Sinodo sull’Amazzonia: indigeni, primi interlocutori

Perché il Sinodo sull’Amazzonia nel 2019. L’inquinamento, la deforestazione e l’espansione dell’industria estrattiva sono le grande minacce per i popoli indigeni ed il cuore dell’Amazzonia, polmone della Terra.

di Roberto Carrasco, OMI

Abbiamo bisogno dell’informazione per capire questa vicenda che coinvolge tutti. Quest’Assamblea dei vescovi non è lontana di nostra realtá. Avere una minima idea di ciò che succede, non bastano per capire la realtà e per camminare insieme. Abbiamo bisogno di impegnarci in questa grande sfida.

La pecualirità di questo Sinodo è la participazione dei popoli indigeni che insieme si interrogano su come rispondere a questa problematica che tocca tutti e su come la Chiesa può ripensare la sua presenza in Amazzonia. Attraverso le Assemblee territoriali questi popoli si fanno sentire e offrono a questo processo le loro proposte e idee, che partono da una visione del mondo propriamente amazzonica.  

Motivazione

Dopo la presentazione della Enciclica Laudato Si’ nel 2015, che sfida la Chiesa e tutti coloro che  sono presenti, al dibattito sulla cura della Casa Comune, Papa Francesco si dirige a tutta la Chiesa per cominciare a preoccuparsi di questa problematica che coinvolge a tutti: Stati, governanti, ogni persona di buona volontà. Per esempio, sono a rischio l’estinzione del 50 per cento delle specie di alberi dell’Amazzonia, questo ci preoccupa per le conseguenze nella vita del pianeta.

Nel viaggio Apostolico di Papa Francesco in Perù, il venerdì, 19 gennaio 2018, nel Coliseo Madre de Dios a Puerto Maldonado, c’è stato l’incontro del Pontifice con i popoli dell’Amazzonia dove lui ha detto: «La Chiesa non è aliena dalla vostra problematica e dalla vostra vita, non vuole essere estranea al vostro modo di vivere e di organizzarvi. Abbiamo bisogno che i popoli originari plasmino culturalmente le Chiese locali amazzoniche».  Queste parole sono l’ispirazione per la Chiesa Universale dopo di che il Papa Francesco ha convocato un’assemblea speciale del Sinodo dei vescovi per la regione Panamazzonica, che ha il titolo: “Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale”, che avrà luogo a Roma nel mese di ottobre 2019.

Obiettivo

Si trata di ascoltare i popoli indigeni e tutte le comunità che vivono in Amazzonia, come primi interlocutori di questo Sinodo, questo è di vitale importanza anche per la Chiesa universale.

Scopo

Lo Scopo principale di questa convocazione è quello di individuare nuove strade per l’evangelizzazione di quella porzione del Popolo di Dio, specialmente degli indigeni, spesso dimenticati e senza la prospettiva di un avvenire sereno, anche a causa della crisi della foresta Amazzonica, polmone di capitale importanza per il nostro pianeta. 

Chi coordina?

La REPAM (Rete Ecclesiale Pan-amazzonica) è stata formalmente incaricato di sostenere il Segretariato del Sinodo e il Consiglio pre-sinodale, presieduto da Papa Francesco.

Cosa è la Repam?

Il lavoro della pastorale indigeni della Chiesa Catolica nella Panamazzonia ha una lunga storia di presenza, di dialogo ed accompagnamento ai popoli indigeni e originari. I missionari, insieme ai vescovi, hanno deciso di fare un passo avanti. Trovare la strategia piú efficace che risponda non solo ai bisogni pastorali, ma anche ai problemi che si incontrano in ocassione dello sviluppo delle aziende estrattive trasnazionali. Nel giugno  del 2011 a Lima (Perù) si ha svolto il “Seminario Internazionale sulle industrie estrattive”, su tema “La problematica delle risorse naturali in America Latina e la Missione della Chiesa“, organizzato dal Dipartimento di Giustizia e solidarietà – CELAM e Misereor. In quest’incontro l’obiettivo era di promuovere la consapevolezza della Chiesa, Popolo di Dio, sui diritti attuali e futuri dello sfruttamento delle risorse naturali per lo sviluppo che incidono sulla qualità della vita e dei diritti dei nostri popoli, per realizzare azioni che promuovano lo sviluppo umano, integrale, solidale e sostenibile. (Cfr. DA 474 c). Già in questo seminario si è iniziato a dialogare con coloro che sarebbero stati coinvolti in questa sfida congiunta.

Ci sono stati due incontri: il primo a Puyo (Ecuador – aprile 2013) e dopo il secondo a Manaus (Brasile – ottobre 2013), dove è stato compiuto un ulteriore passo nell’impegno evangelizzatore decisivo per l’annuncio del Regno di vita. È stato l’inizio ufficiale della Rete Ecclesiale Pan-amazzonica – Repam.

Con lo slogan: “Pan-Amazzonia, fonte di vita nel cuore della Chiesa”, la dichiarazione della fondazione (Brasilia, 12 settembre 2014) ricorda che la «Repam è stata fondata come risposta a questo sentito e urgente bisogno di prendersi cura della vita in armonia con la natura», nasce la REPAM con tre caratteristiche principali: la transnazionalità, l’ecclesialità e l’impegno per la tutela della vita.

Come va svillupandosi la fase preparatoria del Sinodo?

