazione in tantissime aree dell’Amazzonia è bilingue. Un governo che non riconosca questa sovranità culturale, farà piazza pulita nel senso che incentiverà delle politiche proprio per togliere questa realtà che è stata frutto anche delle conquiste, non soltanto della Chiesa, ma di tanti organismi che promuovono la preservazione e lo sviluppo delle culture indigene di quella regione. Ma certamente l’aspetto che desta più preoccupazioni sono le risorse minerarie di cui la regione è ricca. Ci sono questi grandi gruppi internazionali che, in questi ultimi 60 anni, hanno cercato di entrare in qualche regione, soprattutto del Sud, e hanno prodotto un disastro ecologico, sempre a detrimento della popolazione indigena, ma non solo, della popolazione cabobla, come diciamo noi, degli uomini che vivono e sopravvivono in quella regione».

Cosa pensa la gente delle città di questa situazione?

«Da una parte, i grandi progetti del governo in questi anni, ad esempio al riguardo le idroelettriche, sono progetti falliti. Progetti che non hanno prodotto ciò che è stato detto e promesso. Dall’altra parte c’è un paradosso: ad esempio, la regione dell’Amazzonia, in qualche modo, ha votato Bolsonaro, cercando magari di avere dei favori che soltanto l’universo popolare può immaginare. La Chiesa dell’Amazzonia – rappresentata dall’Episcopato brasiliano, ma soprattutto dal Consiglio Indigenista Missionario, il CIMI – come anche l’organizzazione indigena, la Confederazione delle Organizzazione del Bacino Amazzonico e tante altre organizzazioni, si sono manifestate molto contrarie alla politica che accennava il presidente durante la campagna politica per quella regione. Credo che la posizione della Chiesa (Cattolica) sarà di continuare ad essere sentinella per tutto ciò che potrà capitare in quella regione. Siamo qui preparando questo Sinodo speciale per l’Amazzonia, certamente la Chiesa continuarà ad essere sveglia, ma allo stesso tempo aperta al dialogo in vista della difesa non soltanto delle risorse, ma insisto, della difesa dell’uomo e della donna che vivono in quella regione.

BRASILE: Gli esperti ci hanno avvertito prima dell’elezioni

Lettera aperta

Brasile, 16 ottobre 2019

Il futuro dell’Amazonia passa per elezioni

Senza l’Amazonia non esisterebbe il Brasile tale quale lo conosciamo. Quattro sono i servizi che il bioma dispensa agli abitanti dell’Amazonia, al Brasile e a tutto quanto il pianeta.

1° – Il ciclo delle acque. Oggi, restando al sapere scientifico sviluppato, sono i fiumi volanti provenienti dall’Amazonia a portare la pioggia su tutto il territorio brasiliano, raggiungendo persino Uruguai, Argentina e Paraguai. Senza la foresta a nutrire l’atmosfera con l’acqua, tali fiumi non si formano. Una semplice Samaúma, un immenso albero dell’Amazonia, inietta nell’atmosfera all’incirca mille litri di acqua al giorno. Per cui, senza l’Amazonia il sud e il sud est del Brasile, dove si concentrano 70% delle ricchezze di Latinoamerica, si trasformerebbero in un deserto.

2° – Il ciclo del carbono. Ogni albero corrisponde a tonnellate di carbono accumulato nella sua struttura. Quando uno solo albero viene bruciato o entra in processo di decomposizione, il carbono è liberato in forma di gas e va ad aggravare il riscaldamento globale, il che contribuisce per il cambio climatico in tutto il pianeta.

3° – L’enorme diversità. Ogni m2 dell’Amazonia ha più biodiversità che qualsiasi altra area al mondo. Da lì provengono svariati alimenti tali l’açaí, cupuaçu, castagne, ortaggi di diversi tipi, radici etc, oltre a diversi farmaci, essenze, cosmetici, olei e un’enormità incalcolabile di ricchezze che solo la natura ci può offrire. Cambiare tale ricchezza con l’allevamento di mucche, l’esplorazione di mineri e qualche tonnellate di soja sembra alquanto insano. Insanità che può diventare reale nel caso in cui venga eletto uno dei candidati.

4° – Le popolazioni originarie. In Amazonia restano tuttora diversi popoli originari sopravvissuti al grande genocidio si abbattè in passato e si abbatte ancor oggi su di loro. Sono stati loro a preservare il quanto di ricchezze naturali ne abbiamo in Amazonia, la sua biodiversità, oltre a dimostrarci che è possibile vivere nell’Amazonia senza devastarla. Papa Francesco insiste in ascoltare queste popolazioni originarie nel Sinodo Panamazonico del 2019 a Roma. Dunque la distruzione della foresta è anche il colpo di misericordia nel cuore delle nostre popolazioni indigene rimanenti. Allertiamo sulle proposte contrarie alla vita e che interessano direttamente i popoli originari.

Siamo contrari a qualsiasi proposta che provochi la chiusura degli enti pubblici che difendono i diritti e sono a servizio della vita e del pianeta (Ministero dell’Ambiente e gli organi di controllo come l’IBAMA e l’ICMBIO), concessioni di lavori senza il dovuto permesso in materia ambientale, insomma, una lista infinita di aggressioni all’ambiente e ai popoli, le quali possono diventare reali.

