Sinodo sull’Amazzonia, una sfida anche per i giornalisti

di Roberto Carrasco, OMI

Il Sinodo ci fa riflettere su come non solo noi studenti della Comunicazione Sociale, ma anche i fornitori dell’informazione, i giornalisti professionisti, i caporedattori delle diverse testate, nonché l’opinione pubblica, stiamo trattando questa tematica.

ROBERTA-GUISOTTI

L’appello di Papa Francesco nel terzo anniversario dell’Enciclica Laudato si’, sulla cura della Casa Comune, celebrato a Roma nel luglio scorso, con la conferenza internazionale “Saving our common home and the future of life on earth”, diceva:

«È triste vedere le terre dei popoli indigeni espropriate e le loro culture calpestate da un atteggiamento predatorio, da nuove forme di colonialismo, alimentate dalla cultura dello spreco e dal consumismo (cfr SINODO DEI VESCOVI, Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per un’ecologia integrale , 8 giugno 2018)».

E ancora più forza ribadisce l’impegno di tutti ad ascoltare e diretti interessati:

«Per loro, infatti, la terra non è un bene economico, ma un dono di Dio e degli antenati che in essa riposano, uno spazio sacro con il quale hanno il bisogno di interagire per alimentare la loro identità e i loro valori» (Laudato si’ , 146). Quanto possiamo imparare da loro! Le vite dei popoli indigeni «sono una memoria vivente della missione che Dio ha affidato a tutti noi: la protezione della nostra casa comune» (Discorso nell’incontro con popoli indigeni, Puerto Maldonado, 19 gennaio 2018). Cari fratelli e sorelle, le sfide abbondano».

E mentre le popolazioni indigene dell’America latina attendono con grande speranza l’assemblea speciale del Sinodo dei vescovi per tutta la regione Panamazzonica, che è stata programmata nell’ottobre del 2019 a Roma, emerge una prima domanda che ci permette di riflettere su questo avvenimento; possiamo fare una autocritica sulla produzione dell’informazione? Possiamo fare lo stesso per quanto riguarda la funzione culturale, educativa e sociale delle notizie sull’argomento di altri paesi, qui in Italia?

Per questo punto è importante incontrare Roberta Gisotti caporedattore a Radio Vaticana, autrice testi e consulente Rai e docente universitaria di Economia dei media alla Facoltà di Scienze della Comunicazione sociale presso l’Ups, che abbiamo intervistato.

Fra un anno ci sarà a Roma il Sinodo dei vescovi sulla regione amazzonica e ci sembra che nella Chiesa, ma anche in Italia e in Europa in generale, ci siano degli elementi che ancora non si conoscono, dei quali ancora non si parla e non si sia approfondito, nei media. Cosa ne pensa?

Questo è veramente un aspetto che lascia stupefatti, tanto più che oggi parliamo, ci riempiamo la bocca di vivere in una cultura globalizzata. Che un evento così rilevante come il Sinodo sull’Amazzonia sia trascurato dal circuito dei media, non so negli altri paesi, ma sicuramente in Italia, fino ad oggi è stato trascurato, ci deve far riflettere e domandarci perché. La risposta più comune che noi possiamo sentire tra chi, appunto, lavora in televisione, alla radio, nei giornali, nel mondo della informazione sarà che questo argomento, in realtà, poco interessa al pubblico.

E questa è una grande mistificazione, perché il pubblico aspetta di essere interessato da una informazione che si apre al mondo, e sa come parlare ai cittadini, sa come stimolarli, sa come interessarli, sa come suscitare il loro spirito critico. In particolare, in televisione che a tutt’oggi è la regina dei media, abbiamo sempre più una comunicazione che cannibalizza se stessa, e ripercorre il già detto, il già fatto, ciò che fa più ascolto. Per cui abbiamo e viviamo un periodo storico di penuria di creatività, di penuria di interessi, di penuria di ricerca.

Riguardo all’Amazzonia non possiamo certo dire che un argomento che presenta degli aspetti così ampi di interesse per tutto il pubblico che sono da quello più, diciamo, che può essere più avvertito di tipo ambientale ecologico, ma anche di equilibri geopolitici per tutta l’America Latina, è un’occasione veramente mancata dell’informazione.

Infatti, sembra che l’Amazzonia non venga valorizzata per il suo contributo che elargisce non solo del punto di vista climatico, della biodiversità, ma anche per la riflessione sull’interculturalità. Quindi, secondo Lei questi elementi mancano nell’approccio del lavoro giornalistico? E se sì, quale lavoro di ricerca dell’informazione dovrebbe essere fatto, per una nuova creatività che vada ad incuriosire su quest’argomento?

In realtà l’informazione verso l’estero riguarda essenzialmente pochi elementi, cioè, le grandi calamità e catastrofi. Gli eventi di conflitti, di guerra e la cronaca nera. Quindi è un guardare a un’informazione che è prettamente negativa. E perché si guarda questa informazione che è prettamente negativa? Perché è molto facile fare ascolti con questo tipo d’informazione. Perché un’informazione che punta all’emotività del pubblico, cioè punta a trattenere il pubblico davanti al video anche solo per pochi secondi, pochi minuti, per ottenere quell’indice di ascolto che poi promuove quel programma. Questo è veramente un aspetto poco conosciuto e che è alla fonte di questa informazione che non svolge il proprio ruolo di informare e formare l’opinione pubblica dando gli elementi della vita sociale, culturale, politica, religiosa degli altri paesi e degli altri popoli.

Insomma, come si dovrebbe preparare un giornalista, non solo dentro alla Chiesa, ma anche in tutta Europa rispetto al prossimo Sinodo sull’Amazzonia nel 2019?

L’uomo che fa comunicazione deve anzitutto lui attento e curioso. Perché se non si interessa lui, se non si incuriosisce lui, se non fa ricerca, non potrà trasmettere questa conoscenza, questa curiosità, questo desiderio di fare ricerca per capire; non li potrà trasmettere al suo pubblico. Quindi, il primo appello che bisognerebbe fare, è quello di rivolgersi ai media, e alle persone che operano nei media di guardare a questo argomento, e di assumersi la responsabilità di parlarne al mondo perché è un tema di attualità che si riflette direttamente sulla vita delle persone e sulla vita dei popoli.

Possiamo entrare sul sito della FSC

Stage giornalistico nella REPAM

“Questo tempo nella REPAM è l’inizio di NUOVI CAMMINI oblati come missionario”

di Roberto Carrasco, OMI

Tra luglio ed agosto del 2018 nella città di Quito/Ecuador ho avuto la bella esperienza di fare uno stage (“internship”) giornalistico presso la “Rete Ecclesiale Pan amazzonica – REPAM”. Questa rete è un organismo costituito nel settembre del 2014 a Brasilia con l’obiettivo di collegare il lavoro che Chiesa sta facendo in tutti i Paesi che compongono l’Amazzonia. Si tratta di rispondere alle grandi sfide che ha la Chiesa cattolica presente in queste terre dell’America Latina. Questa rete nasce come una risposta alla ricerca che la Chiesa sta attuando nella evangelizzazione tra i popoli che abitano questa immensa regione del mondo.