Vogliamo sapere come i popoli immaginano il loro “sereno futuro” e il “buon vivere” delle generazioni future? Come possiamo collaborare nella costruzione di un mondo che deve rompere con le strutture che tolgono vita e con quelle mentalità di colonizzazione per costruire reti di solidarietà e interculturalità? e, soprattutto, qual è la particolare missione della Chiesa oggi di fronte a questa realtà?

Papa Francesco ha scritto un Documento preparatorio diviso in tre parti corrispondenti al metodo “vedere, giudicare (discernere) e agire”. Questo documento è stato inviato a tutte le giurisdizioni ecclesiastiche che compongono l’intera regione pan-Amazzonica; sono nove Paesi: Brasile, Perù, Colombia, Bolivia, Ecuador, Venezuela, Guyana britannica, Surinam e Guyana francese; in questo modo da giugno 2018 a gennaio 2019 le Assemblee pre-sinodali saranno sviluppate in ogni paese.

Ci sono un totale di 45 Assemblee territoriali distribuite come segue: Brasile 16, Perù 3, Colombia 3, Ecuador 6, Venezuela 6, Bolivia 8, e tra la Guyana britannica, Surinam e Guyana francese 1.

Tutti questi paesi hanno tempo fino al febbraio 2019 per contribuire al Sinodo.

Ma…, cos’è un’assemblea territoriale sinodale?

Sebbene sia uno spazio per un’ampia consultazione, è importante che tutti i partecipanti abbiano sul fatto che:

– È uno spazio di consultazione e di dialogo, di costruzione collettiva per rispondere e contribuire al documento di lavoro / consultazione.

– È uno spazio che ha la finalità di un ascolto ampio di quante più voci possibili, MA CON UN OBIETTIVO ORIENTATO ALL’ASPETTO PROPRIAMENTE ECCLESIALE. E all’interno dell’ecclesiale, integrando l’ambiente, sociale, culturale, economico e politico, come solleva l’approccio dell’ECOLOGIA INTEGRALE.

– È uno spazio che cerca di contribuire alla domanda della Chiesa sui nuovi modi di rispondere a questo territorio, e per l’ascolto di quelli popoli e di quelle persone che vivono lì e hanno bisogno del loro buon vivere e del tipo di presenza e di accompagnamento ecclesiale che è necessario per raggiungere un futuro sereno.

Conclusione

Se ricordiamo la testimonianza di Papa Francesco quando si è seduto per ascoltare la gente, ha iniziato a condividere le sue espressioni e sentimenti culturali, con l’obiettivo di sapere quale sia la situazione in cui si trovano. Questo atteggiamento è ciò che la Chiesa nella Panamazzonia sta tenendo, in dialogo con tutti, con lo scopo di plasmare una Chiesa con un volto Amazzonico, una Chiesa con un volto indigeno.

Brasile, vince l’estrema destra. Ma la Chiesa è decisa a difendere uomini, donne e risorse

di Roberto Carrasco, OMI

Con Bolsonaro si interrompe il percorso di costruzione della democrazia. C’è preoccupazione per le minoranze e per l’Amazzonia. Ne abbiamo parlato con il decano della Facoltà di Teologia dell’UPS, Don Medeiros.

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Il Brasile è un paese dell’America del Sud che ha più di 209 milioni di abitanti. Domenica 28 ottobre, un po’ di più di 104 milioni si sono recati alle urne per scegliere tra Fernando Haddad, socialista, e l’altro candidato, Jair Messias Bolsonaro, che rappresenta l’estrema destra.

La mappa politica del Brasile è cambiata radicalmente dopo 13 anni, con Lula Da Silva chiuso in carcere, considerato risponsabile del disastro economico e sociale che il Brasile ha avuto in quest’ultimi anni. Del caso Lava Jato, frutto di tutto un sistema di corruzione incarnato suprattutto dal PT (Partido dos Trabalhadores), ne ha approfittato l’estrema destra, che ha vinto in 16 dei 27 stati che formano la nazione brasiliana.

Ci sono dei motivi per cui Bolsonaro ha vinto il 28 ottobre. Si è presentato come un candidato outsider, ma il fatto di essere un ex militare, sostenuto dal generale Antonio Hamilton Mourão, eletto vicepresidente, fa ricordare alla popolazione i 21 anni di dittatura vissuta dal Brasile, la più lunga dell’America Latina, anche rispetto a quella di Pinochet in Cile.

Un altro fattore che ha avuto una grande influenza è quello della chiesa evangelica che ha una presenza forte nelle favele e nei quartieri popolari delle città. La Rete Record, proprietà del fondatore della Chiesa Universale del Regno di Dio, è la seconda televisione più grande del Brasile e la quinta del mondo e ha giocato un ruolo importante in questa elezione.

In questo contesto elettorale, abbiamo intervistato il decano della Facoltà di Teologia dell’UPS, Don Damiano Raimundo MEDEIROS. Un missionario salesiano brasiliano che ha avuto la esperienza di lavorare in missione proprio sul confine tra Brasile e la Colombia.

Che cosa rappresenta Bolsonaro per il Brasile, oggi?

«Anzitutto è il nuovo presidente della Repubblica del Brasile eletto con più di 50% del voto degli elettori. Quindi è il presidente, è l’uomo che guiderà il Brasile per i prossimi quattro anni. È il primo militare che arriva al governo dopo, diciamo cosi, un periodo in cui tutti i governi erano civili e dopo il periodo della dittatura militare. In questo senso c’è uno scenario: la sua campagna alla presidenza è stata profondamente sottolineata con una tonalità di destra che fa pensare a dei passi indietro rispetto alla costruzione della democrazia in Brasile, che si è cercato di fare in tutti questi anni. Purtroppo non abbiamo avuto da parte di nessun candidato un programma globale di governo. Non sappiamo quale saranno gli scenari dal punto di vista oggettivo. Dal punto di vista di ciò che lui rappresenta ci sono, senza dubbio, delle preoccupazioni, soprattutto riguardo alle regioni strategiche del Brasile, come l’Amazzonia».