A rischio è tutta questa ricchezza fondamentale: o la preserviamo o mandiamo in rovina ciò che ne resta. Tutti i servizi che l’Amazonia ci dispensa sono naturali e le ricerche su di essi sono di carattere scientifico, ma una decisione politica potrebbe annullare tutto che la natura ci offre nella sua infinita generosità.

Il futuro dell’Amazonia passa per il voto nelle elezioni del 2018.

Firmano:

Daniel Seidel – Membro della Commissione Brasiliana Giustizia e Pace, assessore della REPAM-Brasile.

Francisco Andrade de Lima – Assessore della REPAM-Brasile.

Marcia Maria de Oliveira – Assessore della REPAM-Brasile e della Caritas Brasiliana; Professoressa all’Università Federale di Roraima/UFRR.

Moema Miranda – Rete Chiese e Minerazione; Servizio Interfrancescano di Giustizia e Pace ed Ecologia (Sinfrajupe); Assessore della REPAM-Brasile.

  1. Ari Antônio dos Reis – Assessore della REPAM-Brasile; Coordinatore del curso di Teologia da Facoltà di Teologia e Scienze Umane – “Itepa Faculdades”.
  2. Dário Bossi – Missionario Comboniano; Rete di Chiese e Minerazione; Assessore della REPAM-Brasile.
  3. Ricardo Castro – Direttore dell’Istituto di Teologia Pastorale ed “Ensino Superior” dell’ Amazonia – ITEPES; Professore di filosofia alla Facoltà Salesiana Don Bosco – Manaus; Assessore della REPAM-Brasile.

Roberto Malvezzi – Filosofo; Teologo; Scienze sociali; Scrittore; Compositor; Assessore della REPAM.

Riferimenti

NOBRE, Antônio. Os rios voadores. https://www.youtube.com/watch?v=34Y93Ar4tCA. Acesso em 15/10/18

_______. A Máquina de fazer água. https://www.youtube.com/watch?v=HqAvP_hpzTA. Acesso em 15/10/18

CNBB. Campanha da Fraternidade de 2017: Os Biomas Brasileiros e Defesa da Vida. Ed. CNBB. Brasília. 2017.

(Fonte: REPAM)

HELICOPTERO

(Tradotto per Leonardo Rosas)

Sinodo sull’Amazzonia, una sfida anche per i giornalisti

di Roberto Carrasco, OMI

Il Sinodo ci fa riflettere su come non solo noi studenti della Comunicazione Sociale, ma anche i fornitori dell’informazione, i giornalisti professionisti, i caporedattori delle diverse testate, nonché l’opinione pubblica, stiamo trattando questa tematica.

ROBERTA-GUISOTTI

L’appello di Papa Francesco nel terzo anniversario dell’Enciclica Laudato si’, sulla cura della Casa Comune, celebrato a Roma nel luglio scorso, con la conferenza internazionale “Saving our common home and the future of life on earth”, diceva:

«È triste vedere le terre dei popoli indigeni espropriate e le loro culture calpestate da un atteggiamento predatorio, da nuove forme di colonialismo, alimentate dalla cultura dello spreco e dal consumismo (cfr SINODO DEI VESCOVI, Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per un’ecologia integrale , 8 giugno 2018)».

E ancora più forza ribadisce l’impegno di tutti ad ascoltare e diretti interessati:

«Per loro, infatti, la terra non è un bene economico, ma un dono di Dio e degli antenati che in essa riposano, uno spazio sacro con il quale hanno il bisogno di interagire per alimentare la loro identità e i loro valori» (Laudato si’ , 146). Quanto possiamo imparare da loro! Le vite dei popoli indigeni «sono una memoria vivente della missione che Dio ha affidato a tutti noi: la protezione della nostra casa comune» (Discorso nell’incontro con popoli indigeni, Puerto Maldonado, 19 gennaio 2018). Cari fratelli e sorelle, le sfide abbondano».

E mentre le popolazioni indigene dell’America latina attendono con grande speranza l’assemblea speciale del Sinodo dei vescovi per tutta la regione Panamazzonica, che è stata programmata nell’ottobre del 2019 a Roma, emerge una prima domanda che ci permette di riflettere su questo avvenimento; possiamo fare una autocritica sulla produzione dell’informazione? Possiamo fare lo stesso per quanto riguarda la funzione culturale, educativa e sociale delle notizie sull’argomento di altri paesi, qui in Italia?

Per questo punto è importante incontrare Roberta Gisotti caporedattore a Radio Vaticana, autrice testi e consulente Rai e docente universitaria di Economia dei media alla Facoltà di Scienze della Comunicazione sociale presso l’Ups, che abbiamo intervistato.

Fra un anno ci sarà a Roma il Sinodo dei vescovi sulla regione amazzonica e ci sembra che nella Chiesa, ma anche in Italia e in Europa in generale, ci siano degli elementi che ancora non si conoscono, dei quali ancora non si parla e non si sia approfondito, nei media. Cosa ne pensa?

