Sinodo dell’Amazzonia, false paure e realtà

di Roberto Carrasco, OMI

La Chiesa “con volto indigeno” ha sulla scrivania una speciale proposta per aprire tanto il dialogo come il discernimento a Roma

Ci si chiede che cosa porterà il prossimo Sinodo sull’Amazzonia, che si svolgerà a Roma del 6 al 27 ottobre. Ci sono diverse reazioni, con una certa preoccupazione da parte della cosiddetta “ala tradizionalista” della Chiesa in Germania. A che punto siamo? è la domanda che si pongono diversi vescovi, preti e laici.

Al centro dovrebbe esserci la problematica ecologica che l’encicilica “Laudato Si” presenta: «inquinamento, rifiuti e cultura dello scarto, del clima, della questione dell’aqua, perdita della biodiversità, deterioramento della qualità della vita umana e degrado sociale, inequità planetaria, eccetera», che avrà un grandissimo impatto sociale e culturale proprio in tutta la regione panamazzonica. Ultimamente però i media europei hanno dato spazio alla preocupazione sulla possibilità della ordinazione tanto delle donne diacono, come degli uomini sposati, puntando il mirino dell’informazione su qualsiasi intervento di qualche vescovo tedesco, sapendo che l’opinione pubblica è divisa sul tema.

Ma, in realtà quali sono i temi che preocupano la Chiesa in questa parte del mondo? La cosiddetta Chiesa “con volto indigeno” ha sulla scrivania una speciale proposta per aprire tanto il dialogo come il discernimento a Roma. È importante ricordare i contenuti del Documento Preparatorio (dell’08 giugno 2018) intitolato: “Amazzonia: Nuovi Cammini per la Chiesa e per una Ecologia Integrale”.

Ascoltare i popoli indigeni

Vediamo, tra i punti principali, quelli che interessano l’intera regione panamazzonica. Innanzitutto, ascoltare i popoli indigeni e tutte le comunità che vivono in Amazzonia (rappresentano quasi 390 popoli e nazionalità differenti; una presenza di circa tre milioni di indigeni; esistono nel territorio fra i 110 e i 130 Popoli Indigeni in Isolamento Volontario (PIAV) o “popoli liberi”), come primi interlocutori di questo Sinodo.

La loro situazione sociale è segnata dall’esclusione e dalla povertà (DAp 89), ma ci sono organizzazioni indigene che cercano di approfondire la storia dei loro popoli, per orientarne la lotta per l’autonomia e l’autodeterminazione: «È giusto riconoscere che esistono iniziative di speranza che sorgono dalle vostre stesse realtà locali e dalle vostre organizzazioni e cercano di fare in modo che gli stessi popoli originari e le comunità siano i custodi delle foreste, e che le risorse prodotte dalla loro conservazione ritornino a beneficio delle vostre famiglie, a miglioramento delle vostre condizioni di vita, della salute e dell’istruzione delle vostre comunità» (Fr.PM).

I nuovi colonialismi

Un altro punto importante riguarda il fatto che si impongono nuovi colonialismi ideologici mascherati dal mito del progresso, che distruggono le identità culturali proprie e il “buon vivere” parte fondamentale della loro spiritualità e saggezza. Ci ricorda Papa Francesco, che nell’opera di evangelizzazione non si può «mutilare l’integralità del messaggio del Vangelo» (EG 39). Quindi, si «esige dall’evangelizzatore alcune disposizioni che aiutano ad accogliere meglio l’annuncio: vicinanza, apertura al dialogo, pazienza, accoglienza cordiale» (EG 165), e, soprattutto, gli domanda di assumere e assimilare la convinzione che «tutto è collegato». Questo implica ascoltare oggi il grido che l’Amazzonia eleva al Creatore, questo grido è simile al grido del Popolo di Dio in Egitto (cf. Es 3,7). È un grido di schiavitù e di abbandono, che domanda la libertà e l’attenzione di Dio. Un ascolto che ha nell’ecologia integrale una chiave per camminare insieme come Popolo di Dio.

La presenza della Chiesa

Pertanto, l’Assemblea Speciale per la Regione Panamazzonica ha bisogno di un grande esercizio di ascolto reciproco, specialmente di un ascolto tra il popolo fedele e le autorità magisteriali della Chiesa. Una delle cose principali da ascoltare è il gemito «di migliaia di comunità private dell’Eucaristia domenicale per lunghi periodi» (Documento Aparecida 100, e). Questa Chiesa dal volto amazzonico sa che «essere Chiesa è essere Popolo di Dio», incarnato «nei popoli della terra» e nelle loro culture (EG 115).

La Chiesa è chiamata ad approfondire la sua identità mettendosi in relazione con le realtà dei territori in cui vive e ad accrescere la propria spiritualità con un esercizio continuo di discernimento. In questo tema, la Repam (Rete Ecclesiale Panamazzonica) ha giocato un ruolo fondamentale nell’elaborazione di proposte e nuove linee d’azione.