Possiamo dire che il voto di domenica scorsa è stato un voto antisistema?

«Io credo che si può utilizzare questa espressione, ma tenendo presente che, essendo un governo di destra, rappresenta anche un certo allineamento con la tendenza neoliberale in America Latina. Certamente c’è la preoccupazione che sia più disponibile a promuovere un tipo di politica neoliberale, soprattutto per quei gruppi internazionali e multinazionali che vogliono continuare a esplorare il continente Sudamericano».

Parlando di ecologia, gli esperti avevano segnalato, già prima delle elezioni, che ci sono dei rischi per il futuro dell’Amazzonia. La Rete Eclesiale Pan Amazzonica condivide quest’allerta.

«L’Amazzonia non è soltanto un universo ecologico ambientale: è un universo culturale e interculturale e con tantissime risorse a livello delle ricchezze minerarie. In questo senso la Chiesa brasiliana è molto preoccupata della campagna politica elettorale, non possiamo parlare ancora degli atti politici, perché ancora non lì conosciamo; ma preoccupa ciò che ha detto il presidente Bolsonaro durante il periodo di preparazione delle elezioni, a riguardo dell’Amazzonia. Ad esempio, si è pronunciato, più di una volta, contro il mantenimento delle riserve indigene. E questa è una questione molto delicata, visto che nell’Amazzonia ci sono tantissime popolazioni e culture indigene in cui non sarebbe ipotizzabile pensare che un giorno, per motivo d’una decisione politica, non potranno più esistere. Inoltre l’Amazzonia è una risorsa culturale e interculturale. Ad esempio, l’educazione in tantissime aree dell’Amazzonia è bilingue. Un governo che non riconosca questa sovranità culturale, farà piazza pulita nel senso che incentiverà delle politiche proprio per togliere questa realtà che è stata frutto anche delle conquiste, non soltanto della Chiesa, ma di tanti organismi che promuovono la preservazione e lo sviluppo delle culture indigene di quella regione. Ma certamente l’aspetto che desta più preoccupazioni sono le risorse minerarie di cui la regione è ricca. Ci sono questi grandi gruppi internazionali che, in questi ultimi 60 anni, hanno cercato di entrare in qualche regione, soprattutto del Sud, e hanno prodotto un disastro ecologico, sempre a detrimento della popolazione indigena, ma non solo, della popolazione cabobla, come diciamo noi, degli uomini che vivono e sopravvivono in quella regione».

Cosa pensa la gente delle città di questa situazione?

«Da una parte, i grandi progetti del governo in questi anni, ad esempio al riguardo le idroelettriche, sono progetti falliti. Progetti che non hanno prodotto ciò che è stato detto e promesso. Dall’altra parte c’è un paradosso: ad esempio, la regione dell’Amazzonia, in qualche modo, ha votato Bolsonaro, cercando magari di avere dei favori che soltanto l’universo popolare può immaginare. La Chiesa dell’Amazzonia – rappresentata dall’Episcopato brasiliano, ma soprattutto dal Consiglio Indigenista Missionario, il CIMI – come anche l’organizzazione indigena, la Confederazione delle Organizzazione del Bacino Amazzonico e tante altre organizzazioni, si sono manifestate molto contrarie alla politica che accennava il presidente durante la campagna politica per quella regione. Credo che la posizione della Chiesa (Cattolica) sarà di continuare ad essere sentinella per tutto ciò che potrà capitare in quella regione. Siamo qui preparando questo Sinodo speciale per l’Amazzonia, certamente la Chiesa continuarà ad essere sveglia, ma allo stesso tempo aperta al dialogo in vista della difesa non soltanto delle risorse, ma insisto, della difesa dell’uomo e della donna che vivono in quella regione.

BRASILE: Gli esperti ci hanno avvertito prima dell’elezioni

Lettera aperta

Brasile, 16 ottobre 2019

Il futuro dell’Amazonia passa per elezioni

Senza l’Amazonia non esisterebbe il Brasile tale quale lo conosciamo. Quattro sono i servizi che il bioma dispensa agli abitanti dell’Amazonia, al Brasile e a tutto quanto il pianeta.

1° – Il ciclo delle acque. Oggi, restando al sapere scientifico sviluppato, sono i fiumi volanti provenienti dall’Amazonia a portare la pioggia su tutto il territorio brasiliano, raggiungendo persino Uruguai, Argentina e Paraguai. Senza la foresta a nutrire l’atmosfera con l’acqua, tali fiumi non si formano. Una semplice Samaúma, un immenso albero dell’Amazonia, inietta nell’atmosfera all’incirca mille litri di acqua al giorno. Per cui, senza l’Amazonia il sud e il sud est del Brasile, dove si concentrano 70% delle ricchezze di Latinoamerica, si trasformerebbero in un deserto.

2° – Il ciclo del carbono. Ogni albero corrisponde a tonnellate di carbono accumulato nella sua struttura. Quando uno solo albero viene bruciato o entra in processo di decomposizione, il carbono è liberato in forma di gas e va ad aggravare il riscaldamento globale, il che contribuisce per il cambio climatico in tutto il pianeta.