Questo è veramente un aspetto che lascia stupefatti, tanto più che oggi parliamo, ci riempiamo la bocca di vivere in una cultura globalizzata. Che un evento così rilevante come il Sinodo sull’Amazzonia sia trascurato dal circuito dei media, non so negli altri paesi, ma sicuramente in Italia, fino ad oggi è stato trascurato, ci deve far riflettere e domandarci perché. La risposta più comune che noi possiamo sentire tra chi, appunto, lavora in televisione, alla radio, nei giornali, nel mondo della informazione sarà che questo argomento, in realtà, poco interessa al pubblico.

E questa è una grande mistificazione, perché il pubblico aspetta di essere interessato da una informazione che si apre al mondo, e sa come parlare ai cittadini, sa come stimolarli, sa come interessarli, sa come suscitare il loro spirito critico. In particolare, in televisione che a tutt’oggi è la regina dei media, abbiamo sempre più una comunicazione che cannibalizza se stessa, e ripercorre il già detto, il già fatto, ciò che fa più ascolto. Per cui abbiamo e viviamo un periodo storico di penuria di creatività, di penuria di interessi, di penuria di ricerca.

Riguardo all’Amazzonia non possiamo certo dire che un argomento che presenta degli aspetti così ampi di interesse per tutto il pubblico che sono da quello più, diciamo, che può essere più avvertito di tipo ambientale ecologico, ma anche di equilibri geopolitici per tutta l’America Latina, è un’occasione veramente mancata dell’informazione.

Infatti, sembra che l’Amazzonia non venga valorizzata per il suo contributo che elargisce non solo del punto di vista climatico, della biodiversità, ma anche per la riflessione sull’interculturalità. Quindi, secondo Lei questi elementi mancano nell’approccio del lavoro giornalistico? E se sì, quale lavoro di ricerca dell’informazione dovrebbe essere fatto, per una nuova creatività che vada ad incuriosire su quest’argomento?

In realtà l’informazione verso l’estero riguarda essenzialmente pochi elementi, cioè, le grandi calamità e catastrofi. Gli eventi di conflitti, di guerra e la cronaca nera. Quindi è un guardare a un’informazione che è prettamente negativa. E perché si guarda questa informazione che è prettamente negativa? Perché è molto facile fare ascolti con questo tipo d’informazione. Perché un’informazione che punta all’emotività del pubblico, cioè punta a trattenere il pubblico davanti al video anche solo per pochi secondi, pochi minuti, per ottenere quell’indice di ascolto che poi promuove quel programma. Questo è veramente un aspetto poco conosciuto e che è alla fonte di questa informazione che non svolge il proprio ruolo di informare e formare l’opinione pubblica dando gli elementi della vita sociale, culturale, politica, religiosa degli altri paesi e degli altri popoli.

Insomma, come si dovrebbe preparare un giornalista, non solo dentro alla Chiesa, ma anche in tutta Europa rispetto al prossimo Sinodo sull’Amazzonia nel 2019?

L’uomo che fa comunicazione deve anzitutto lui attento e curioso. Perché se non si interessa lui, se non si incuriosisce lui, se non fa ricerca, non potrà trasmettere questa conoscenza, questa curiosità, questo desiderio di fare ricerca per capire; non li potrà trasmettere al suo pubblico. Quindi, il primo appello che bisognerebbe fare, è quello di rivolgersi ai media, e alle persone che operano nei media di guardare a questo argomento, e di assumersi la responsabilità di parlarne al mondo perché è un tema di attualità che si riflette direttamente sulla vita delle persone e sulla vita dei popoli.

Possiamo entrare sul sito della FSC

Stage giornalistico nella REPAM

“Questo tempo nella REPAM è l’inizio di NUOVI CAMMINI oblati come missionario”

di Roberto Carrasco, OMI

Tra luglio ed agosto del 2018 nella città di Quito/Ecuador ho avuto la bella esperienza di fare uno stage (“internship”) giornalistico presso la “Rete Ecclesiale Pan amazzonica – REPAM”. Questa rete è un organismo costituito nel settembre del 2014 a Brasilia con l’obiettivo di collegare il lavoro che Chiesa sta facendo in tutti i Paesi che compongono l’Amazzonia. Si tratta di rispondere alle grandi sfide che ha la Chiesa cattolica presente in queste terre dell’America Latina. Questa rete nasce come una risposta alla ricerca che la Chiesa sta attuando nella evangelizzazione tra i popoli che abitano questa immensa regione del mondo.

 

Vari momenti vissuti con la REPAM

Nella Lettera Enciclica “Laudato Si’”, la REPAM ha trovato una sufficiente motivazione per articolare il lavoro missionario della Chiesa in temi come: promozione dei diritti umani, alternative di sviluppo, comunicazione, ricerca, etc. È una iniziativa ecclesiale nata nell’Amazzonia per proteggere il creato e coloro che lo abitano. «La REPAM – afferma il cardinale Peter Turkson, Prefetto del dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale della Santa Sede – è concepita per farsi uno strumento che serve in diversi gamme, come la giustizia, la legalità, la promozione e tutela dei diritti umani, la cooperazione tra Chiesa ed istituzioni pubbliche in diversi livelli, la prevenzione dei conflitti, lo studio e diffusione dell’informazione, lo sviluppo economico inclusivo ed equo, l’utilizzo responsabile e solidale delle risorse naturali, nel rispetto della Creazione, la preservazione delle culture e dei modi di vita tradizionale dei vari popoli».