 

Vari momenti vissuti con la REPAM

Nella Lettera Enciclica “Laudato Si’”, la REPAM ha trovato una sufficiente motivazione per articolare il lavoro missionario della Chiesa in temi come: promozione dei diritti umani, alternative di sviluppo, comunicazione, ricerca, etc. È una iniziativa ecclesiale nata nell’Amazzonia per proteggere il creato e coloro che lo abitano. «La REPAM – afferma il cardinale Peter Turkson, Prefetto del dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale della Santa Sede – è concepita per farsi uno strumento che serve in diversi gamme, come la giustizia, la legalità, la promozione e tutela dei diritti umani, la cooperazione tra Chiesa ed istituzioni pubbliche in diversi livelli, la prevenzione dei conflitti, lo studio e diffusione dell’informazione, lo sviluppo economico inclusivo ed equo, l’utilizzo responsabile e solidale delle risorse naturali, nel rispetto della Creazione, la preservazione delle culture e dei modi di vita tradizionale dei vari popoli».

Grazie al cardinale Pedro Barreto SJ che, orientando le mie preoccupazioni mi incoraggiò a fare la mia pratica professionale nell’area delle comunicazioni della REPAM, ho potuto inserirmi maggiormente nel compito che ha tutto il gruppo di professionisti, laici e missionari, della REPAM fino alla prossima Assemblea speciale dei Vescovi per la Amazzonia, convocata il 15 ottobre 2017 da Papa Francesco e che avrà luogo nell’ottobre del prossimo 2019. Un Sinodo che cerca nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale.

Insieme a Daniela Andrade, responsabile dell’area delle comunicazione della REPAM, mi sono unito agli sforzi e lavori in vista della campagna internazionale per “Amazzonizare” la Chiesa, sviluppando dei contenuti di comunicazione, preparando messaggi che spingano alla consapevolezza e alla comprensione dei temi del documento preparatorio per il sinodo pan amazzonico del 2019. Si sono anche enucleate delle strategie per pianificazione e impostazioni che si elaborano in ogni Assemblea territoriale come parte di questo processo pre-sinodale; in queste assemblee vi è la partecipazione di vescovi, sacerdoti, missionari, suore, laici, popoli indigeni, organizzazioni civili ed istituzioni che si preoccupano della situazione di tutta la pan Amazzonia.

Percorrere i vicariati apostolici di Puyo, Tena, Napo, Méndez, Zamora, Aguarico e Sucumbíos nell’Amazzonia ecuadoriana, facendo interviste, reportage e cronache, scambiando esperienze formative, sia con operatori di pastorale della comunicazione sia con la popolazione che abita in terre amazzoniche, mi ha permesso di impegnarmi di più nel compito che Papa Francesco ha chiesto alla Chiesa nel giorno in cui ha convocato l’Assemblea speciale dei Vescovi per la Amazzonia del 2019: «Scopo principale di questa convocazione è individuare nuove strade per l’evangelizzazione di quella porzione del Popolo di Dio, specialmente degli indigeni, spesso dimenticati e senza la prospettiva di un avvenire sereno, anche a causa della crisi della foresta amazzonica, polmone di capitale importanza per il nostro pianeta».

Senza dubbio, per me come missionario, questo tempo trascorso alla REPAM è l’inizio di NUOVI CAMMINI per gli Oblati.

Roma, 29 de settembre 2018.

Il Vangelo della Panamazzonia

Trenta punti tratti dal suo discorso in occasione dell’incontro con i popoli dell’Amazzonia e con la popolazione a Puerto Maldonado

ABBOZZI PASTORALE PER IL PROSSIMO SINODO PANAMAZZONICO

di Roberto Carrasco, OMI

PERU-POPE-VISIT-INDIGENOUSIl Papa Francesco sta visitando Perù come parte del viaggio apostolico numero 22. E sulla base dal DISCORSO NELL’INCONTRO CON I POPOLI DELL’AMAZZONIA e CON LA POPOLAZIONE, il venerdì, 19 gennaio 2018 a Puerto Maldonado nella reggione Madre de Dios, vorrei abbozare i punti più risaltante che potrebbe aiutare nella preparazione dal Prossimo Sinodo Panamazzonico che si sviluparà a Roma in ottobre dal 2019.

Questi abbozzi pastorale sono una prima lettura di quello che parleremo durante questi prossimi mesi. Mi piacerebbe dire che questi temi sono il prodotto di  tanti anni di lavoro pastorale e acompagnamento che la Chiesa nella Amazzonia ha avuto. Oggi la Rete Eclaesiale Panamazzonica – REPAM come una piattaforma promuove questo dialogo che permette a tutti coloro che si prepara per questo prossimo Sinodo per tutta la Chiesa Cattolica.

Questo sono le parole del Santo Padre Francesco in Perù:

 1.- Ho molto desiderato questo incontro…, nei vostri volti, il riflesso di questa terra. Un volto plurale, di un’infinita varietà e di un’enorme ricchezza biologica, culturale, spirituale.

2.- Abbiamo bisogno della vostra saggezza e delle vostre conoscenze per poterci addentrare, senza distruggerlo, nel tesoro che racchiude questa regione. E risuonano le parole del Signore a Mosè: «Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai, è suolo santo» (Es 3,5).

3.- Un’opzione convinta: La difesa della terra e la difesa delle culture.

4.- L’Amazzonia è una terra disputata su diversi fronti: il neo-estrattivismo e la forte pressione da parte di grandi interessi economici che dirigono la loro avidità sul petrolio, il gas, il legno, l’oro, le monocolture agro-industriali; dall’altra parte, la minaccia contro i vostri territori viene anche dalla perversione di certe politiche che promuovono la “conservazione” della natura senza tenere conto dell’essere umano e, in concreto, di voi fratelli amazzonici che la abitate.

5.- Dobbiamo rompere il paradigma storico che considera l’Amazzonia come una dispensa inesauribile degli Stati senza tener conto dei suoi abitanti.

papa 16.- Considero imprescindibile compiere sforzi per dar vita a spazi istituzionali di rispetto, riconoscimento e dialogo con i popoli nativi; assumendo e riscattando cultura, lingua, tradizioni, diritti e spiritualità.

7.- Un dialogo interculturale in cui voi siate «i principali interlocutori.

8.- Questo “buon agire” è in sintonia con le pratiche del “buon vivere” che scopriamo nella saggezza dei nostri popoli.

9.- Avere cura della casa comune.

10.- La difesa della terra non ha altra finalità che non sia la difesa della vita.

11.- La tratta di persone: in realtà dovremmo parlare di schiavitù.

12.- Alzare la voce per gli scartati e per quelli che soffrono.

13.- L’opzione primordiale per la vita dei più indifesi. Sto pensando ai popoli denominati “Popoli Indigeni in Isolamento Volontario” (PIAV).