3° – L’enorme diversità. Ogni m2 dell’Amazonia ha più biodiversità che qualsiasi altra area al mondo. Da lì provengono svariati alimenti tali l’açaí, cupuaçu, castagne, ortaggi di diversi tipi, radici etc, oltre a diversi farmaci, essenze, cosmetici, olei e un’enormità incalcolabile di ricchezze che solo la natura ci può offrire. Cambiare tale ricchezza con l’allevamento di mucche, l’esplorazione di mineri e qualche tonnellate di soja sembra alquanto insano. Insanità che può diventare reale nel caso in cui venga eletto uno dei candidati.

4° – Le popolazioni originarie. In Amazonia restano tuttora diversi popoli originari sopravvissuti al grande genocidio si abbattè in passato e si abbatte ancor oggi su di loro. Sono stati loro a preservare il quanto di ricchezze naturali ne abbiamo in Amazonia, la sua biodiversità, oltre a dimostrarci che è possibile vivere nell’Amazonia senza devastarla. Papa Francesco insiste in ascoltare queste popolazioni originarie nel Sinodo Panamazonico del 2019 a Roma. Dunque la distruzione della foresta è anche il colpo di misericordia nel cuore delle nostre popolazioni indigene rimanenti. Allertiamo sulle proposte contrarie alla vita e che interessano direttamente i popoli originari.

Siamo contrari a qualsiasi proposta che provochi la chiusura degli enti pubblici che difendono i diritti e sono a servizio della vita e del pianeta (Ministero dell’Ambiente e gli organi di controllo come l’IBAMA e l’ICMBIO), concessioni di lavori senza il dovuto permesso in materia ambientale, insomma, una lista infinita di aggressioni all’ambiente e ai popoli, le quali possono diventare reali.

A rischio è tutta questa ricchezza fondamentale: o la preserviamo o mandiamo in rovina ciò che ne resta. Tutti i servizi che l’Amazonia ci dispensa sono naturali e le ricerche su di essi sono di carattere scientifico, ma una decisione politica potrebbe annullare tutto che la natura ci offre nella sua infinita generosità.

Il futuro dell’Amazonia passa per il voto nelle elezioni del 2018.

Firmano:

Daniel Seidel – Membro della Commissione Brasiliana Giustizia e Pace, assessore della REPAM-Brasile.

Francisco Andrade de Lima – Assessore della REPAM-Brasile.

Marcia Maria de Oliveira – Assessore della REPAM-Brasile e della Caritas Brasiliana; Professoressa all’Università Federale di Roraima/UFRR.

Moema Miranda – Rete Chiese e Minerazione; Servizio Interfrancescano di Giustizia e Pace ed Ecologia (Sinfrajupe); Assessore della REPAM-Brasile.

  1. Ari Antônio dos Reis – Assessore della REPAM-Brasile; Coordinatore del curso di Teologia da Facoltà di Teologia e Scienze Umane – “Itepa Faculdades”.
  2. Dário Bossi – Missionario Comboniano; Rete di Chiese e Minerazione; Assessore della REPAM-Brasile.
  3. Ricardo Castro – Direttore dell’Istituto di Teologia Pastorale ed “Ensino Superior” dell’ Amazonia – ITEPES; Professore di filosofia alla Facoltà Salesiana Don Bosco – Manaus; Assessore della REPAM-Brasile.

Roberto Malvezzi – Filosofo; Teologo; Scienze sociali; Scrittore; Compositor; Assessore della REPAM.

Riferimenti

NOBRE, Antônio. Os rios voadores. https://www.youtube.com/watch?v=34Y93Ar4tCA. Acesso em 15/10/18

_______. A Máquina de fazer água. https://www.youtube.com/watch?v=HqAvP_hpzTA. Acesso em 15/10/18

CNBB. Campanha da Fraternidade de 2017: Os Biomas Brasileiros e Defesa da Vida. Ed. CNBB. Brasília. 2017.

(Fonte: REPAM)

HELICOPTERO

(Tradotto per Leonardo Rosas)

Sinodo sull’Amazzonia, una sfida anche per i giornalisti

di Roberto Carrasco, OMI

Il Sinodo ci fa riflettere su come non solo noi studenti della Comunicazione Sociale, ma anche i fornitori dell’informazione, i giornalisti professionisti, i caporedattori delle diverse testate, nonché l’opinione pubblica, stiamo trattando questa tematica.

ROBERTA-GUISOTTI

L’appello di Papa Francesco nel terzo anniversario dell’Enciclica Laudato si’, sulla cura della Casa Comune, celebrato a Roma nel luglio scorso, con la conferenza internazionale “Saving our common home and the future of life on earth”, diceva:

«È triste vedere le terre dei popoli indigeni espropriate e le loro culture calpestate da un atteggiamento predatorio, da nuove forme di colonialismo, alimentate dalla cultura dello spreco e dal consumismo (cfr SINODO DEI VESCOVI, Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per un’ecologia integrale , 8 giugno 2018)».

E ancora più forza ribadisce l’impegno di tutti ad ascoltare e diretti interessati:

«Per loro, infatti, la terra non è un bene economico, ma un dono di Dio e degli antenati che in essa riposano, uno spazio sacro con il quale hanno il bisogno di interagire per alimentare la loro identità e i loro valori» (Laudato si’ , 146). Quanto possiamo imparare da loro! Le vite dei popoli indigeni «sono una memoria vivente della missione che Dio ha affidato a tutti noi: la protezione della nostra casa comune» (Discorso nell’incontro con popoli indigeni, Puerto Maldonado, 19 gennaio 2018). Cari fratelli e sorelle, le sfide abbondano».