Grazie al cardinale Pedro Barreto SJ che, orientando le mie preoccupazioni mi incoraggiò a fare la mia pratica professionale nell’area delle comunicazioni della REPAM, ho potuto inserirmi maggiormente nel compito che ha tutto il gruppo di professionisti, laici e missionari, della REPAM fino alla prossima Assemblea speciale dei Vescovi per la Amazzonia, convocata il 15 ottobre 2017 da Papa Francesco e che avrà luogo nell’ottobre del prossimo 2019. Un Sinodo che cerca nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale.

Insieme a Daniela Andrade, responsabile dell’area delle comunicazione della REPAM, mi sono unito agli sforzi e lavori in vista della campagna internazionale per “Amazzonizare” la Chiesa, sviluppando dei contenuti di comunicazione, preparando messaggi che spingano alla consapevolezza e alla comprensione dei temi del documento preparatorio per il sinodo pan amazzonico del 2019. Si sono anche enucleate delle strategie per pianificazione e impostazioni che si elaborano in ogni Assemblea territoriale come parte di questo processo pre-sinodale; in queste assemblee vi è la partecipazione di vescovi, sacerdoti, missionari, suore, laici, popoli indigeni, organizzazioni civili ed istituzioni che si preoccupano della situazione di tutta la pan Amazzonia.

Percorrere i vicariati apostolici di Puyo, Tena, Napo, Méndez, Zamora, Aguarico e Sucumbíos nell’Amazzonia ecuadoriana, facendo interviste, reportage e cronache, scambiando esperienze formative, sia con operatori di pastorale della comunicazione sia con la popolazione che abita in terre amazzoniche, mi ha permesso di impegnarmi di più nel compito che Papa Francesco ha chiesto alla Chiesa nel giorno in cui ha convocato l’Assemblea speciale dei Vescovi per la Amazzonia del 2019: «Scopo principale di questa convocazione è individuare nuove strade per l’evangelizzazione di quella porzione del Popolo di Dio, specialmente degli indigeni, spesso dimenticati e senza la prospettiva di un avvenire sereno, anche a causa della crisi della foresta amazzonica, polmone di capitale importanza per il nostro pianeta».

Senza dubbio, per me come missionario, questo tempo trascorso alla REPAM è l’inizio di NUOVI CAMMINI per gli Oblati.

Roma, 29 de settembre 2018.

Il Vangelo della Panamazzonia

Trenta punti tratti dal suo discorso in occasione dell’incontro con i popoli dell’Amazzonia e con la popolazione a Puerto Maldonado

ABBOZZI PASTORALE PER IL PROSSIMO SINODO PANAMAZZONICO

di Roberto Carrasco, OMI

PERU-POPE-VISIT-INDIGENOUSIl Papa Francesco sta visitando Perù come parte del viaggio apostolico numero 22. E sulla base dal DISCORSO NELL’INCONTRO CON I POPOLI DELL’AMAZZONIA e CON LA POPOLAZIONE, il venerdì, 19 gennaio 2018 a Puerto Maldonado nella reggione Madre de Dios, vorrei abbozare i punti più risaltante che potrebbe aiutare nella preparazione dal Prossimo Sinodo Panamazzonico che si sviluparà a Roma in ottobre dal 2019.

Questi abbozzi pastorale sono una prima lettura di quello che parleremo durante questi prossimi mesi. Mi piacerebbe dire che questi temi sono il prodotto di  tanti anni di lavoro pastorale e acompagnamento che la Chiesa nella Amazzonia ha avuto. Oggi la Rete Eclaesiale Panamazzonica – REPAM come una piattaforma promuove questo dialogo che permette a tutti coloro che si prepara per questo prossimo Sinodo per tutta la Chiesa Cattolica.

Questo sono le parole del Santo Padre Francesco in Perù:

 1.- Ho molto desiderato questo incontro…, nei vostri volti, il riflesso di questa terra. Un volto plurale, di un’infinita varietà e di un’enorme ricchezza biologica, culturale, spirituale.

2.- Abbiamo bisogno della vostra saggezza e delle vostre conoscenze per poterci addentrare, senza distruggerlo, nel tesoro che racchiude questa regione. E risuonano le parole del Signore a Mosè: «Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai, è suolo santo» (Es 3,5).

3.- Un’opzione convinta: La difesa della terra e la difesa delle culture.

4.- L’Amazzonia è una terra disputata su diversi fronti: il neo-estrattivismo e la forte pressione da parte di grandi interessi economici che dirigono la loro avidità sul petrolio, il gas, il legno, l’oro, le monocolture agro-industriali; dall’altra parte, la minaccia contro i vostri territori viene anche dalla perversione di certe politiche che promuovono la “conservazione” della natura senza tenere conto dell’essere umano e, in concreto, di voi fratelli amazzonici che la abitate.

5.- Dobbiamo rompere il paradigma storico che considera l’Amazzonia come una dispensa inesauribile degli Stati senza tener conto dei suoi abitanti.

papa 16.- Considero imprescindibile compiere sforzi per dar vita a spazi istituzionali di rispetto, riconoscimento e dialogo con i popoli nativi; assumendo e riscattando cultura, lingua, tradizioni, diritti e spiritualità.