14.- Il riconoscimento di questi popoli – che non possono mai essere considerati una minoranza.

15.- La loro visione del cosmo, la loro saggezza hanno molto da insegnare a noi che non apparteniamo alla loro cultura.

16.- Che si implementino politiche sanitarie interculturali.

17.- E come ho affermato nella Laudato si’, una volta di più è necessario alzare la voce sulla pressione che alcuni organismi internazionali fanno su determinati Paesi perché promuovano politiche di sterilizzazione. Queste si accaniscono in modo più incisivo sulle popolazioni aborigene. Sappiamo che in esse si continua a promuovere la sterilizzazione delle donne, a volte senza che esse ne siano avvertite.

18.- La cultura dei nostri popoli è un segno di vita. L’Amazzonia, oltre ad essere una riserva di biodiversità, è anche una riserva culturale che deve essere preservata di fronte ai nuovi colonialismi.

19.- Non lasciarci catturare da colonialismi ideologici mascherati da progresso che a poco a poco entrano e dilapidano identità culturali e stabiliscono un pensiero uniforme, unico… e debole.

Amalia_Ashéninka20.- Che le culture non si perdano è che si mantengano in dinamismo, in costante movimento… Cercate le vostre radici e, nello stesso tempo, aprite gli occhi alla novità, sì… e fate la vostra sintesi.

21.- L’educazione ci aiuta a gettare ponti e a generare una cultura dell’incontro. La scuola e l’educazione dei popoli originari dev’essere una priorità e un impegno dello Stato, impegno integrante e inculturato che assuma, rispetti e integri come un bene di tutta la nazione la loro sapienza ancestrale.

22.- Chiedo ai miei fratelli Vescovi che continuino a promuovere spazi di educazione interculturale e bilingue nelle scuole e negli istituti pedagogici e universitari.

23.- Una nuova antropologia… per rileggere la storia dei loro popoli dalla loro prospettiva.

24.- Abbiamo bisogno di ascoltarvi.

25.- Cari fratelli dell’Amazzonia, quanti missionari e missionarie si sono impegnati con i vostri popoli e hanno difeso le vostre culture! Lo hanno fatto ispirati dal Vangelo.

26.- Ogni cultura e ogni visione del cosmo che accoglie il Vangelo arricchisce la Chiesa con la visione di una nuova sfaccettatura del volto di Cristo. La Chiesa non è aliena dalla vostra problematica e dalla vostra vita, non vuole essere estranea al vostro modo di vivere e di organizzarvi.

27.- Abbiamo bisogno che i popoli originari plasmino culturalmente le Chiese locali amazzoniche.

28.- Aiutate i vostri Vescovi, aiutate i vostri missionari e le vostre missionarie affinché si uniscano a voi, e in questo modo, dialogando con tutti, possano plasmare una Chiesa con un volto Amazzonico e una Chiesa con un volto indigeno.

29.- I falsi dei, gli idoli dell’avarizia, del denaro, del potere, corrompono tutto. Corrompono la persona e le istituzioni, e distruggono anche la foresta. Gesù diceva che ci sono demoni che, per essere scacciati, richiedono molta preghiera. Questo è uno di quelli. Vi incoraggio a continuare a organizzarvi in movimenti e comunità di ogni tipo per cercare di superare queste situazioni; e anche a far in modo, a partire dalla fede, di organizzarvi come comunità ecclesiali che vivono intorno alla persona di Gesù.

30.-  Con questo spirito ho convocato un Sinodo per l’Amazzonia nell’anno 2019, la cui prima riunione, come Consiglio pre-sinodale, si terrà qui, oggi pomeriggio.

Come un dato storico che si svilupa sull’Amazzonia è che questo incontro è il primo incontro del Papa Francesco con i vescovi representanti di tutta la Panamazonia. Sono arrivati a Puerto Maldonado i vescovi di nove paesi.

Questo primo incontro tracciarà delle linee e temi più urgenti per l’evangelizzazione delle popolazioni indigene. “Il Sinodo sarà un momento forte di riflessione, ricerca di nuove strutture, metodi, modalità ministeriali e  programmazione misionaria per le Chiese della regione nonché l’occasione per stabilire i parametri principali di una pastorale d’insieme, cioè condivisa, e così operare in unità e comunione”, diceva il Cardinale Hummes, arcivescovo di Sao Paolo, chi oggi presiede la Commissione per l’Amazzonia della Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile e la Rete eclesiale panamazzonica (REPAM).

Roma, domenica 22 gennaio 2018

Papa Francesco e l’Amazzonia, futuro dell’umanità

di Roberto Carrasco, OMI

Papa Francesco ha convocato il Sinodo per la regione Panamazzonica. Una sfida per il mondo e per la Chiesa

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Roma, Domenica 15 ottobre. Durante l’Angelus di Piazza San Pietro Papa Francesco, continuando con la dottrina della Laudato Si’, che sottolinea l’importanza dell’Amazzonia per l’insieme del pianeta e per il futuro dell’umanità, il Santo Padre ha detto davanti ai fedeli e pellegrini che «accogliendo il desiderio di alcune Conferenze Episcopali dell’America Latina, nonché la voce di diversi Pastori e fedeli di altre parti del mondo, ho deciso di convocare un’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per la regione Panamazzonica, che avrà luogo a Roma nel mese di ottobre 2019».

Dopo la nascita nel settembre 2014 a Brasilia della Rete ecclesiale pan-amazzonica (Repam), presiduta dal cardinale Claudio Hummes, ricordiamo che durante l’incontro di coordinamento realizzato a Roma il 2 e il 3 marzo 2015 Himmes disse: «Nei nove Paesi latino-americani che includono il territorio amazzonico, la Rete vuole unire gli sforzi della Chiesa in favore della custodia responsabile e sostenibile di tutta la regione, al fine di promuovere il bene integrale, i diritti umani, l’evangelizzazione, lo sviluppo culturale, sociale ed economico del suo popolo, specialmente delle popolazioni indigene». La Chiesa in Amazzonia, ha detto il porporato, «vuole “fare rete”, per congiungere gli sforzi, per incoraggiarsi reciprocamente e avere una voce profetica più significativa a livello internazionale».

Per questa ragione Papa Francesco ha detto domenica che: «lo scopo principale di questa convocazione è individuare nuove strade per l’evangelizzazione di quella porzione del Popolo di Dio, specialmente degli indigeni, spesso dimenticati e senza la prospettiva di un avvenire sereno, anche a causa della crisi della foresta Amazzonica, polmone di capitale importanza per il nostro pianeta”.

Comincia per la Chiesa una grande sfida per tutto quello che significa l’Amazzonia per il mondo intero e perché l’Amazzonia è una fonte di vita nel cuore della Chiesa.

17 ottobre 2017

Fonte: http://www.young4young.com

Amazzonia. Continua la battaglia degli indigeni contro lo sfruttamento del petrolio

di Roberto Carrasco

Nel 2009 i kichwa hanno bloccato le navi sul fiume Napo, per cercare di fermare l’inquinamento e la morte. Ma da allora ben poco è cambiato.

