Sinodo dell’Amazzonia, false paure e realtà

di Roberto Carrasco, OMI

La Chiesa “con volto indigeno” ha sulla scrivania una speciale proposta per aprire tanto il dialogo come il discernimento a Roma

Ci si chiede che cosa porterà il prossimo Sinodo sull’Amazzonia, che si svolgerà a Roma del 6 al 27 ottobre. Ci sono diverse reazioni, con una certa preoccupazione da parte della cosiddetta “ala tradizionalista” della Chiesa in Germania. A che punto siamo? è la domanda che si pongono diversi vescovi, preti e laici.

Al centro dovrebbe esserci la problematica ecologica che l’encicilica “Laudato Si” presenta: «inquinamento, rifiuti e cultura dello scarto, del clima, della questione dell’aqua, perdita della biodiversità, deterioramento della qualità della vita umana e degrado sociale, inequità planetaria, eccetera», che avrà un grandissimo impatto sociale e culturale proprio in tutta la regione panamazzonica. Ultimamente però i media europei hanno dato spazio alla preocupazione sulla possibilità della ordinazione tanto delle donne diacono, come degli uomini sposati, puntando il mirino dell’informazione su qualsiasi intervento di qualche vescovo tedesco, sapendo che l’opinione pubblica è divisa sul tema.

Ma, in realtà quali sono i temi che preocupano la Chiesa in questa parte del mondo? La cosiddetta Chiesa “con volto indigeno” ha sulla scrivania una speciale proposta per aprire tanto il dialogo come il discernimento a Roma. È importante ricordare i contenuti del Documento Preparatorio (dell’08 giugno 2018) intitolato: “Amazzonia: Nuovi Cammini per la Chiesa e per una Ecologia Integrale”.

Ascoltare i popoli indigeni

Vediamo, tra i punti principali, quelli che interessano l’intera regione panamazzonica. Innanzitutto, ascoltare i popoli indigeni e tutte le comunità che vivono in Amazzonia (rappresentano quasi 390 popoli e nazionalità differenti; una presenza di circa tre milioni di indigeni; esistono nel territorio fra i 110 e i 130 Popoli Indigeni in Isolamento Volontario (PIAV) o “popoli liberi”), come primi interlocutori di questo Sinodo.

La loro situazione sociale è segnata dall’esclusione e dalla povertà (DAp 89), ma ci sono organizzazioni indigene che cercano di approfondire la storia dei loro popoli, per orientarne la lotta per l’autonomia e l’autodeterminazione: «È giusto riconoscere che esistono iniziative di speranza che sorgono dalle vostre stesse realtà locali e dalle vostre organizzazioni e cercano di fare in modo che gli stessi popoli originari e le comunità siano i custodi delle foreste, e che le risorse prodotte dalla loro conservazione ritornino a beneficio delle vostre famiglie, a miglioramento delle vostre condizioni di vita, della salute e dell’istruzione delle vostre comunità» (Fr.PM).

I nuovi colonialismi

Un altro punto importante riguarda il fatto che si impongono nuovi colonialismi ideologici mascherati dal mito del progresso, che distruggono le identità culturali proprie e il “buon vivere” parte fondamentale della loro spiritualità e saggezza. Ci ricorda Papa Francesco, che nell’opera di evangelizzazione non si può «mutilare l’integralità del messaggio del Vangelo» (EG 39). Quindi, si «esige dall’evangelizzatore alcune disposizioni che aiutano ad accogliere meglio l’annuncio: vicinanza, apertura al dialogo, pazienza, accoglienza cordiale» (EG 165), e, soprattutto, gli domanda di assumere e assimilare la convinzione che «tutto è collegato». Questo implica ascoltare oggi il grido che l’Amazzonia eleva al Creatore, questo grido è simile al grido del Popolo di Dio in Egitto (cf. Es 3,7). È un grido di schiavitù e di abbandono, che domanda la libertà e l’attenzione di Dio. Un ascolto che ha nell’ecologia integrale una chiave per camminare insieme come Popolo di Dio.

La presenza della Chiesa

Pertanto, l’Assemblea Speciale per la Regione Panamazzonica ha bisogno di un grande esercizio di ascolto reciproco, specialmente di un ascolto tra il popolo fedele e le autorità magisteriali della Chiesa. Una delle cose principali da ascoltare è il gemito «di migliaia di comunità private dell’Eucaristia domenicale per lunghi periodi» (Documento Aparecida 100, e). Questa Chiesa dal volto amazzonico sa che «essere Chiesa è essere Popolo di Dio», incarnato «nei popoli della terra» e nelle loro culture (EG 115).