7.- Un dialogo interculturale in cui voi siate «i principali interlocutori.

8.- Questo “buon agire” è in sintonia con le pratiche del “buon vivere” che scopriamo nella saggezza dei nostri popoli.

9.- Avere cura della casa comune.

10.- La difesa della terra non ha altra finalità che non sia la difesa della vita.

11.- La tratta di persone: in realtà dovremmo parlare di schiavitù.

12.- Alzare la voce per gli scartati e per quelli che soffrono.

13.- L’opzione primordiale per la vita dei più indifesi. Sto pensando ai popoli denominati “Popoli Indigeni in Isolamento Volontario” (PIAV).

14.- Il riconoscimento di questi popoli – che non possono mai essere considerati una minoranza.

15.- La loro visione del cosmo, la loro saggezza hanno molto da insegnare a noi che non apparteniamo alla loro cultura.

16.- Che si implementino politiche sanitarie interculturali.

17.- E come ho affermato nella Laudato si’, una volta di più è necessario alzare la voce sulla pressione che alcuni organismi internazionali fanno su determinati Paesi perché promuovano politiche di sterilizzazione. Queste si accaniscono in modo più incisivo sulle popolazioni aborigene. Sappiamo che in esse si continua a promuovere la sterilizzazione delle donne, a volte senza che esse ne siano avvertite.

18.- La cultura dei nostri popoli è un segno di vita. L’Amazzonia, oltre ad essere una riserva di biodiversità, è anche una riserva culturale che deve essere preservata di fronte ai nuovi colonialismi.

19.- Non lasciarci catturare da colonialismi ideologici mascherati da progresso che a poco a poco entrano e dilapidano identità culturali e stabiliscono un pensiero uniforme, unico… e debole.

Amalia_Ashéninka20.- Che le culture non si perdano è che si mantengano in dinamismo, in costante movimento… Cercate le vostre radici e, nello stesso tempo, aprite gli occhi alla novità, sì… e fate la vostra sintesi.

21.- L’educazione ci aiuta a gettare ponti e a generare una cultura dell’incontro. La scuola e l’educazione dei popoli originari dev’essere una priorità e un impegno dello Stato, impegno integrante e inculturato che assuma, rispetti e integri come un bene di tutta la nazione la loro sapienza ancestrale.

22.- Chiedo ai miei fratelli Vescovi che continuino a promuovere spazi di educazione interculturale e bilingue nelle scuole e negli istituti pedagogici e universitari.

23.- Una nuova antropologia… per rileggere la storia dei loro popoli dalla loro prospettiva.

24.- Abbiamo bisogno di ascoltarvi.

25.- Cari fratelli dell’Amazzonia, quanti missionari e missionarie si sono impegnati con i vostri popoli e hanno difeso le vostre culture! Lo hanno fatto ispirati dal Vangelo.

26.- Ogni cultura e ogni visione del cosmo che accoglie il Vangelo arricchisce la Chiesa con la visione di una nuova sfaccettatura del volto di Cristo. La Chiesa non è aliena dalla vostra problematica e dalla vostra vita, non vuole essere estranea al vostro modo di vivere e di organizzarvi.

27.- Abbiamo bisogno che i popoli originari plasmino culturalmente le Chiese locali amazzoniche.

28.- Aiutate i vostri Vescovi, aiutate i vostri missionari e le vostre missionarie affinché si uniscano a voi, e in questo modo, dialogando con tutti, possano plasmare una Chiesa con un volto Amazzonico e una Chiesa con un volto indigeno.

29.- I falsi dei, gli idoli dell’avarizia, del denaro, del potere, corrompono tutto. Corrompono la persona e le istituzioni, e distruggono anche la foresta. Gesù diceva che ci sono demoni che, per essere scacciati, richiedono molta preghiera. Questo è uno di quelli. Vi incoraggio a continuare a organizzarvi in movimenti e comunità di ogni tipo per cercare di superare queste situazioni; e anche a far in modo, a partire dalla fede, di organizzarvi come comunità ecclesiali che vivono intorno alla persona di Gesù.

30.-  Con questo spirito ho convocato un Sinodo per l’Amazzonia nell’anno 2019, la cui prima riunione, come Consiglio pre-sinodale, si terrà qui, oggi pomeriggio.

Come un dato storico che si svilupa sull’Amazzonia è che questo incontro è il primo incontro del Papa Francesco con i vescovi representanti di tutta la Panamazonia. Sono arrivati a Puerto Maldonado i vescovi di nove paesi.

Questo primo incontro tracciarà delle linee e temi più urgenti per l’evangelizzazione delle popolazioni indigene. “Il Sinodo sarà un momento forte di riflessione, ricerca di nuove strutture, metodi, modalità ministeriali e  programmazione misionaria per le Chiese della regione nonché l’occasione per stabilire i parametri principali di una pastorale d’insieme, cioè condivisa, e così operare in unità e comunione”, diceva il Cardinale Hummes, arcivescovo di Sao Paolo, chi oggi presiede la Commissione per l’Amazzonia della Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile e la Rete eclesiale panamazzonica (REPAM).