Sostare sulla limacciosa spiaggia della comunità nativa kichwa di Copal Urco, poco prima dell’alba, svela perché l’Amazzonia crei leggende. Il vasto fiume Napo scivola silenzioso, quasi invisibile, nelle tenebre. Insetti e rumori animali rompono la silente oscurità della foresta. La giornata è appena iniziata, ed è già tutto umido. Mentre il sole sorge e l’oscurità si ritira, in lontananza si scorge una canoa che riporta un uomo di ritorno della pesca. Tutto il paesaggio, ormai illuminato, rivela alberi maestosi e stretti. La luce, anche quando diviene accecante, non riesce a farsi largo nella giungla più fitta. Il fogliame caduto dagli alberi, muro impenetrabile, lascia tutto e tutti al di fuori.

DSC0936004 Maggio 2009: Indigeni kichwas guardano sospetti l’arrivo di una Nave della Marina peruviana. “L’ultima volta che una nave ha solcato il Napo, fu nella Guerra Perù-Ecuador del 1941”, dice un anziano.

Ecco dove cominciano i racconti: il villaggio di Copal Urco, culla della comunità nativa kichwa ed una delle più antiche di questa regione (Loreto), si staglia su una piccola montagna che si erge sul lato destro del fiume Napo che collega il Perù all’Ecuador. Qui vivono poche centinaia di agricoltori e di pescatori indigeni. La foresta amazzonica peruaviana, seconda solo a quella brasiliana, consta di 70 milioni di ettari dei quali i tre/quarti ricchi di petrolio e gas: ciò ha dato avvio ad un ampio programa di sfruttamento di tali risorse, e non da oggi. Si pensi che la prima azienda petrolifera sbarcata ufficialmente in Perù nel 1945, di origine tedesca, aveva intrapreso la attività estrattiva ben prima della seconda guerra mondiale. Questo ha determinato una terza ondata immigratoria europea dopo quella del 1542, a seguito della scoperta del Rio delle Amazzoni, e quella del XX secolo che provocò un grande etnocidio dei popoli indigeni derubati degli alberi di caucciù dai quali veniva estratta la gomma. Sono stati creati 64 blocchi di esplorazione, conosciuti come lotti, sono stati creati, di cui otto dal 2004. “L’Amazzonia peruviana sta vivendo un’enorme ondata di esplorazione di idrocarburi”, afferma Matt Finer, coautore di uno studio sui progetti di petrolio e gas nell’Amazzonia occidentale da Duke University.

“L’estrazione dell’olio non è una cosa semplice. Comprende elicotteri, chiatte, sbarre di strada, piattaforme di trivellazione, pozzi e condotte. La tecnologia è più pulita di prima, ma ancora inquina le vie navigabili e spaventa il gioco e la vita dei popoli. E i lavoratori portano ancora germi, che minacciano le tribù senza alcuna immunità alle malattie degli estranei. La storia precedente dell’Amazzonia ci ricorda che l’influenza e altre malattie hanno provocato da parte dei conquistatori l’eliminazione da gran parte della popolazione indigena dell’America Latina e più recenti interlocutori, missionari, scienziati e giornalisti hanno causato conseguenze mortali nelle comunità isolate e indigeni. Dopo gli incursioni degli uomini petroliferi nel territorio di Nahua negli anni ’80, più della metà della tribù si è riferita da morire. Se le aziende entrano, è probabile che distruggeranno gli indigeni completamente e poi non saranno effettivamente”, dice Stephen Corry del gruppo di difesa Survival International. Questo si legge nella inchiesta fatta per il giornale inglese The Guardian in Luglio 2009.

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Il territorio dell’Amazzonia peruviana è quasi interamente dato in concessione. È un problema serio, di cui lo Stato non parla mai. Nel Napo la linea frontale di questa battaglia esistenziale è il lotto 67. Un pezzo di giungla nel bacino del Maranon nel Perù nordorientale, che comprende i campi petroliferi Paiche, Dorado e Pirana, che contengono barili di circa 300 m, dove una società anglo-francese, Perenco, detiene diritti esclusivi. Dal 2008 ha intenzione di spendere 2 miliardi di dollari – il più grande investimento del Paese – perforare 100 pozzi da 10 piattaforme. Il greggio sarà spedito e trasportato attraverso condotte per 600 miglia alla costa del Pacifico. Sono state fatte ampie prove sismiche e costruite le installazioni. Le barche attendono i primi barili. Ma per comunità autoctone come Copal Urco e tutta la Federazione da Comunità Native dal Messo Napo, Curaray e Arabela (FECONAMNCUA) questo implica la morte della loro cultura e l’invazione dei loro territori. Inoltre altro tema grave è quello della presenza dei gruppi indigeni no contaminati. Perenco respinge queste affermazioni come insinuazioni e disinformazione da parte di gruppi contrari allo sviluppo económico dicendo che: “Tutto questo è simile al mostro di Loch Ness. Molte chiacchiere, ma mai nessuna prova”, dice Rodrigo Marquez, responsabile regionale latino-americano di Perenco. “Abbiamo fatto studi molto dettagliati per accertare se ci sono tribù non contattate perché sarebbe una questione molto grave. L’evidenza è inesistente”. Perenco resta convinta dell’idea che è facile costruire teorie di cospirazione e che quando si parla della presenza degli incontaminati siesprimono solo opinioni, e chiede agli scienziati di produrre prove di quello che affermano.

9-mayo-2012 - 26In questo tema chi ha l’ultima parola? I critici dicono che “nemmeno il Ministero dell’Ambiente oppure di Cultura hanno l’influenza nei confronti dei soggetti più potenti che guidano la corsa all’olio e dell’impatto che questo avrà sui popoli indigeni”, afferma Richard Rubio, presidente della federazione indígena dal Napo.

“Il governo del Perù non è imparziale e non incoraggia le Studi da Impatto Ambientale veramente indipendenti, afferma Jose Luis de la Bastida, specialista di petrolio peruviano presso l’Istituto World Resources di Washington”, secondo Corry. In questo contesto, Lima è e si sente molto lontana dall’Amazzonia. È solo una città capitale costiera di quasi nove milioni di persone circondate dalle baraccopoli, il suo centro ha Starbucks, grattacieli lucidi, uffici governativi intelligenti e alcuni dei migliori ristoranti del Sud America. Storicamente si è guardato verso l’esterno dell’Oceano Pacifico e raramente ha pensato ai 300.000 abitanti delle foreste “nativo” scure, poco più dell’1% della popolazione. Ha avuto anche meno motivo di riflettere sulle tribù non contattate oppure dell’impatto della esplotazione petrolera. In questo contesto il presidente Alan Garcia Perez ha decretato le leggi che incidono l’Amazzonia per progetti di petrolio, gas, minerario e biocarburanti.