La Chiesa è chiamata ad approfondire la sua identità mettendosi in relazione con le realtà dei territori in cui vive e ad accrescere la propria spiritualità con un esercizio continuo di discernimento. In questo tema, la Repam (Rete Ecclesiale Panamazzonica) ha giocato un ruolo fondamentale nell’elaborazione di proposte e nuove linee d’azione.

La Chiesa dell’Amazzonia ha preso coscienza che, a causa delle immense distese territoriali, della grande varietà dei popoli e dei rapidi cambiamenti degli scenari socio-economici, la sua pastorale non riusciva a garantire che una presenza precaria. Una missione incarnata esige di ripensare la scarsa presenza della Chiesa in rapporto all’immensità del territorio e alla sua varietà culturale.

La Chiesa dal volto amazzonico deve «ricercare un modello di sviluppo alternativo, integrale e solidale, fondato su un’etica attenta alla responsabilità per un’autentica ecologia naturale e umana, che sia radicata nel Vangelo della giustizia, nella solidarietà e nella destinazione universale dei beni; che superi la logica utilitarista ed individualista, che rifiuta di sottoporre ai criteri etici i poteri economici e tecnologici» (DAp 474, c).

La questione delle donne

Un’altra priorità è quella di proporre nuovi ministeri e servizi per i diversi agenti pastorali, che rispondano ai compiti e alle responsabilità della comunità. In questa linea, occorre individuare quale tipo di ministero ufficiale possa essere conferito alla donna, tenendo conto del ruolo centrale che le donne rivestono oggi nella Chiesa amazzonica. È altresì necessario sostenere il clero indigeno e nativo del territorio, valorizzandone l’identità culturale e i valori propri. Infine, bisogna progettare nuovi cammini affinché il Popolo di Dio possa avere un accesso migliore e frequente all’Eucaristia, centro della vita cristiana (cf. DAp 251).

Logo del Sinodo Panamazzonico 2019

Una spiritualità interculturale

La Chiesa e tutto il Popolo di Dio, con i suoi vescovi e sacerdoti, religiosi e religiose, missionari e missionarie, religiosi e laici, è chiamata a entrare con cuore aperto in questo nuovo cammino ecclesiale. Siamo chiamati come Chiesa a rafforzare il protagonismo dei popoli: abbiamo bisogno di una spiritualità interculturale che ci aiuti a interagire con le diversità dei popoli e con le loro tradizioni. Dobbiamo aggregare le forze per prenderci insieme cura della nostra Casa Comune.

Dunque, dopo avere letto questa realtà, ci aspettiamo il documento finale. Secondo mons. Fabene avremo “a breve la stesura dell’Instrumentum Laboris” del prossimo Sinodo del 2019.

Perché è importante dare la parola ai popoli indigeni

di Roberto Carrasco, OMI

La partecipazione è una chiave fondamentale per capire di che cosa tratta il Sinodo in Amazzonia. È un camminare insieme, ma ascoltandoci

Con la pubblicazione dell’Enciclica Laudato Si’ nel 2015, la Chiesa ha sfidato tutti coloro che hanno a cuore la cura della Casa Comune. Con questa enciclica, infatti, Papa Francesco si è rivolto, per cominciare un percorso insieme alla ricerca di nuove strade, non solo alla Chiesa, ma a tutti: Stati, governanti, organizzazioni sociali… E anche a tutta la popolazione che abita la Panamazzonia.

Era domenica 15 ottobre 2017, quando Papa Francesco ha detto: «Accogliendo il desiderio di alcune Conferenze Episcopali dell’America Latina, nonché la voce di diversi Pastori e fedeli di altre parti del mondo, ho deciso di convocare un’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per la regione Panamazzonica, che avrà luogo a Roma nel mese di ottobre 2019. Scopo principale di questa convocazione è individuare nuove strade per l’evangelizzazione di quella porzione del Popolo di Dio, specialmente degli indigeni, spesso dimenticati e senza la prospettiva di un avvenire sereno, anche a causa della crisi della foresta Amazzonica, polmone di capitale importanza per il nostro pianeta».

MA, COS’È UN SINODO?

Sinodo significa camminare insieme. In questo caso si tratta di ascoltare i popoli indigeni e tutte le comunità che vivono in Amazzonia. Allora saranno loro che diventeranno protagonisti.