Roma, domenica 22 gennaio 2018

Papa Francesco e l’Amazzonia, futuro dell’umanità

di Roberto Carrasco, OMI

Papa Francesco ha convocato il Sinodo per la regione Panamazzonica. Una sfida per il mondo e per la Chiesa

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Roma, Domenica 15 ottobre. Durante l’Angelus di Piazza San Pietro Papa Francesco, continuando con la dottrina della Laudato Si’, che sottolinea l’importanza dell’Amazzonia per l’insieme del pianeta e per il futuro dell’umanità, il Santo Padre ha detto davanti ai fedeli e pellegrini che «accogliendo il desiderio di alcune Conferenze Episcopali dell’America Latina, nonché la voce di diversi Pastori e fedeli di altre parti del mondo, ho deciso di convocare un’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per la regione Panamazzonica, che avrà luogo a Roma nel mese di ottobre 2019».

Dopo la nascita nel settembre 2014 a Brasilia della Rete ecclesiale pan-amazzonica (Repam), presiduta dal cardinale Claudio Hummes, ricordiamo che durante l’incontro di coordinamento realizzato a Roma il 2 e il 3 marzo 2015 Himmes disse: «Nei nove Paesi latino-americani che includono il territorio amazzonico, la Rete vuole unire gli sforzi della Chiesa in favore della custodia responsabile e sostenibile di tutta la regione, al fine di promuovere il bene integrale, i diritti umani, l’evangelizzazione, lo sviluppo culturale, sociale ed economico del suo popolo, specialmente delle popolazioni indigene». La Chiesa in Amazzonia, ha detto il porporato, «vuole “fare rete”, per congiungere gli sforzi, per incoraggiarsi reciprocamente e avere una voce profetica più significativa a livello internazionale».

Per questa ragione Papa Francesco ha detto domenica che: «lo scopo principale di questa convocazione è individuare nuove strade per l’evangelizzazione di quella porzione del Popolo di Dio, specialmente degli indigeni, spesso dimenticati e senza la prospettiva di un avvenire sereno, anche a causa della crisi della foresta Amazzonica, polmone di capitale importanza per il nostro pianeta”.

Comincia per la Chiesa una grande sfida per tutto quello che significa l’Amazzonia per il mondo intero e perché l’Amazzonia è una fonte di vita nel cuore della Chiesa.

17 ottobre 2017

Fonte: http://www.young4young.com

Amazzonia. Continua la battaglia degli indigeni contro lo sfruttamento del petrolio

di Roberto Carrasco

Nel 2009 i kichwa hanno bloccato le navi sul fiume Napo, per cercare di fermare l’inquinamento e la morte. Ma da allora ben poco è cambiato.

Sostare sulla limacciosa spiaggia della comunità nativa kichwa di Copal Urco, poco prima dell’alba, svela perché l’Amazzonia crei leggende. Il vasto fiume Napo scivola silenzioso, quasi invisibile, nelle tenebre. Insetti e rumori animali rompono la silente oscurità della foresta. La giornata è appena iniziata, ed è già tutto umido. Mentre il sole sorge e l’oscurità si ritira, in lontananza si scorge una canoa che riporta un uomo di ritorno della pesca. Tutto il paesaggio, ormai illuminato, rivela alberi maestosi e stretti. La luce, anche quando diviene accecante, non riesce a farsi largo nella giungla più fitta. Il fogliame caduto dagli alberi, muro impenetrabile, lascia tutto e tutti al di fuori.

DSC0936004 Maggio 2009: Indigeni kichwas guardano sospetti l’arrivo di una Nave della Marina peruviana. “L’ultima volta che una nave ha solcato il Napo, fu nella Guerra Perù-Ecuador del 1941”, dice un anziano.

Ecco dove cominciano i racconti: il villaggio di Copal Urco, culla della comunità nativa kichwa ed una delle più antiche di questa regione (Loreto), si staglia su una piccola montagna che si erge sul lato destro del fiume Napo che collega il Perù all’Ecuador. Qui vivono poche centinaia di agricoltori e di pescatori indigeni. La foresta amazzonica peruaviana, seconda solo a quella brasiliana, consta di 70 milioni di ettari dei quali i tre/quarti ricchi di petrolio e gas: ciò ha dato avvio ad un ampio programa di sfruttamento di tali risorse, e non da oggi. Si pensi che la prima azienda petrolifera sbarcata ufficialmente in Perù nel 1945, di origine tedesca, aveva intrapreso la attività estrattiva ben prima della seconda guerra mondiale. Questo ha determinato una terza ondata immigratoria europea dopo quella del 1542, a seguito della scoperta del Rio delle Amazzoni, e quella del XX secolo che provocò un grande etnocidio dei popoli indigeni derubati degli alberi di caucciù dai quali veniva estratta la gomma. Sono stati creati 64 blocchi di esplorazione, conosciuti come lotti, sono stati creati, di cui otto dal 2004. “L’Amazzonia peruviana sta vivendo un’enorme ondata di esplorazione di idrocarburi”, afferma Matt Finer, coautore di uno studio sui progetti di petrolio e gas nell’Amazzonia occidentale da Duke University.