E mentre le popolazioni indigene dell’America latina attendono con grande speranza l’assemblea speciale del Sinodo dei vescovi per tutta la regione Panamazzonica, che è stata programmata nell’ottobre del 2019 a Roma, emerge una prima domanda che ci permette di riflettere su questo avvenimento; possiamo fare una autocritica sulla produzione dell’informazione? Possiamo fare lo stesso per quanto riguarda la funzione culturale, educativa e sociale delle notizie sull’argomento di altri paesi, qui in Italia?

Per questo punto è importante incontrare Roberta Gisotti caporedattore a Radio Vaticana, autrice testi e consulente Rai e docente universitaria di Economia dei media alla Facoltà di Scienze della Comunicazione sociale presso l’Ups, che abbiamo intervistato.

Fra un anno ci sarà a Roma il Sinodo dei vescovi sulla regione amazzonica e ci sembra che nella Chiesa, ma anche in Italia e in Europa in generale, ci siano degli elementi che ancora non si conoscono, dei quali ancora non si parla e non si sia approfondito, nei media. Cosa ne pensa?

Questo è veramente un aspetto che lascia stupefatti, tanto più che oggi parliamo, ci riempiamo la bocca di vivere in una cultura globalizzata. Che un evento così rilevante come il Sinodo sull’Amazzonia sia trascurato dal circuito dei media, non so negli altri paesi, ma sicuramente in Italia, fino ad oggi è stato trascurato, ci deve far riflettere e domandarci perché. La risposta più comune che noi possiamo sentire tra chi, appunto, lavora in televisione, alla radio, nei giornali, nel mondo della informazione sarà che questo argomento, in realtà, poco interessa al pubblico.

E questa è una grande mistificazione, perché il pubblico aspetta di essere interessato da una informazione che si apre al mondo, e sa come parlare ai cittadini, sa come stimolarli, sa come interessarli, sa come suscitare il loro spirito critico. In particolare, in televisione che a tutt’oggi è la regina dei media, abbiamo sempre più una comunicazione che cannibalizza se stessa, e ripercorre il già detto, il già fatto, ciò che fa più ascolto. Per cui abbiamo e viviamo un periodo storico di penuria di creatività, di penuria di interessi, di penuria di ricerca.

Riguardo all’Amazzonia non possiamo certo dire che un argomento che presenta degli aspetti così ampi di interesse per tutto il pubblico che sono da quello più, diciamo, che può essere più avvertito di tipo ambientale ecologico, ma anche di equilibri geopolitici per tutta l’America Latina, è un’occasione veramente mancata dell’informazione.

Infatti, sembra che l’Amazzonia non venga valorizzata per il suo contributo che elargisce non solo del punto di vista climatico, della biodiversità, ma anche per la riflessione sull’interculturalità. Quindi, secondo Lei questi elementi mancano nell’approccio del lavoro giornalistico? E se sì, quale lavoro di ricerca dell’informazione dovrebbe essere fatto, per una nuova creatività che vada ad incuriosire su quest’argomento?

In realtà l’informazione verso l’estero riguarda essenzialmente pochi elementi, cioè, le grandi calamità e catastrofi. Gli eventi di conflitti, di guerra e la cronaca nera. Quindi è un guardare a un’informazione che è prettamente negativa. E perché si guarda questa informazione che è prettamente negativa? Perché è molto facile fare ascolti con questo tipo d’informazione. Perché un’informazione che punta all’emotività del pubblico, cioè punta a trattenere il pubblico davanti al video anche solo per pochi secondi, pochi minuti, per ottenere quell’indice di ascolto che poi promuove quel programma. Questo è veramente un aspetto poco conosciuto e che è alla fonte di questa informazione che non svolge il proprio ruolo di informare e formare l’opinione pubblica dando gli elementi della vita sociale, culturale, politica, religiosa degli altri paesi e degli altri popoli.

Insomma, come si dovrebbe preparare un giornalista, non solo dentro alla Chiesa, ma anche in tutta Europa rispetto al prossimo Sinodo sull’Amazzonia nel 2019?

L’uomo che fa comunicazione deve anzitutto lui attento e curioso. Perché se non si interessa lui, se non si incuriosisce lui, se non fa ricerca, non potrà trasmettere questa conoscenza, questa curiosità, questo desiderio di fare ricerca per capire; non li potrà trasmettere al suo pubblico. Quindi, il primo appello che bisognerebbe fare, è quello di rivolgersi ai media, e alle persone che operano nei media di guardare a questo argomento, e di assumersi la responsabilità di parlarne al mondo perché è un tema di attualità che si riflette direttamente sulla vita delle persone e sulla vita dei popoli.

Possiamo entrare sul sito della FSC

Protagonisti i popoli Indigeni 

di Roberto Carrasco, OMI

Un colega giornalista, Cristiano Morsolin, mi ha detto che la portata del mio blog EL TROCHERO, anche l’intervista fatta per Sir (Servizio Informazione Religiosa)  è stato menzionato e appare nella pagina 6 dell’osservatore romano della domenica 15 luglio 2018.