DSC09341Di fronti a questo i “nativi” si sono alzati. Sparpagliati, impoveriti e emarginati, hanno organizzato proteste. Diverse comunità hanno sfidato la politica estrattiva del governo. Il lunedì mattina del 04 Maggio 2009 hanno bloccato le condutture, le strade e le vie navigabili. Il presidente li ha denunciati come sabotatori “ignoranti” e il mese scorso ha ordinato alle forze di sicurezza di sollevare i blocchi.

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Alan Garcia, di fronte all’indignazione e la forza indigeni, ha però revocato due decreti più controversi, 1090 e 1064, che avrebbero aperto l’Amazzonia alle piantagioni di biocarburanti. I gruppi indigeni hanno sospeso le proteste, ma i progetti di petrolio e gas sono ancora in corso. “Lo scenario futuro rimane terrificante: l’Amazzonia peruviana è ancora coperta da concessioni”, afferma Finer, coautore dello studio Duke. Le compagnie petrolifere e il governo peruviano sono impegnate – in particolare per il l’ambito lotto 67.

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Dopo otto anni in Roma, parlando con un testimone di quello chi vive le popolazione napuruna, il Dr. Florindo Barisano, della ONG italiana del PRO.DO.CS (Progetto Domani: Cultura e Solidarietà), ricordavamo le parole del Padre Juan Marcos Mercier che 40 anni fa diceva: “Ai Runa non importa della loro cultura indígena, vogliono vivere come i bianchi e come la società dominante perchè si sentino inferiori essendo indigeni”. E parlando della similare situazione nell’Ecuador questo missionario diceva:”Il disastro ecologico dell’Amazzonia è evidente e non solo viene voglia di piangere ma anche di litigare con più forza. Ma bisogna essere intelligenti, astuti, come lo Yawati o il Coniglio per litigare contro tutte quelle multinazionale che hanno spazzato la selva”.

FLORINDO BARISANOIl dottor Barisano è una delle pocche persone in Italia che conoscono la realtà del Napo. Luì visita il Napo da 30 anni fa. “Che difficile è andaré controcorrente!”, diceva mentre veniva alla memoria quello del Conflitto Amazzonico dal 2009 in Perù.

Anzi, “quello che raccontava Padre Juan Marcos, che io pensavo fossero storie esagerate, erano la vera realtà. Era per me incredibile vedere che il fiume che io ho solcato decine di volte in Perù, era lo stesso che ho visto passando da Coca a Nueva Rocafuerte dal lato ecuadoriano, ed è motivo di tristezza vedere come potrebbe essere trasformato il lato peruviano del Napo nei prossimi anni”. Su questa situazione ci sono molte cose da dire. Nelle Missioni cattoliche presenti in tutto il Napo si sta da tempo discutendo sui rischi e le minacce che è insito nell’attività dell’industria estrattiva in questa parte della Amazzonia Sudamericana. I missionari che lavorano a stretto contatto con le comunità indigene sono testimoni viventi di come si sviluppano e vengono attuate le politiche in virtù dello “sviluppo pro-bianco”. Ad esempio, il Millennium Cities Project – Manaos, vuole dragare il Napo. In realtà, vi è grande preoccupazione da parte dei popoli dell’Amazzonia di questa zona del pianeta. Loro vogliono il dialogo come Nazione Kichwa. Vogliono incontrarsi per discutere i loro problemi. La verità è che le popolazioni indigene dell’Ecuador hanno sofferto molto di più le conseguenze dell’industria estrattiva petrolifera. Ci sono casi giudiziari terminati con condanne come i casi della Texaco e di Sarayacu. Gli indigeni della zona peruviana non hanno ancora avuto esperienze forti analoghe. Il conflitto che si è verificato nel maggio 2009 nel Medio Napo, quando una grande nave della Marina di Guerra peruviana e l’industria petrolifera Perenco si scontrarono con gli indigeni che avevano operato un blocco del fiume Napo, anche se poteva sembrare un fatto importante, purtroppo non lo è stato. Tutto il dialogo ed i tavoli di lavoro sono terminati lì. Alcune comunità che potevano beneficiarsi dell’estrazione del petrolio non si unirono alla lotta ed alla protesta. Ad oggi, quasi tutte le comunità indigene peruviane del Napo non hanno ancora avuto il supporto diretto promesso all’epoca dalle compagnie petrolifere. Nel Napo peruviano ci sono molte cose da analizzare. Continueranno ad essere i viaggiatori, gli stranieri, i visitatori, i turisti che ci diranno e confermeranno quello che i missionari stanno dicendo da molto tempo …? c’è davvero la volontà di lavorare con i popoli indigeni…? Probabilmente i governi di turno termineranno i loro mandati con le loro tasche piene, a scapito delle risorse di tutti. Forse il linguaggio di inclusione continua a far sognare e gli stati del Perù e dell’ Ecuador continuano a dare somme irrisorie di denaro alle persone dicendo che stanno facendo un grande piano per combattere la povertà e la malnutrizione.

IMG_2509Di fatto questa domanda è fondamentale: Si sta rispetando la Convenzione 169 dell’OIT e le legge che proteggono ai popoli indigeni? Ma quello che accade va ben al di la .

La malnutrizione si aggrava con l’inquinamento dei fiumi. Le acque sono inquinate e né lo Stato né le aziende che si definiscono leader sociali vogliono farsi carico di questa patata bollente. Il livello di istruzione è molto basso, la sanità completamente a terra. Se la salute di questa parte del mondo non è nel caos più totale lo dobbiamo solo grazie al lavoro della Missione dei Cappuccini in Rocafuerte – Ecuador e la Missione Cattolica di Santa Clotilde – Perù, dove gli Oblati di Maria Immacolata, i Padri Norbertini stanno offrendo assistenza sanitaria di qualità da 35 anni fa. Bisogna stare tutti uniti a lavorare con la nazione Kichwa. Bisogna scommettere per il dialogo e per un Progetto di Vita Kichwa per i popoli del Napo ecuadoriano e peruviano. La lettera di Tarapoto del 01 Maggio 2017 ha aperto oggi per tutta l’Amazzonia un nuovo atteggiamento e sfida di lavorare attraverso de Rette Pan Amazzonica (REPAM): “come fermare il processo di destruzione dell’Amazzonia?”.

The resist of the indigenous peoples – AMAZONIA

El pueblo kichwa de Sarayacu se ubica en la Amazonia ecuatoriana – frontera con el Perú. Es una comunidad que ha sabido resistirse legal y culturalmente a las terribles situaciones vividas frente a empresas petroleras que continuan trabajando no solo en el lado ecuatoriano, también en el lado peruano.

En el Perú, los pueblos indígenas del Napo, cuando vieron el video completo se sintieron identificados con la misma problemática y dialogan de las consecuencias que vivirán dentro de poco cuando la extracción petrolera comience a vislumbrar mayores dificultades, de aquellas que ya ha encontrado hasta hoy.

LOOK THIS VIDEO HERE !!!

“Sarayacu resist the assault of the petrolleum industry”

 ¿Y EN EL NAPO PERUANO ?