Nel viaggio apostolico in Perù, il 19 gennaio 2018, nel Coliseo Madre de Dios a Puerto Maldonado, Papa Francesco ha incontrato i popoli dell’Amazzonia e ha sottolineato che: «la Chiesa non è aliena dalla vostra problematica e dalla vostra vita, non vuole essere estranea al vostro modo di vivere e di organizzarvi. Abbiamo bisogno che i popoli originari plasmino culturalmente le Chiese locali amazzoniche».

L’assemblea speciale del Sinodo dei vescovi per la regione Panamazzonica,”Amazzonia: nuovi cammini per la chiesa e per una ecologia integrale”, avrà luogo a Roma dal 6 al 27 di ottobre 2019.

LA FASE PREPARATORIA

La Chiesa sta ripensando la sua presenza nell’Amazzonia. La fase preparatoria è svolta attraverso le Assemblee territoriali, che hanno avuto un ruolo importantissimo, anche in vista della stesura del documento finale. Le Assemblee, infatti, sono uno spazio non soltanto di consultazione, ma anche di partecipazione. Uno spazio di dialogo, di costruzione collettiva. Uno spazio che ha la finalità ascoltare quante più voci possibili, ma con un obiettivo orientato all’aspetto propriamente ecclesiale, integrando però l’ambiente, il sociale, la cultura, l’economia e la politica, coerentemente con l’approccio dell’ecologia integrale.

LA PARTECIPAZIONE DEI POPOLI INDIGENI

Uno degli aspetti importanti di questo sinodo è la participazione dei popoli indigeni. Mauricio López, segretario esecutivo della Rete Ecclesiale Panamazzonica (Repam), sottolinea che nel processo di preparazione, «la realtà ci ha superato a causa della grande speranza che il Sinodo ha generato, a causa della grande urgenza che questo Sinodo sia di tutti. Stiamo parlando di 260 momenti di ascolto in tutto il territorio panamazzonico. Circa 60 assemblee, che hanno coinvolto grandi gruppi – da 60 a 200 persone – popolazioni indigene, organizzazioni locali, popoli contadini e membri della Chiesa, a volte riunendi due o tre giurisdizioni ecclesiastiche e discutendo di tutto ciò che riguardava il Sinodo. Abbiamo avuto 25 forum tematici, cioè riflessioni specializzate, focalizzate, con una visione pan-amazzonica, che è la grande intuizione che muove la Repam: guardare il territorio come luogo teologico, come luogo sociologico. Forum come: Vita Consacrata in Amazzonia, Diritti Umani, Popoli Indigeni, Popoli nell’isolamento volontario, Università in Amazzonia. E infine, circa 180 dibattiti”. Insomma, “stiamo parlando in totale di 87 mila persone, più o meno, che hanno partecipato”, ha detto López.

Da parte sua, l’ultima settimana di febraio, il cardinale brasiliano Claudio Hummes ha evidenziato l’importanza di questo Sinodo: «Nella Chiesa dobbiamo camminare uniti, come amici e fratelli, rispettando le nostre diversità. Valorizzare tutte le culture – non solo quella occidentale, ma anche quelle degli indigeni dell’Amazzonia – non è una minaccia all’unità della Chiesa, ma la arricchisce, perché una sola cultura non può esaurire e rappresentare la ricchezza del Vangelo», ha detto il presidente della Repam. Parole che ci danno l’idea che la direzione della Chiesa dal volto Amazzonico vuole camminare.

Richard Rubio Condo – presidente della federazione FECONAMNCUA – río Napo – Peru dal 2010 al 2016

Il grido della Chiesa Amazzonica va ascoltato

Intervista al Cardinal Hummes, in occasione del seminario “Nuovi cammini per una Chiesa dal volto amazzonico”, organizzato dalla Salesiana.

Il primo giorno, giovedì 7 marzo, l’intervento del Card. Cláudio Hummes, francescano, presidente della Repam, ha sottolineato che l’obiettivo del Sinodo è l’ascolto del grido della Chiesa Amazzonica. Il cardinal Hummes ha messo in risalto che «noi dobbiamo andare lì ed ascoltare, lasciarli parlare. Sono loro (i popoli indígeni) chi devono dirci quali sono i loro sogni e desideri, come sono anche le loro grandi sofferenze, qual’è la loro storia che viene massacrata e qual’è la storia di questa regione grande chiamata Panamazzonia». 