Questa è la raggione che pubblico questa piccolo nota. Mi piacerebbe che rimanga nel mio blog.

http://www.osservatoreromano.va/vaticanresources/pdf/QUO_2018_159_1507.pdf

 

 

Sinodo Amazzonico del 2019. I Salesiani si preparano

di Roberto Carrasco, OMI

I popoli dell’Amazzonia chiedono più attenzione da parte della Chiesa e anche dei governi. Come Università Pontificia vogliamo contribuire a questo discernimento

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Nella Facoltà di Teologia della Università Pontificia Salesiana di Roma, giovedì 11 ottobre, si è svolto il “Seminario sull’Amazzonia. Contraddizioni, lacerazioni e profetismo. Uno sguardo verso il Sinodo dei vescovi 2019”. Evento che aveva l’obiettivo d’introdurre la famiglia salesiana in questo cammino di riflessione.

«Ovviamente quando si tratta dell’argomento Amazzonia è in gioco anche il lavoro della Chiesa: non si tratta soltanto della biodiversità, della diversità di culture, ma soprattutto dello scopo della presenza della Chiesa in quel contesto», ci ha spiegato il professor Damásio Medeiros SDB, Decano della Facoltà di Teología, spiegando la volontà dell’Università d’approfondire quest’argomento. «Poi ci sarà una seconda fase, fra un mese proprio a Manaos, nel centro dell’Amazzonia, con i missionari salesiani che lavorano in quel contesto, insieme a diversi vescovi, studiosi e ricercatori per approffondire anche il tema del Sinodo. E all’inizio del mese di febbraio è già programmato – da parte della nostra Facoltà insieme al Dicasterio della Missione – un Convegno Internazionale, in cui vogliamo ascoltare anche la leadership comunitaria, eclesiale e anche del mondo accademico. Verrano dell’America Latina a condividere questa realtà ricca per la Chiesa, ma sopratutto per i popoli che vivono lì e per tutto il mondo».

Ma come coinvolgere tutto l’ateneo in questo percorso? «In occasione del Convegno Internazionale di febbraio, i docenti della diverse facoltà saranno chiamati a intervenire, a colaborare, a offrire il proprio contributo a questa riflesione, sopratutto del punto di vista dell’educazione e della comunicazione», così come sta già facendo la Rete Ecclesiale Panamazzonica–REPAM, ha sottolineato il professor Medeiros.

Un altro relatore, il professor Antonino Colajanni SDB ha detto che «quasi tutti gli ordini religiosi si stanno concentrando nella preparazione del Sinodo. L’esperienza della foresta è un’esperienza fondamentale perché ci fa tornare a una visione integrale e globale dell’uomo come membro di una comunità, ma in un contesto ambientale».

Don Juan Bottasso SDB, mentre parlava di avere una visione integrale della Amazzonia, ha presentato una proposta ai figli di Don Bosco: «I salesiani possono presentare al Sinodo due grandi icone, due grandi simboli, due paradigmi di quello che può essere l’azione tra gli indigeni: padre Rodolfo Lunkenbein SDB – martire salesiano in Brasile – che coscientemente, sotto minaccia, sapendo a che cosa si esponeva, è andato, pieno di vita e di gioventù, incontro alla morte per difendere il territorio. L’altro grande, padre Luis Bolla SDB – padre Yánkuam’, missionario salesiano tra il popolo indigeno Achuar in Equador e Perù –, ottanta anni condividendo la vita di un popolo che è sempre stato definito selvaggio, ma di cui diceva: “il popolo più nobile che ho conosciuto in vita mia”. Li ammirava tanto». «Non è andato là dicendo “poveri selvaggi, mi sacrifico per insegnare qualcosa”, ma piuttosto dicendo: “voi sapete tante cose, avete molto da insegarme a me. Però la vostra cultura non è perfetta. Vengo a camminare in mezzo a voi, con voi, perchè l’assedio che vi circunda è terribile, voglio accompagnarvi. Lo ha chiesto come un favore. Non è il missionario che va come un padrone, che va a dettare legge, che va cambiare i costumi. È il missionario che va imparare, a scoprire il perchè di certe forme culturali, con amore, con allegria», ha detto il direttore dell’Archivio Storico dell’Inspectoria Salesiana Corazón de Jesús dell’Ecuador.

P. Yánkuam SDB – 14 volumi della sua vita missionaria

di Roberto Carrasco, OMI

Come parte dello stage giornalistico vissuto a Quito/Ecuador tra luglio ed agosto scorso, ho potuto visitare don Juan Bottasso SDB, direttore dell’Archivio Storico Salesiano in Ecuador. Con lui ho avuto l’anno scorso un bellissimo dialogo sulla vita e la testimonianza del P. Luigi Bolla, missionario salesiano tra gli Achuar dell’Ecuador e Perù, molto conosciuto come Yánkuam. Sensa dubbio, era un eccezionale maestro della missione tra i popoli indigeni nell’Amazzonia e un vero paradigma del dialogo interculturale.

Yánkuam: Un missionario che ha avuto, con grande spontaneità e rispettando specialmente la cultura, una meravigliosa e particolare esperienza missionaria acculturando il Vangelo nella realtà dei popoli della Amazzonia.

Per più di 40 anni che P. Luigi Bolla documentó con molta pazienza la vita, le illusioni e la gioia della sua vita tra gli Achuar; fu un missionario che spesso ha raccontato la sua vita e contatto con il popolo ecuadoriano e peruviano in questa parte dell’Amazzonia.

Come risultato di questo sforzo e di questa testimonianza inestimabile, don Juan Bottasso SDB ha potuto raccogliere tutti gli scritti che compongono quattordici volumi pubblicati nel luglio scorso.