“L’estrazione dell’olio non è una cosa semplice. Comprende elicotteri, chiatte, sbarre di strada, piattaforme di trivellazione, pozzi e condotte. La tecnologia è più pulita di prima, ma ancora inquina le vie navigabili e spaventa il gioco e la vita dei popoli. E i lavoratori portano ancora germi, che minacciano le tribù senza alcuna immunità alle malattie degli estranei. La storia precedente dell’Amazzonia ci ricorda che l’influenza e altre malattie hanno provocato da parte dei conquistatori l’eliminazione da gran parte della popolazione indigena dell’America Latina e più recenti interlocutori, missionari, scienziati e giornalisti hanno causato conseguenze mortali nelle comunità isolate e indigeni. Dopo gli incursioni degli uomini petroliferi nel territorio di Nahua negli anni ’80, più della metà della tribù si è riferita da morire. Se le aziende entrano, è probabile che distruggeranno gli indigeni completamente e poi non saranno effettivamente”, dice Stephen Corry del gruppo di difesa Survival International. Questo si legge nella inchiesta fatta per il giornale inglese The Guardian in Luglio 2009.

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Il territorio dell’Amazzonia peruviana è quasi interamente dato in concessione. È un problema serio, di cui lo Stato non parla mai. Nel Napo la linea frontale di questa battaglia esistenziale è il lotto 67. Un pezzo di giungla nel bacino del Maranon nel Perù nordorientale, che comprende i campi petroliferi Paiche, Dorado e Pirana, che contengono barili di circa 300 m, dove una società anglo-francese, Perenco, detiene diritti esclusivi. Dal 2008 ha intenzione di spendere 2 miliardi di dollari – il più grande investimento del Paese – perforare 100 pozzi da 10 piattaforme. Il greggio sarà spedito e trasportato attraverso condotte per 600 miglia alla costa del Pacifico. Sono state fatte ampie prove sismiche e costruite le installazioni. Le barche attendono i primi barili. Ma per comunità autoctone come Copal Urco e tutta la Federazione da Comunità Native dal Messo Napo, Curaray e Arabela (FECONAMNCUA) questo implica la morte della loro cultura e l’invazione dei loro territori. Inoltre altro tema grave è quello della presenza dei gruppi indigeni no contaminati. Perenco respinge queste affermazioni come insinuazioni e disinformazione da parte di gruppi contrari allo sviluppo económico dicendo che: “Tutto questo è simile al mostro di Loch Ness. Molte chiacchiere, ma mai nessuna prova”, dice Rodrigo Marquez, responsabile regionale latino-americano di Perenco. “Abbiamo fatto studi molto dettagliati per accertare se ci sono tribù non contattate perché sarebbe una questione molto grave. L’evidenza è inesistente”. Perenco resta convinta dell’idea che è facile costruire teorie di cospirazione e che quando si parla della presenza degli incontaminati siesprimono solo opinioni, e chiede agli scienziati di produrre prove di quello che affermano.

9-mayo-2012 - 26In questo tema chi ha l’ultima parola? I critici dicono che “nemmeno il Ministero dell’Ambiente oppure di Cultura hanno l’influenza nei confronti dei soggetti più potenti che guidano la corsa all’olio e dell’impatto che questo avrà sui popoli indigeni”, afferma Richard Rubio, presidente della federazione indígena dal Napo.

“Il governo del Perù non è imparziale e non incoraggia le Studi da Impatto Ambientale veramente indipendenti, afferma Jose Luis de la Bastida, specialista di petrolio peruviano presso l’Istituto World Resources di Washington”, secondo Corry. In questo contesto, Lima è e si sente molto lontana dall’Amazzonia. È solo una città capitale costiera di quasi nove milioni di persone circondate dalle baraccopoli, il suo centro ha Starbucks, grattacieli lucidi, uffici governativi intelligenti e alcuni dei migliori ristoranti del Sud America. Storicamente si è guardato verso l’esterno dell’Oceano Pacifico e raramente ha pensato ai 300.000 abitanti delle foreste “nativo” scure, poco più dell’1% della popolazione. Ha avuto anche meno motivo di riflettere sulle tribù non contattate oppure dell’impatto della esplotazione petrolera. In questo contesto il presidente Alan Garcia Perez ha decretato le leggi che incidono l’Amazzonia per progetti di petrolio, gas, minerario e biocarburanti.

DSC09341Di fronti a questo i “nativi” si sono alzati. Sparpagliati, impoveriti e emarginati, hanno organizzato proteste. Diverse comunità hanno sfidato la politica estrattiva del governo. Il lunedì mattina del 04 Maggio 2009 hanno bloccato le condutture, le strade e le vie navigabili. Il presidente li ha denunciati come sabotatori “ignoranti” e il mese scorso ha ordinato alle forze di sicurezza di sollevare i blocchi.

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Alan Garcia, di fronte all’indignazione e la forza indigeni, ha però revocato due decreti più controversi, 1090 e 1064, che avrebbero aperto l’Amazzonia alle piantagioni di biocarburanti. I gruppi indigeni hanno sospeso le proteste, ma i progetti di petrolio e gas sono ancora in corso. “Lo scenario futuro rimane terrificante: l’Amazzonia peruviana è ancora coperta da concessioni”, afferma Finer, coautore dello studio Duke. Le compagnie petrolifere e il governo peruviano sono impegnate – in particolare per il l’ambito lotto 67.