Il presidente della Repam ha spiegato l’importanza che la Chiesa non lasci perdere l’Amazzonia: «la Chiesa deve avere il coraggio di trovare nuovi cammini, deve avere il coraggio di assumere un volto amazzonico, deve avere il coraggio di formare un clero autoctono, un clero indigeno, che possa afarsi carico di queste comunità».

Alla fine, il Cardinal Hummes ha fatto appello a tutte le Università Salesiane: «Penso che sia necessario che i salesiani e le loro Università si aprano un poco di più verso l’esterno, che non siano solo un circolo chiuso ed astratto, che prende cura delle cose scentifiche ed si occupa d’un livello alto, mentre la realtà si trova lì sotto. I salesiani sono missionari per natura, devono avere un’apertura disinteressata, non solo per studiare su base scientifica, filosofica oppure teologica – che pure sono importanti – ma anche per partecipare e fare participare gli studenti ancora più vivamente. Non basta, come si fa a scuola, prendere note o scrivere alcune tesi: occorre veramente fare quel proceso di andare, ascoltare, convivere un po’».

Il video è a questo link: Card. Clàudio Hummes – EL GRITO DE LA IGLESIA AMAZÓNICA

Card. Hummes in dialogo con il decano di Teologia dell’UPS – Roma

L’Amazzonia e l’Occidente che si crede Dio

di Roberto Carrasco, OMI

Oggi l’«opzione convinta per la difesa della vita, per la difesa della terra e per la difesa delle culture» passa anche attraverso il Sinodo per l’Amazzonia

È passato già un anno dal quel viaggio apostolico in Perù (gennaio 2018) in cui Papa Francesco ha incontrato i popoli dell’Amazzonia a Puerto Maldonado.

Mentre Bergoglio diceva loro che «la Chiesa non vuole essere estranea al vostro modo di vivere», l’Italia e il resto del mondo hanno già dimenticato quell’incontro eccezionale. Il Papa latinaomericano ha sottolineato che è «imprescindibile compiere sforzi per dar vita a spazi istituzionali di rispetto, riconoscimento e dialogo con i popoli nativi; assumendo e riscattando cultura, lingua, tradizioni, diritti e spiritualità che sono loro propri». Ma cosa significa? Che tipo di messaggi stano arrivando alla Chiesa qui, in questa parte del pianeta? Chi sono i cosidetti popoli indigeni dell’Amazzonia?

Una volta, una giornalista dell’Ecuador, Milagros Aguirre, ha fatto un’intervista a un vecchio missionario nell’Amazzonia. Ricordando la sua prima esperenza tra i popoli indigeni e meticci nell’Amazzonia peruviana, lui ha raccontato: «…Il meticcio si crede superiore all’indigeno, lo disprezza e gli sottrae valore, crede di avere il diritto di “civilizare” l’indio, d’imporre la sua maniera di vedere il mondo riguardo il progresso o lo sviluppo. Non concepisco quell’affano omogeneizzante di un Occidente che vuole tutti protetti dalle sue leggi, norme o religioni e che si impone sui più piccoli, sui deboli, sui differenti, sulle minoranze; è come se l’Occidente si credesse un Dio, capace di modellare a sua immagine e somiglianza tutti gli esseri umani. Semplicemente, ormai non capisco il mondo occidentale». Erano le parole di Marcos Mercier, un francescano canadese che ha abitato con il popolo kichwa del Napo più o meno 35 anni della sua vita, fino alla morte.

Padre Mercier ha anche ricordato alla giornalista l’immagine delle «prime tribù amazzoniche, che venuti in contatto con i conquistatori spagnoli, dopo avere resistito alle invasioni nel 1538 e 1541, vennero “pacificati”, divisi in varie commende e ridotti in schiavitù». Ma dopo cinque secoli un Papa ha detto loro: «Sono voluto venire a visitarvi e ascoltarvi, per stare insieme nel cuore della Chiesa, unirci alle vostre sfide e con voi riaffermare un’opzione sincera per la difesa della vita, per la difesa della terra e per la difesa delle culture». Immaginate che festa! C’erano lì circa 4mila rappresentanti delle tribù indigene amazzoniche, che ascoltavano queste parole di speranza.