Quiero atreverme a compartir parte de un estudio realizado  por MARCO A. HUACO PALOMINO, acerca de una CONSULTORÍA PARA ESTUDIO SOBRE VULNERABILIDAD DE LOS DERECHOS INDIGENAS EN EL NAPO – en el contexto del Proyecto de “Mitigación de conflictos y Desarrollo de la Amazonia” – realizado por la CEAS, el 16 de diciembre del 2013

con fondo el buque

AQUÍ SOLO UNA PEQUEÑA PARTE DEL ESTUDIO QUE NOS PUEDE AYUDAR A COMPRENDER LA DIMENSIÓN DEL PROBLEMA PRESENTADO:

1.      Vulnerabilidad de derechos indígenas en el Napo: actividades petroleras

 A diferencia de las dos actividades extractivas arriba estudiadas, la minera y maderera ilegales, la actividad hidrocarburífera de las empresas Repsol y Perenco han sido autorizadas por el Estado siguiendo la normatividad legal del sector Energía y Minas pero en directa contraposición a los derechos de los pueblos indígenas que son de rango jurídico superior, esto es, constitucional.

La presencia de estas empresas, y principalmente de Perenco en relación a las comunidades del Medio Napo, ya registra afectaciones a los derechos Kichwas a pesar de que la fase de explotación aún no había comenzado en el momento en que se levantaron las entrevistas que a continuación se citan. Esto es una prueba fehaciente de que la licencia del lote así como la aprobación del Estudio de Impacto Ambiental de la fase exploratoria debieron haber sido consultadas previamente a las comunidades que serían afectadas directamente.

4.1. Documentación y testimonios

Los apus entrevistados denuncian hechos graves que deberían ser investigados y sancionados, además de prevenidos:

“FECONAMNCUA trabaja con 40 comunidades, antes habían comunidades que participaban de nuestra federación pero no enviaron ni carta para dejar de participar. Vino un representante de relaciones comunitarias de PERENCO para conversar una vez. Pero el Estado no ha venido. Normalmente sería que venga primero el Estado y luego las empresas pero no es así.

“Se ha formado una nueva federación que trabaja con la empresa con 04 comunidades que antes eran de nuestra organización. Ni dan la cara, antes venían pero ahora tienen su lancha propia, deslizador que alquilan a la empresa, tienen acuerdos económicas con la empresa. Pero Perenco solo apoya a las comunidades que ellos dicen son de “influencia directa”. Pero cuando ocurre un derrame, no sólo van a sufrir ellos sino todos los de la cuenca.

“La consulta previa debe ser a todas las comunidades, no solo a la federación, pues cuando los quieran mover a esa comunidad va a saber por qué la están moviendo.”

“Los TRANSTUR (de Perenco) que vienen a una inmensa velocidad con 40, 70 pasajeros y motores tremendos que levantan unas olas tremendas. Y el Napo no está acostumbrado a navegar en botes sino a transportarse en canoas de 6 a 7 personas y andan llenitas, ¡cuántos botes se han hundido justamente por eso!. El año pasado, el 17 de julio de 2012, ha sucedido inclusive un accidente a 200 metros de la comunidad de San José. Un señor estaba cruzando en la noche y se chocó contra una barcaza que no tenía luz, de noche y pasaba sin luz!, y murió una niña de cuatro años. Escaparon todos pero quedó la niña, solo el bote recuperaron. En Curaray también pasó otro caso que por salvar a su hijo, el bote se volteó y los tapó y murieron dos. El Curaray es un río más reducido y las olas por tanto causan más impactos. Tradicionalmente el naporuna no está acostumbrado a eso.”

“Yo mismo he visto al buque tópico, del Estado, yo bajaba para mi casa y miraba que botaban inmensos paquetes, de bolsas negras, rosadas, y el mismo buque del Estado estaba botando desechos ¡al río!., y justo me olvidé mi cámara, botaban cebollas podridas, cáscaras, y muchas cosas, el mismo buque del Estado que está para proteger…como nadie ve allí, ellos botaban. Yo mismo lo vi”.

Falta mucho socializar el cuidado del medio ambiente. El Estado no reconoce a los monitores ambientales indígenas. Yo mismo hablé con Perenco para que apoyen el monitoreo pero no querían.

“Los impactos de la actividad de las empresas. Con el movimiento de estas olas se va derrumbando la tierra de las orillas y el agua está más turbia, cambia de cauce el agua, cambia de línea, el agua baja más turbia. Yo estaba aquí en los noventa, cuando todavía no entraban las empresas, y el agua era más cristalina, el zúngaro estaba más arriba y bajaba, pero ahora ya no, todo es más movimiento, todo está removido. Niños que vienen al secundario de la parte de enfrente del río ya no van a venir a la escuela en canoa por temor a las olas, han cambiado su hora para venir y su ruta, es peligroso para ellos.” Sr. Richard Rubio, Presidente FECONAMNCUA

La lotta contro la povertà

di Roberto Carrasco, OMI

VORREI CONDIVIDERE CON VOI UNA SITUAZIONE CHE HO VISUTO NELLA AMAZONIA PERUVIANA. QUESTA FORMA PARTE DELLA VITA MISSIONARIA TRA I POPOLI INDIGENI.

SCRIVEVA P. JUAN MARCOS:

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Niños napurunas navegan cada día por el río para llegar a la escuela – Comunidad Kichwa Loroyacu – 2013

Ogni volta che ascolto i mishus (meticci), che vengono con i loro piani e teorie per il terzo mondo mi entra una specie di indignazione. La selva diventa brodo di coltora per ogni tipo di teorie, economiche, politiche e sociali… Caritas ha un accordo con il governo per lavorare in zone di estrema povertà o, quello che è per loro è lo stesso, le zone indigene. Arrivano ecologisti, ambientalisti, sociologi, educatori, di CARE, Caritas, UNICEF, da ogni lato, ad imporre i loro modelli e “finire con la povertà ed il sottosviluppo”. Si formamo commissioni multi-settoriali ed appaiono, come funghi del bosco, le organizzazioni ed imprese che vengono “a dare lavoro a questi poverini”… È una vera invasione, quasi una guerra dichiarata contro tutto quello che sia nativo, indigeno e povertà…

Alcuni vogliono finire con la povertà insegnando agli indigeni metodi contraccettivi. Altri, dando loro un nuovo lavoro da schiavi, mentre le loro tasche si riempiono a costo delle imagini di bambini poveri, deboli, denutriti e con le pance strapiene di amebe. E quasi tutti si deliziano in piani, progetti, abbozzi, documenti, con cui dicono di salvare il mondo. Una di queste organizzazioni è stata tre anni lavorando qui e fece solamente diagnosi…

Io me domando di che  povertà parlano quei poveri di spirito… con che autorità parlano di povertà e la riferiscono al possesso di denaro, di beni! Con che autorità parlano di svilupo! Con che convinzione vedono negli indigeni il sottosviluppo e la misera!