Ogni volume contiene un numero notevole di pagine che danno un vero contributo tanto alla Missiologia come alla Comunicazione Interculturale.

Foto: materiale che don Juan Bottasso mi ha dato affinché diventasse un motivo per leggere e studiare

Il lavoro di P. Yánkuam è anche – infine – il frutto di una missione come dialogo e di una pratica di dialogo profetico che in questo tempo fino oggi rivela un paziente ascolto e una osservazione compassionevole.

Quando ho cominciato a leggere la vita di P. Yánkuam, mi è venuto il desiderio di farne uno dei miei argomenti di ricerca. Come lui, sono pochi missionari che hanno scritto tanto: dizionari, opere etnografiche, traduzioni della Bibbia alla lingua locale; però soprattutto ha scritto il suo diario personale.

Ho questo volume con me. In questi mesi ho cercato la pubblicazione di questi volumi. Grazie mille don Juan Bottasso per affidarmi queste opere.

Penso che in questo contesto del Sinodo della pan Amazzonia che sta aprirsi, la proposta del P. Yánkuam insieme a quella del P. Juan Marcos Coquinche OFM sia veramente un modello che la Chiesa son volto indigeno sta cercando nella Amazzonia.

Stage giornalistico nella REPAM

“Questo tempo nella REPAM è l’inizio di NUOVI CAMMINI oblati come missionario”

di Roberto Carrasco, OMI

Tra luglio ed agosto del 2018 nella città di Quito/Ecuador ho avuto la bella esperienza di fare uno stage (“internship”) giornalistico presso la “Rete Ecclesiale Pan amazzonica – REPAM”. Questa rete è un organismo costituito nel settembre del 2014 a Brasilia con l’obiettivo di collegare il lavoro che Chiesa sta facendo in tutti i Paesi che compongono l’Amazzonia. Si tratta di rispondere alle grandi sfide che ha la Chiesa cattolica presente in queste terre dell’America Latina. Questa rete nasce come una risposta alla ricerca che la Chiesa sta attuando nella evangelizzazione tra i popoli che abitano questa immensa regione del mondo.

 

Vari momenti vissuti con la REPAM

Nella Lettera Enciclica “Laudato Si’”, la REPAM ha trovato una sufficiente motivazione per articolare il lavoro missionario della Chiesa in temi come: promozione dei diritti umani, alternative di sviluppo, comunicazione, ricerca, etc. È una iniziativa ecclesiale nata nell’Amazzonia per proteggere il creato e coloro che lo abitano. «La REPAM – afferma il cardinale Peter Turkson, Prefetto del dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale della Santa Sede – è concepita per farsi uno strumento che serve in diversi gamme, come la giustizia, la legalità, la promozione e tutela dei diritti umani, la cooperazione tra Chiesa ed istituzioni pubbliche in diversi livelli, la prevenzione dei conflitti, lo studio e diffusione dell’informazione, lo sviluppo economico inclusivo ed equo, l’utilizzo responsabile e solidale delle risorse naturali, nel rispetto della Creazione, la preservazione delle culture e dei modi di vita tradizionale dei vari popoli».

Grazie al cardinale Pedro Barreto SJ che, orientando le mie preoccupazioni mi incoraggiò a fare la mia pratica professionale nell’area delle comunicazioni della REPAM, ho potuto inserirmi maggiormente nel compito che ha tutto il gruppo di professionisti, laici e missionari, della REPAM fino alla prossima Assemblea speciale dei Vescovi per la Amazzonia, convocata il 15 ottobre 2017 da Papa Francesco e che avrà luogo nell’ottobre del prossimo 2019. Un Sinodo che cerca nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale.

Insieme a Daniela Andrade, responsabile dell’area delle comunicazione della REPAM, mi sono unito agli sforzi e lavori in vista della campagna internazionale per “Amazzonizare” la Chiesa, sviluppando dei contenuti di comunicazione, preparando messaggi che spingano alla consapevolezza e alla comprensione dei temi del documento preparatorio per il sinodo pan amazzonico del 2019. Si sono anche enucleate delle strategie per pianificazione e impostazioni che si elaborano in ogni Assemblea territoriale come parte di questo processo pre-sinodale; in queste assemblee vi è la partecipazione di vescovi, sacerdoti, missionari, suore, laici, popoli indigeni, organizzazioni civili ed istituzioni che si preoccupano della situazione di tutta la pan Amazzonia.

Percorrere i vicariati apostolici di Puyo, Tena, Napo, Méndez, Zamora, Aguarico e Sucumbíos nell’Amazzonia ecuadoriana, facendo interviste, reportage e cronache, scambiando esperienze formative, sia con operatori di pastorale della comunicazione sia con la popolazione che abita in terre amazzoniche, mi ha permesso di impegnarmi di più nel compito che Papa Francesco ha chiesto alla Chiesa nel giorno in cui ha convocato l’Assemblea speciale dei Vescovi per la Amazzonia del 2019: «Scopo principale di questa convocazione è individuare nuove strade per l’evangelizzazione di quella porzione del Popolo di Dio, specialmente degli indigeni, spesso dimenticati e senza la prospettiva di un avvenire sereno, anche a causa della crisi della foresta amazzonica, polmone di capitale importanza per il nostro pianeta».

Senza dubbio, per me come missionario, questo tempo trascorso alla REPAM è l’inizio di NUOVI CAMMINI per gli Oblati.