Oggi l’«opzione convinta per la difesa della vita, per la difesa della terra e per la difesa delle culture» passa anche attraverso il Sinodo per l’Amazzonia che Papa Francesco ha convocato per quest’anno 2019. Un Sinodo speciale che vuole ascoltare, che rappresenta una sfida per tutta la Chiesa, non soltanto per i contenuti di cui discuteranno i vescovi insieme a Papa Francesco, ma per tutte le proposte che porteranno con sé ognuno di quelli che saranno qui a Roma, tra pochi mesi.

Cop 24: L’accordo di Parigi sarà adottato?

Ridurre le emissioni è un processo lento; nell’Accordo di Parigi i paesi hanno concordato di limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi; eppure ci sono accordi per bloccare il documento finale della Cop 24 in corso in Polonia.

di Roberto Carrasco, OMI

La domenica 2 dicembre è iniziato il Cop 24, il vertice delle Nazioni Unite, durante il quale si terranno due settimane cruciali per affrontare collettivamente e urgentemente il problema del riscaldamento globale.

Le temperature continuano a salire, le azioni decisive richieste sono in ritardo e le opportunità sono finite. Sono migliaia di leader mondiali, esperti e attivisti che a Katowice, in Polonia, elaboranno un piano per rispettare gli impegni concordati a Parigi nel 2015. Ancora la domanda rimane, l’accordo di Parigi sarà adottato?

Cop 24, Protocollo di Kyoto, Accordo di Parigi … Cosa sono?

“L’Onu nel 1992 ha organizzato a Rio de Janeiro – Brasile un vértice chiamato: “Summit della Terra”, in cui fu adottata la Convenzione quadro sui cambiamenti climatici. In quel trattato, i paesi hanno concordato di “stabilizzare le concentrazioni di gas serra nell’atmosfera” per impedire che l’attività umana interferisca con il clima”,si legge dal sito di News dell’Onu.

Questa Convenzione è stata firmata da 197 paesi. Ogni anno, da quando la convenzione è entrata in vigore, si tiene una “Conferenza delle parti” (COP – Conference of the Parties) per discutere su come andare avanti. Finora ci sono stati 23 Cop e quest’anno è la Cop 24. Questa Convenzione quadro non prevedeva la limitazione delle emissioni di gas a effetto serra e non ha istituito un meccanismo per applicarla.

Possiamo ricordare che il “Protocollo di Kyoto” ha definito i limiti delle emissioni che i paesi sviluppati dovevano conseguire nel 2012. Ma nell’Accordo di Parigi, che è stato adottato nel 2015, tutti i paesi del mondo hanno concordato di limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali e migliorare i finanziamenti per raggiungerlo.

Ma conferenze e vertici raggiungo dei risultati?

Il progresso è molto lento, di più di quello che la situazione consente. Un processo così tanto difficile quanto ambizioso, che è riuscito a unire paesi che hanno circostanze molto diverse. Ci sono dei risultati, pero ancora è un vero impegno capire che agire contro i cambiamenti climatici ha un impatto reale e positivo e che può aiutarci ad evitare le peggiori conseguenze.

Al di là dei risultati più eccezionali, come questi 57 paesi che sono riusciti a ridurre le loro emissioni di gas serra ai livelli richiesti per controllare il riscaldamento globale; oppure ricordiamo che nel 2015, 18 paesi ricchi si sono impegnati a donare 100.000 milioni di dollari all’anno affinché i paesi in via di sviluppo possano agire nella lotta contro il cambiamento climatico. Le iniziative sono ancora apprezzati, ma si aspetta un vero compromiso da 184 stati parti con l’accordo di Parigi che è stata ratificata ed entrata in vigore a novembre 2016. Si trata, sopratutto, di limitare l’aumento globale delle temperature inferiori a 2 °C e cercare di fare in modo che l’aumento non superi 1,5 ° C. Come di creare piani climatici nazionali entro il 2020, compresi gli obiettivi di riduzione delle emissioni. Solo Costa Rica e Perù sono riusciti a farlo. Non ancora l’Europa né altri paese che hanno una grande industria , con le frabbriche principali responsabili dell’innalzamento.

Uno dei paesi, Gli Stati Uniti, chi a luglio 2017 ha annunciato retirarsi di quest’accordo, sta aspetando almeno fino al noviembre 2020 per fare legalmente il ritiro dal patto.

Gli esperti, che cosa pensano dell’importanza del limite di 1.5 °C?