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Dopo otto anni in Roma, parlando con un testimone di quello chi vive le popolazione napuruna, il Dr. Florindo Barisano, della ONG italiana del PRO.DO.CS (Progetto Domani: Cultura e Solidarietà), ricordavamo le parole del Padre Juan Marcos Mercier che 40 anni fa diceva: “Ai Runa non importa della loro cultura indígena, vogliono vivere come i bianchi e come la società dominante perchè si sentino inferiori essendo indigeni”. E parlando della similare situazione nell’Ecuador questo missionario diceva:”Il disastro ecologico dell’Amazzonia è evidente e non solo viene voglia di piangere ma anche di litigare con più forza. Ma bisogna essere intelligenti, astuti, come lo Yawati o il Coniglio per litigare contro tutte quelle multinazionale che hanno spazzato la selva”.

FLORINDO BARISANOIl dottor Barisano è una delle pocche persone in Italia che conoscono la realtà del Napo. Luì visita il Napo da 30 anni fa. “Che difficile è andaré controcorrente!”, diceva mentre veniva alla memoria quello del Conflitto Amazzonico dal 2009 in Perù.

Anzi, “quello che raccontava Padre Juan Marcos, che io pensavo fossero storie esagerate, erano la vera realtà. Era per me incredibile vedere che il fiume che io ho solcato decine di volte in Perù, era lo stesso che ho visto passando da Coca a Nueva Rocafuerte dal lato ecuadoriano, ed è motivo di tristezza vedere come potrebbe essere trasformato il lato peruviano del Napo nei prossimi anni”. Su questa situazione ci sono molte cose da dire. Nelle Missioni cattoliche presenti in tutto il Napo si sta da tempo discutendo sui rischi e le minacce che è insito nell’attività dell’industria estrattiva in questa parte della Amazzonia Sudamericana. I missionari che lavorano a stretto contatto con le comunità indigene sono testimoni viventi di come si sviluppano e vengono attuate le politiche in virtù dello “sviluppo pro-bianco”. Ad esempio, il Millennium Cities Project – Manaos, vuole dragare il Napo. In realtà, vi è grande preoccupazione da parte dei popoli dell’Amazzonia di questa zona del pianeta. Loro vogliono il dialogo come Nazione Kichwa. Vogliono incontrarsi per discutere i loro problemi. La verità è che le popolazioni indigene dell’Ecuador hanno sofferto molto di più le conseguenze dell’industria estrattiva petrolifera. Ci sono casi giudiziari terminati con condanne come i casi della Texaco e di Sarayacu. Gli indigeni della zona peruviana non hanno ancora avuto esperienze forti analoghe. Il conflitto che si è verificato nel maggio 2009 nel Medio Napo, quando una grande nave della Marina di Guerra peruviana e l’industria petrolifera Perenco si scontrarono con gli indigeni che avevano operato un blocco del fiume Napo, anche se poteva sembrare un fatto importante, purtroppo non lo è stato. Tutto il dialogo ed i tavoli di lavoro sono terminati lì. Alcune comunità che potevano beneficiarsi dell’estrazione del petrolio non si unirono alla lotta ed alla protesta. Ad oggi, quasi tutte le comunità indigene peruviane del Napo non hanno ancora avuto il supporto diretto promesso all’epoca dalle compagnie petrolifere. Nel Napo peruviano ci sono molte cose da analizzare. Continueranno ad essere i viaggiatori, gli stranieri, i visitatori, i turisti che ci diranno e confermeranno quello che i missionari stanno dicendo da molto tempo …? c’è davvero la volontà di lavorare con i popoli indigeni…? Probabilmente i governi di turno termineranno i loro mandati con le loro tasche piene, a scapito delle risorse di tutti. Forse il linguaggio di inclusione continua a far sognare e gli stati del Perù e dell’ Ecuador continuano a dare somme irrisorie di denaro alle persone dicendo che stanno facendo un grande piano per combattere la povertà e la malnutrizione.

IMG_2509Di fatto questa domanda è fondamentale: Si sta rispetando la Convenzione 169 dell’OIT e le legge che proteggono ai popoli indigeni? Ma quello che accade va ben al di la .

La malnutrizione si aggrava con l’inquinamento dei fiumi. Le acque sono inquinate e né lo Stato né le aziende che si definiscono leader sociali vogliono farsi carico di questa patata bollente. Il livello di istruzione è molto basso, la sanità completamente a terra. Se la salute di questa parte del mondo non è nel caos più totale lo dobbiamo solo grazie al lavoro della Missione dei Cappuccini in Rocafuerte – Ecuador e la Missione Cattolica di Santa Clotilde – Perù, dove gli Oblati di Maria Immacolata, i Padri Norbertini stanno offrendo assistenza sanitaria di qualità da 35 anni fa. Bisogna stare tutti uniti a lavorare con la nazione Kichwa. Bisogna scommettere per il dialogo e per un Progetto di Vita Kichwa per i popoli del Napo ecuadoriano e peruviano. La lettera di Tarapoto del 01 Maggio 2017 ha aperto oggi per tutta l’Amazzonia un nuovo atteggiamento e sfida di lavorare attraverso de Rette Pan Amazzonica (REPAM): “come fermare il processo di destruzione dell’Amazzonia?”.