Roma, 29 de settembre 2018.

Il grido angosciato della terra

di Roberto Carrasco, OMI

IMG_1756Nel contesto della Conferenza internazionale in ocasione del terzo anniversario della enciclica «Laudato si’, fatta nella Città del Vaticano, 5-6 luglio 2018.

Dò a tutti voi il mio benvenuto, in occasione della Conferenza Internazionale convocata nel terzo anniversario della pubblicazione della Lettera Enciclica Laudato si’ sulla cura della casa comune. Vorrei salutare in maniera speciale Sua Eminenza, l’Arcivescovo Zizioulas, perché è stato lui, con il Cardinale Turkson, a presentare, tutti e due insieme, l’Enciclica, tre anni fa. Vi ringrazio di esservi riuniti per «ascoltare col cuore» le grida sempre più angoscianti della terra e dei suoi poveri in cerca di aiuto e responsabilità, e per testimoniare la grande urgenza di accogliere l’appello dell’Enciclica ad un cambiamento, ad una c o n v e r s i o n e ecologica. La vostra è la testimonianza per l’impegno non differibile ad agire concretamente per salvare la Terra e la vita su di essa, partendo dall’assunto che «ogni cosa è connessa», concetto-guida dell’Enciclica, alla base dell’ecologia integrale.

Anche in questa prospettiva possiamo leggere la chiamata che Francesco d’Assisi ricevette dal Signore nella chiesetta di San Damiano: «Va ’, ripara la mia casa, che, come vedi, è tutta in rovina». Oggi, anche la «casa comune» che è il nostro pianeta ha urgente bisogno di essere riparato e assicurato per un futuro sostenibile.

Negli ultimi decenni, la comunità scientifica ha elaborato in tal senso valutazioni sempre più accurate. «Il ritmo di consumo, di spreco e di alterazione dell’ambiente ha superato le possibilità del pianeta, in maniera tale che lo stile di vita attuale, essendo insostenibile, può sfociare solamente in catastrofi, come di fatto sta già avvenendo periodicamente in diverse regioni» (Enc. Laudato si’, 161). C’è il pericolo reale di lasciare alle generazioni future macerie, deserti e sporcizia. Auspico pertanto che questa preoccupazione per lo stato della nostra casa comune si traduca in un’azione organica e concertata di ecologia integrale. … A questo proposito, è significativo che la vostra discussione riguardi anche alcuni eventi-chiave dell’anno in corso.

Il Vertice COP24 sul clima, programmato a Katowice (Polonia) nel dicembre prossimo, può essere una pietra miliare nel cammino Il grido angosciato della terra tracciato dall’Accordo di Parigi del 2015. Tutti sappiamo che molto deve essere fatto per l’attuazione di quell’Accordo. Tutti i governi dovrebbero sforzarsi di onorare gli impegni assunti a Parigi per evitare le peggiori conseguenze della crisi climatica… Non possiamo permetterci di perdere tempo in questo processo.

Oltre agli Stati, altri attori sono interpellati: autorità locali, gruppi della società civile, istituzioni economiche e religiose possono favorire la cultura e la prassi ecologica integrale.

Auspico che eventi quali, ad esempio, il Summit sull’azione globale per il clima, in programma dal 12 al 14 settembre a San Francisco, offrano risposte adeguate, col sostegno di gruppi di pressione di cittadini in ogni parte del mondo…

Anche le istituzioni finanziarie hanno un importante ruolo da giocare, come parte sia del problema sia della sua soluzione. È necessario uno spostamento del paradigma finanziario al fine di promuovere lo sviluppo umano integrale. Le Organizzazioni internazionali, come ad esempio il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, possono favorire riforme efficaci per uno sviluppo più inclusivo e sostenibile… Tutte queste azioni presuppongono una trasformazione a un livello più profondo, cioè un cambiamento dei cuori, un cambiamento delle coscienze… E in questo le religioni, in particolare le Chiese cristiane, hanno un ruolo-chiave da giocare. La Giornata di Preghiera per il Creato e le iniziative ad essa connesse, iniziate in seno alla Chiesa Ortodossa, si vanno diffondendo nelle comunità cristiane in ogni parte del mondo.

Infine, il confronto e l’impegno per la nostra casa comune deve riservare uno spazio speciale a due gruppi di persone che sono in prima linea nella sfida ecologica integrale e che saranno al centro dei due prossimi Sinodi della Chiesa Cattolica: i giovani e i popoli indigeni, in modo speciale quelli dell’Amazzonia… Sono i giovani che dovranno affrontare le conseguenze dell’attuale crisi ambientale e climatica… Dall’altro lato, è triste vedere le terre dei popoli indigeni espropriate e le loro culture calpestate da un atteggiamento predatorio, da nuove forme di colonialismo, alimentate dalla cultura dello spreco e dal consumismo…

Quanto possiamo imparare da loro! Le vite dei popoli indigeni sono una memoria vivente della missione che Dio ha affidato a tutti noi: la protezione della nostra casa comune…

Esprimo la mia sentita gratitudine per il vostro lavoro al servizio della cura del creato e di un futuro migliore per i nostri figli e nipoti. A volte potrebbe sembrare un’impresa troppo ardua, ma san Francesco d’Assisi continui ad ispirarci e a guidarci in questo cammino.

[Ai partecipanti alla Conferenza internazionale sulla «Laudato si’», Sala Clementina, 6 luglio]

FONTE: osservatoreromano.va del 12 luglio 2018