Uno studio del Gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici, raccomendano di mantenere il riscaldamento globale al di sotto di 1,5 °C rispetto ai livelli pre-industriali. Questo ci aiuterà a prevenire danni devastanti al pianeta e ai suoi abitanti, inclusa la perdita irreversibile di habitat di animali nell’Artico come nell’Antartico, per esempio.

“L’Onu stima che, se aumentassimo la temperatura a 1,5 °C anziché a 2 °C, sono 420 milioni di persone che soffrirebbero in meno gli effetti di questo fenomeno”,si legge dal sito di News dell’Onu.

Perché il COP 24 è così importante?

Questo anno 2018 i firmatari dell’Accordo di Parigi hanno deciso di creare un programma di lavoro con cui raggiungere gli impegni. Lo essenziale è che i paesi si fidano l’uno dell’altro per riuscire insieme nel proposito.

Gli esperti presenti a Katowice vedonno questo incontro come una grande oportunità per intensificare l’azione climatica a tutti i livelli della società.

Brasile, vince l’estrema destra. Ma la Chiesa è decisa a difendere uomini, donne e risorse

di Roberto Carrasco, OMI

Con Bolsonaro si interrompe il percorso di costruzione della democrazia. C’è preoccupazione per le minoranze e per l’Amazzonia. Ne abbiamo parlato con il decano della Facoltà di Teologia dell’UPS, Don Medeiros.

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Il Brasile è un paese dell’America del Sud che ha più di 209 milioni di abitanti. Domenica 28 ottobre, un po’ di più di 104 milioni si sono recati alle urne per scegliere tra Fernando Haddad, socialista, e l’altro candidato, Jair Messias Bolsonaro, che rappresenta l’estrema destra.

La mappa politica del Brasile è cambiata radicalmente dopo 13 anni, con Lula Da Silva chiuso in carcere, considerato risponsabile del disastro economico e sociale che il Brasile ha avuto in quest’ultimi anni. Del caso Lava Jato, frutto di tutto un sistema di corruzione incarnato suprattutto dal PT (Partido dos Trabalhadores), ne ha approfittato l’estrema destra, che ha vinto in 16 dei 27 stati che formano la nazione brasiliana.

Ci sono dei motivi per cui Bolsonaro ha vinto il 28 ottobre. Si è presentato come un candidato outsider, ma il fatto di essere un ex militare, sostenuto dal generale Antonio Hamilton Mourão, eletto vicepresidente, fa ricordare alla popolazione i 21 anni di dittatura vissuta dal Brasile, la più lunga dell’America Latina, anche rispetto a quella di Pinochet in Cile.

Un altro fattore che ha avuto una grande influenza è quello della chiesa evangelica che ha una presenza forte nelle favele e nei quartieri popolari delle città. La Rete Record, proprietà del fondatore della Chiesa Universale del Regno di Dio, è la seconda televisione più grande del Brasile e la quinta del mondo e ha giocato un ruolo importante in questa elezione.

In questo contesto elettorale, abbiamo intervistato il decano della Facoltà di Teologia dell’UPS, Don Damiano Raimundo MEDEIROS. Un missionario salesiano brasiliano che ha avuto la esperienza di lavorare in missione proprio sul confine tra Brasile e la Colombia.

Che cosa rappresenta Bolsonaro per il Brasile, oggi?

«Anzitutto è il nuovo presidente della Repubblica del Brasile eletto con più di 50% del voto degli elettori. Quindi è il presidente, è l’uomo che guiderà il Brasile per i prossimi quattro anni. È il primo militare che arriva al governo dopo, diciamo cosi, un periodo in cui tutti i governi erano civili e dopo il periodo della dittatura militare. In questo senso c’è uno scenario: la sua campagna alla presidenza è stata profondamente sottolineata con una tonalità di destra che fa pensare a dei passi indietro rispetto alla costruzione della democrazia in Brasile, che si è cercato di fare in tutti questi anni. Purtroppo non abbiamo avuto da parte di nessun candidato un programma globale di governo. Non sappiamo quale saranno gli scenari dal punto di vista oggettivo. Dal punto di vista di ciò che lui rappresenta ci sono, senza dubbio, delle preoccupazioni, soprattutto riguardo alle regioni strategiche del Brasile, come l’Amazzonia».

Possiamo dire che il voto di domenica scorsa è stato un voto antisistema?

«Io credo che si può utilizzare questa espressione, ma tenendo presente che, essendo un governo di destra, rappresenta anche un certo allineamento con la tendenza neoliberale in America Latina. Certamente c’è la preoccupazione che sia più disponibile a promuovere un tipo di politica neoliberale, soprattutto per quei gruppi internazionali e multinazionali che vogliono continuare a esplorare il continente Sudamericano».