Non li capisco. Ho visto la felicità in cui vivono i Runa (significa Uomo), li ho visti stufarsi con la minima sufficienza, ho visto i bambini sguazzare felici nelle acque del fiume e l’allegria del cacciatore quando arriva con la sua preda. Ho visto l’armonia e la complementarietà dell’uomo con la natura, la risata dei piccoli e l’allegria delle loro mammine quando li vedono dare i primi passi.

Per lotare contro la povertà e il sottosviluppo bisogna avere chiaro il loro significato… non sia che a furia di lottare contro la povertà sparisca tutta la ricchezza di queste terre…

Homo Naledi

di Roberto Carrasco, OMI

CHE GRANDE SCOPERTA?… CHE COSA SAI?

Il 11 settembre 2015 è stata resa pubblica la notizia dei resti di un nuovo esemplare del genere Homo, chiamato NALEDI che in lingua Sesotho significa “stella”, è stato trovato in una grotta, a 50 km  della città di Johannesburg, in Sud Africa. Il professore Lee Berger dell’Università di Witwatersrand, resposabile della investigazione ha detto che si tratta di oltre 1550 reperti ossei relativi ad almeno 15 individui di varie età.

homo Naledi

Dopo sei mesi della notizia, penso ancora, che questa scoperta dell’Homo Naledi ha aperto un nuovo scenario nella comprensione della storia evolutiva della nostra specie. Infatti, si tratterebbe di una nuova realtà, che potrebbe confermare che nell’Antropologia lo studio dell’evoluzione dell’uomo non ha seguito un percorso evolutivo lineare, per cui da una specie ne è nata una nuova. Cioè, l’Homo Naledi ci revela che tuttavia manca sapere, nella totalità della comprensione del genere Homo, che ciò è forse. l’inizio di un cambiamento nella interpretazione dell’Homo nella scienza, anche la Teologia.

Già la presenza di molti individui nella cavità indurrebbe a pensare a un trattamento dei defunti e nella comprensione della vita e morte.

Speriamo che questo studio approfondisce.

 

 

Rumble in the jungle

Could Peru’s uncontacted Amazonian tribes be wiped out by oil giants? Not if they don’t exist … Rory Carroll investigates

Saturday 4 July 2009

http://www.theguardian.com/environment/2009/jul/04/peru-amazon-rainforest-conservation

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Stand on the muddy riverbank at Copal Urco just before dawn and it is easy to see why the Amazon breeds legends. The vast river swishes past, almost invisible in the gloom. Insect and animal noises seep from the dense blackness of the forest. The day barely begun and already humid. As the sun rises the blackness recedes, revealing massive, tightly packed trees. Even when the light hardens it fails to penetrate far inside the jungle. The foliage is too thick, a wall sealing off an impenetrable realm.

Here is where fables begin. Anacondas the length of 10 men; ancient stone cities filled with treasure; spirits who answer a whistle; white tribes descended from conquistador shipwrecks. The stories have tantalised for centuries but the one that endures is that of uncontacted tribes – isolated communities of nomads who live deep in the forest much as their ancestors have done for millennia, cut off from the modern world.

To the village of Copal Urco, home to a few hundred indigenous Kichwa farmers and fishermen near Peru’s border with Ecuador, uncontacted tribes are no myth. They themselves were uncontacted once, until European missionaries and soldiers sailed up their river, and they say such groups still live deeper in their forest. Some are thought to have had brief contact with outsiders decades ago during the rubber boom but then, frightened or repulsed, retreated. They have mostly covered their tracks since, says Roger Yume, 38, the village apu, or chief. “We have seen the signs.” Footprints, tracks through foliage, occasional glimpses of fleeting figures – there is no doubt. “They exist. Our brothers exist.”

Not everyone agrees. The existence of uncontacted tribes in Brazil and Ecuador is accepted, but Peru’s government has ridiculed the notion of such communities in its part of the Amazon. President Alan Garcia says the “figure of the jungle native” is a ruse to prevent oil exploration. Daniel Saba, former head of the state oil company, is even more scornful. “It’s absurd to say there are uncontacted peoples when no one has seen them. So, who are these uncontacted tribes people are talking about?”

It is an urgent question. Peru, home to 70m hectares of Amazon, second in size only to Brazil, has parcelled up almost three-quarters of its rainforest for oil and gas projects. Of 64 exploration blocks, known as lots, all but eight have been created since 2004. “The Peruvian Amazon is now experiencing a huge wave of hydrocarbon exploration,” says Matt Finer, co-author of a study of oil and gas projects in the western Amazon by Duke University and Save America’s Forests.

Oil extraction is not subtle. It involves helicopters, barges, road clearance, drilling platforms, wells and pipelines. Technology is cleaner than before but still pollutes waterways and frightens game. And the workers still bring germs, which threaten tribes with no immunity to outsiders’ diseases. Flu and other ailments brought by conquistadors wiped out much of Latin America’s indigenous population, and more recent interlopers – loggers, missionaries, scientists and journalists – have wrought deadly consequences in isolated communities. After incursions by oil men into Nahua territory in the 1980s, more than half the tribe reportedly died. “If companies go in, it’s likely to destroy the Indians completely and then they really won’t exist,” says Stephen Corry of the advocacy group Survival International.

Even oil companies admit their presence would have serious implications for uncontacted tribes. The question is: are there any? If so, by law, the exploration should be halted or at least heavily circumscribed. That would impede Peru’s hopes of becoming a net oil exporter – a windfall that could go a long way in an impoverished nation of 28m. Social anthropologists say that would be a small price for preserving humanity’s rich mosaic.

The frontline of this existential battle is Lot 67. A swath of jungle in the Maranon basin in north-east Peru, it comprises the Paiche, Dorado and Pirana oilfields, which contain an estimated 300m barrels – a geological and commercial jackpot. An Anglo-French company, Perenco, holds exclusive rights. It plans to spend $2bn – the country’s biggest investment – drilling 100 wells from 10 platforms. The crude will be shipped and piped 600 miles to the Pacific coast. Extensive seismic testing has been conducted and installations built. Barges await the first barrels.

To settled indigenous communities such as Copal Urco, this spells death to their “hidden brothers”. They say there are three uncontacted tribes in Perenco’s area, the Pananujuri, Taromenane and Trashumancia. Peru’s indigenous umbrella group, Aidesep, estimates their joint population at 100. Stories about sightings are passed up and down the Napo river. Denis Nantip, 22, says his uncle encountered one group in 2004. “He was deep in the forest with a logger. They were bathing in the river and suddenly saw people staring at them. They had spears and leaves with string covering their genitals.” The two intruders were left unharmed but loggers never dared venture back to that part of the forest.

Perenco, echoing Peru’s government, dismisses these claims as rumour and misinformation by groups opposed to economic development. “This is similar to the Loch Ness monster. Much talk but never any evidence,” says Rodrigo Marquez, Perenco’s Latin American regional manager. “We have done very detailed studies to ascertain if there are uncontacted tribes because that would be a very serious matter. The evidence is nonexistent.”