Parlando di ecologia, gli esperti avevano segnalato, già prima delle elezioni, che ci sono dei rischi per il futuro dell’Amazzonia. La Rete Eclesiale Pan Amazzonica condivide quest’allerta.

«L’Amazzonia non è soltanto un universo ecologico ambientale: è un universo culturale e interculturale e con tantissime risorse a livello delle ricchezze minerarie. In questo senso la Chiesa brasiliana è molto preoccupata della campagna politica elettorale, non possiamo parlare ancora degli atti politici, perché ancora non lì conosciamo; ma preoccupa ciò che ha detto il presidente Bolsonaro durante il periodo di preparazione delle elezioni, a riguardo dell’Amazzonia. Ad esempio, si è pronunciato, più di una volta, contro il mantenimento delle riserve indigene. E questa è una questione molto delicata, visto che nell’Amazzonia ci sono tantissime popolazioni e culture indigene in cui non sarebbe ipotizzabile pensare che un giorno, per motivo d’una decisione politica, non potranno più esistere. Inoltre l’Amazzonia è una risorsa culturale e interculturale. Ad esempio, l’educazione in tantissime aree dell’Amazzonia è bilingue. Un governo che non riconosca questa sovranità culturale, farà piazza pulita nel senso che incentiverà delle politiche proprio per togliere questa realtà che è stata frutto anche delle conquiste, non soltanto della Chiesa, ma di tanti organismi che promuovono la preservazione e lo sviluppo delle culture indigene di quella regione. Ma certamente l’aspetto che desta più preoccupazioni sono le risorse minerarie di cui la regione è ricca. Ci sono questi grandi gruppi internazionali che, in questi ultimi 60 anni, hanno cercato di entrare in qualche regione, soprattutto del Sud, e hanno prodotto un disastro ecologico, sempre a detrimento della popolazione indigena, ma non solo, della popolazione cabobla, come diciamo noi, degli uomini che vivono e sopravvivono in quella regione».

Cosa pensa la gente delle città di questa situazione?

«Da una parte, i grandi progetti del governo in questi anni, ad esempio al riguardo le idroelettriche, sono progetti falliti. Progetti che non hanno prodotto ciò che è stato detto e promesso. Dall’altra parte c’è un paradosso: ad esempio, la regione dell’Amazzonia, in qualche modo, ha votato Bolsonaro, cercando magari di avere dei favori che soltanto l’universo popolare può immaginare. La Chiesa dell’Amazzonia – rappresentata dall’Episcopato brasiliano, ma soprattutto dal Consiglio Indigenista Missionario, il CIMI – come anche l’organizzazione indigena, la Confederazione delle Organizzazione del Bacino Amazzonico e tante altre organizzazioni, si sono manifestate molto contrarie alla politica che accennava il presidente durante la campagna politica per quella regione. Credo che la posizione della Chiesa (Cattolica) sarà di continuare ad essere sentinella per tutto ciò che potrà capitare in quella regione. Siamo qui preparando questo Sinodo speciale per l’Amazzonia, certamente la Chiesa continuarà ad essere sveglia, ma allo stesso tempo aperta al dialogo in vista della difesa non soltanto delle risorse, ma insisto, della difesa dell’uomo e della donna che vivono in quella regione.

BRASILE: Gli esperti ci hanno avvertito prima dell’elezioni

Lettera aperta

Brasile, 16 ottobre 2019

Il futuro dell’Amazonia passa per elezioni

Senza l’Amazonia non esisterebbe il Brasile tale quale lo conosciamo. Quattro sono i servizi che il bioma dispensa agli abitanti dell’Amazonia, al Brasile e a tutto quanto il pianeta.

1° – Il ciclo delle acque. Oggi, restando al sapere scientifico sviluppato, sono i fiumi volanti provenienti dall’Amazonia a portare la pioggia su tutto il territorio brasiliano, raggiungendo persino Uruguai, Argentina e Paraguai. Senza la foresta a nutrire l’atmosfera con l’acqua, tali fiumi non si formano. Una semplice Samaúma, un immenso albero dell’Amazonia, inietta nell’atmosfera all’incirca mille litri di acqua al giorno. Per cui, senza l’Amazonia il sud e il sud est del Brasile, dove si concentrano 70% delle ricchezze di Latinoamerica, si trasformerebbero in un deserto.

2° – Il ciclo del carbono. Ogni albero corrisponde a tonnellate di carbono accumulato nella sua struttura. Quando uno solo albero viene bruciato o entra in processo di decomposizione, il carbono è liberato in forma di gas e va ad aggravare il riscaldamento globale, il che contribuisce per il cambio climatico in tutto il pianeta.

3° – L’enorme diversità. Ogni m2 dell’Amazonia ha più biodiversità che qualsiasi altra area al mondo. Da lì provengono svariati alimenti tali l’açaí, cupuaçu, castagne, ortaggi di diversi tipi, radici etc, oltre a diversi farmaci, essenze, cosmetici, olei e un’enormità incalcolabile di ricchezze che solo la natura ci può offrire. Cambiare tale ricchezza con l’allevamento di mucche, l’esplorazione di mineri e qualche tonnellate di soja sembra alquanto insano. Insanità che può diventare reale nel caso in cui venga eletto uno dei candidati.

4° – Le popolazioni originarie. In Amazonia restano tuttora diversi popoli originari sopravvissuti al grande genocidio si abbattè in passato e si abbatte ancor oggi su di loro. Sono stati loro a preservare il quanto di ricchezze naturali ne abbiamo in Amazonia, la sua biodiversità, oltre a dimostrarci che è possibile vivere nell’Amazonia senza devastarla. Papa Francesco insiste in ascoltare queste popolazioni originarie nel Sinodo Panamazonico del 2019 a Roma. Dunque la distruzione della foresta è anche il colpo di misericordia nel cuore delle nostre popolazioni indigene rimanenti. Allertiamo sulle proposte contrarie alla vita e che interessano direttamente i popoli originari.

Siamo contrari a qualsiasi proposta che provochi la chiusura degli enti pubblici che difendono i diritti e sono a servizio della vita e del pianeta (Ministero dell’Ambiente e gli organi di controllo come l’IBAMA e l’ICMBIO), concessioni di lavori senza il dovuto permesso in materia ambientale, insomma, una lista infinita di aggressioni all’ambiente e ai popoli, le quali possono diventare reali.

A rischio è tutta questa ricchezza fondamentale: o la preserviamo o mandiamo in rovina ciò che ne resta. Tutti i servizi che l’Amazonia ci dispensa sono naturali e le ricerche su di essi sono di carattere scientifico, ma una decisione politica potrebbe annullare tutto che la natura ci offre nella sua infinita generosità.

Il futuro dell’Amazonia passa per il voto nelle elezioni del 2018.

Firmano:

Daniel Seidel – Membro della Commissione Brasiliana Giustizia e Pace, assessore della REPAM-Brasile.

Francisco Andrade de Lima – Assessore della REPAM-Brasile.

Marcia Maria de Oliveira – Assessore della REPAM-Brasile e della Caritas Brasiliana; Professoressa all’Università Federale di Roraima/UFRR.

Moema Miranda – Rete Chiese e Minerazione; Servizio Interfrancescano di Giustizia e Pace ed Ecologia (Sinfrajupe); Assessore della REPAM-Brasile.

  1. Ari Antônio dos Reis – Assessore della REPAM-Brasile; Coordinatore del curso di Teologia da Facoltà di Teologia e Scienze Umane – “Itepa Faculdades”.
  2. Dário Bossi – Missionario Comboniano; Rete di Chiese e Minerazione; Assessore della REPAM-Brasile.
  3. Ricardo Castro – Direttore dell’Istituto di Teologia Pastorale ed “Ensino Superior” dell’ Amazonia – ITEPES; Professore di filosofia alla Facoltà Salesiana Don Bosco – Manaus; Assessore della REPAM-Brasile.

Roberto Malvezzi – Filosofo; Teologo; Scienze sociali; Scrittore; Compositor; Assessore della REPAM.

Riferimenti

NOBRE, Antônio. Os rios voadores. https://www.youtube.com/watch?v=34Y93Ar4tCA. Acesso em 15/10/18

_______. A Máquina de fazer água. https://www.youtube.com/watch?v=HqAvP_hpzTA. Acesso em 15/10/18

CNBB. Campanha da Fraternidade de 2017: Os Biomas Brasileiros e Defesa da Vida. Ed. CNBB. Brasília. 2017.

(Fonte: REPAM)

HELICOPTERO

(Tradotto per Leonardo Rosas)