A team of investigators – anthropologists, biologists, linguists, historians, archaeologists, forestry engineers – combed Lot 67. They looked for footprints, dwellings and spears. They looked for animal traps, paths, patches of cultivation. They asked the Arabella tribe, which has been in intermittent contact with the outside world since the 1940s, about recent sightings or evidence. They analysed Arabella speech patterns and oral histories for clues. Result: nothing. No compelling evidence, no compelling indications. The 137-page final report concludes that if there were uncontacted tribes, they were long gone, either dead or in Ecuador. The findings opened Lot 67 to an oil deal which the government declared to be in the national interest. “All these studies have shown there is no trace at all,” Marquez says.

Not everyone is convinced, however. Tracking uncontacted tribes, it turns out, is a detective story within a detective story.

P1020231Iquitos, reputedly the world’s largest town inaccessible by road, is a sultry, humid outgrowth of the rubber boom, a bustle of oil men, backpackers, missionaries, traders and prostitutes perched by the Amazon river. By the docks, on Avenida La Marina, there is an office stencilled with the word Daimi and a rainbow logo. It is a consultancy that carries out environmental impact assessments (EIAs) for oil companies, a mandatory requirement for government authorisation to explore and drill. They can make or break a company’s bid to drill, and shape the regulations under which they operate. Daimi, plucking scientists from different institutions, has done studies for eight companies besides Perenco, including Argentina’s Pluspetrol, Brazil’s Petrobras, Canada’s Hunt, Spain’s Repsol and the US’s Oxy.

Oil companies pay for EIAs and insist that the reports are independent and impartial. Within the NGO and academic community, there are some who have long claimed they are not. But there is nothing concrete, and it is difficult to investigate since even those with university tenure often rely on EIA commissions to supplement meagre salaries.

Virginia Montoya sits in her office, maps and books piled on her desk, and lets the question hang in the air. The silence stretches to a few seconds. She is a director of the Institution for Research on the Peruvian Amazon, a senior anthropologist and champion of indigenous women’s rights. She was also a consultant on Daimi’s report. Does she think there are uncontacted tribes in Lot 67? Montoya fidgets, then takes a decision. “Yes. Yes, I do.” She hesitates once more. “There is no doubt in my mind that there are uncontacted groups there.” She says she had documented evidence, especially pathways. “I was really upset when I saw the final report. It didn’t lie, the language was technically correct, but it did not reflect my view.”

On the other side of Iquitos, on a rutted road of colourfully painted houses, there is the same long pause before Teudulio Grandez answers the same question. An anthropology professor at the National University of the Peruvian Amazon, he was cited as a lead author in the Daimi report. A portrait of Che Guevara looks down from the wall as he wrestles with his answer. Finally, it comes out. “Yes. Certain nomadic groups are there. Our conclusion is that there are.” He exhales deeply.

And then, in another part of Iquitos, a third voice. Lino Noriega, a forestry engineer, participated in eight missions to Lot 67 to investigate the impact of seismic tests – small explosions that cleared strips of forest and probed the soil. (He has since left Daimi following a contractual dispute.) “They said there were no uncontacted groups. But there were footprints, signs of dwellings.”

There is no single smoking gun in the three testimonies. The allegations were put to Daimi, but they were unable to put forward anyone to respond. Perenco’s regional manager, Marquez, defends the EIA research. “These are just opinions. These scientists need to produce evidence. We have gone to tremendous effort to put these reports together in the most professional way. It’s easy to build conspiracy theories.”

EIAs are vetted by several government departments. “We are committed to environmental protection. We don’t want these reports to be wishy-washy,” says the foreign minister, Jose Antonio Garcia Belaunde. He promises to look into the Lot 67 allegations.

Critics say the environment ministry has little clout against more powerful departments driving the oil rush. Peru’s government is not impartial and does not encourage genuinely independent EIAs, says Jose Luis de la Bastida, a Peru oil specialist at the Washington-based World Resources Institute. Last year the energy minister and head of state oil company PetroPeru resigned amid a scandal over alleged kickbacks from a Norwegian oil company to the ruling party. They denied any wrongdoing. There is also unease over the revolving door between oil companies and government. “A lot of overlap, it’s an old boys’ network,” says Gregor MacLennan of advocacy group Amazon Watch.

Lima is, and feels, a long way from the Amazon. A sprawling coastal capital of eight million people ringed by slums, its downtown has Starbucks, shiny skyscrapers, smart government offices and some of South America’s best restaurants. Historically it has looked outwards to the Pacific ocean and seldom thought about the 300,000 dark-skinned “nativo” forest-dwellers, little more than 1% of the population. It has had even less reason to ponder uncontacted tribes. There was little dissent last year when President Garcia decreed laws carving up the Amazon for oil, gas, mining and biofuel projects.

The “nativos”, however, rose up. Scattered, impoverished and marginalised, they organised protests against what they said were land-grabbing polluters who poisoned their soil and rivers. They blocked pipelines, roads and waterways. The president denounced them as “ignorant” saboteurs and last month ordered security forces to lift the blockades. In the town of Bagua, mayhem erupted. Officially, 24 police and 11 protesters died. Indigenous groups say there were dozens if not hundreds of civilian casualties and that bodies were burned and dumped in rivers – claims the government denies.

Garcia, realising he had misjudged indigenous wrath and strength, revoked two of the most controversial decrees, 1090 and 1064, which would have opened the Amazon to biofuel plantations. Indigenous groups suspended the protests but oil and gas projects are still going ahead. “The future scenario remains terrifying. The Peruvian Amazon is still blanketed in concessions,” says Finer, co-author of the Duke study.

There are two views about what happens next. Brother Paul McAuley, a British Catholic lay missionary, teacher and pro-indigenous activist in Iquitos, believes a flame of resistance has been lit. He sees it in his civil association, Red Ambiental Loretana. Indigenous communities are organising, plotting their next move. “I think they’re going to win this.” The 61-year-old’s mild manner belies a combative streak which has earned him death threats and a “terrorist” label from pro-government media. Had he not already given it away, he would have returned his MBE (for services to education in Peru) in protest at what he sees as Britain’s complicity. He hopes the Amazon’s “spiritual force” will mobilise western public opinion against the oil companies. “More than its oil, what the west needs is the Amazon’s spiritual energy.”

The fatalistic view holds that it’ll take a miracle, divine or otherwise, to stop the drilling. Wells are being dug, pipelines laid, profits calculated. Oil companies and the Peruvian government are committed – especially to the great prize that is Lot 67. Jack MacCarthy, a US surgeon and Catholic missionary who has spent 23 years in the jungle, believes the die is cast. “If Perenco doesn’t drill, someone else will. I don’t think there’s any way to keep that oil in the ground. There are enough powerful and rich people in the world who want it. And they’ll get it, regardless of the cost.”

In which case, if there are uncontacted tribes in Lot 67, their fate may be to disappear – definitively – and join the legends of the Amazon.

See Rory Carroll and Marc de Jersey’s film about the Peruvian Amazon atguardian.co.uk/video