La Chiesa dell’Amazzonia ha preso coscienza che, a causa delle immense distese territoriali, della grande varietà dei popoli e dei rapidi cambiamenti degli scenari socio-economici, la sua pastorale non riusciva a garantire che una presenza precaria. Una missione incarnata esige di ripensare la scarsa presenza della Chiesa in rapporto all’immensità del territorio e alla sua varietà culturale.

La Chiesa dal volto amazzonico deve «ricercare un modello di sviluppo alternativo, integrale e solidale, fondato su un’etica attenta alla responsabilità per un’autentica ecologia naturale e umana, che sia radicata nel Vangelo della giustizia, nella solidarietà e nella destinazione universale dei beni; che superi la logica utilitarista ed individualista, che rifiuta di sottoporre ai criteri etici i poteri economici e tecnologici» (DAp 474, c).

La questione delle donne

Un’altra priorità è quella di proporre nuovi ministeri e servizi per i diversi agenti pastorali, che rispondano ai compiti e alle responsabilità della comunità. In questa linea, occorre individuare quale tipo di ministero ufficiale possa essere conferito alla donna, tenendo conto del ruolo centrale che le donne rivestono oggi nella Chiesa amazzonica. È altresì necessario sostenere il clero indigeno e nativo del territorio, valorizzandone l’identità culturale e i valori propri. Infine, bisogna progettare nuovi cammini affinché il Popolo di Dio possa avere un accesso migliore e frequente all’Eucaristia, centro della vita cristiana (cf. DAp 251).

Logo del Sinodo Panamazzonico 2019

Una spiritualità interculturale

La Chiesa e tutto il Popolo di Dio, con i suoi vescovi e sacerdoti, religiosi e religiose, missionari e missionarie, religiosi e laici, è chiamata a entrare con cuore aperto in questo nuovo cammino ecclesiale. Siamo chiamati come Chiesa a rafforzare il protagonismo dei popoli: abbiamo bisogno di una spiritualità interculturale che ci aiuti a interagire con le diversità dei popoli e con le loro tradizioni. Dobbiamo aggregare le forze per prenderci insieme cura della nostra Casa Comune.

Dunque, dopo avere letto questa realtà, ci aspettiamo il documento finale. Secondo mons. Fabene avremo “a breve la stesura dell’Instrumentum Laboris” del prossimo Sinodo del 2019.

Perché è importante dare la parola ai popoli indigeni

di Roberto Carrasco, OMI

La partecipazione è una chiave fondamentale per capire di che cosa tratta il Sinodo in Amazzonia. È un camminare insieme, ma ascoltandoci

Con la pubblicazione dell’Enciclica Laudato Si’ nel 2015, la Chiesa ha sfidato tutti coloro che hanno a cuore la cura della Casa Comune. Con questa enciclica, infatti, Papa Francesco si è rivolto, per cominciare un percorso insieme alla ricerca di nuove strade, non solo alla Chiesa, ma a tutti: Stati, governanti, organizzazioni sociali… E anche a tutta la popolazione che abita la Panamazzonia.

Era domenica 15 ottobre 2017, quando Papa Francesco ha detto: «Accogliendo il desiderio di alcune Conferenze Episcopali dell’America Latina, nonché la voce di diversi Pastori e fedeli di altre parti del mondo, ho deciso di convocare un’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per la regione Panamazzonica, che avrà luogo a Roma nel mese di ottobre 2019. Scopo principale di questa convocazione è individuare nuove strade per l’evangelizzazione di quella porzione del Popolo di Dio, specialmente degli indigeni, spesso dimenticati e senza la prospettiva di un avvenire sereno, anche a causa della crisi della foresta Amazzonica, polmone di capitale importanza per il nostro pianeta».

MA, COS’È UN SINODO?

Sinodo significa camminare insieme. In questo caso si tratta di ascoltare i popoli indigeni e tutte le comunità che vivono in Amazzonia. Allora saranno loro che diventeranno protagonisti.

Nel viaggio apostolico in Perù, il 19 gennaio 2018, nel Coliseo Madre de Dios a Puerto Maldonado, Papa Francesco ha incontrato i popoli dell’Amazzonia e ha sottolineato che: «la Chiesa non è aliena dalla vostra problematica e dalla vostra vita, non vuole essere estranea al vostro modo di vivere e di organizzarvi. Abbiamo bisogno che i popoli originari plasmino culturalmente le Chiese locali amazzoniche».

L’assemblea speciale del Sinodo dei vescovi per la regione Panamazzonica,”Amazzonia: nuovi cammini per la chiesa e per una ecologia integrale”, avrà luogo a Roma dal 6 al 27 di ottobre 2019.

LA FASE PREPARATORIA

La Chiesa sta ripensando la sua presenza nell’Amazzonia. La fase preparatoria è svolta attraverso le Assemblee territoriali, che hanno avuto un ruolo importantissimo, anche in vista della stesura del documento finale. Le Assemblee, infatti, sono uno spazio non soltanto di consultazione, ma anche di partecipazione. Uno spazio di dialogo, di costruzione collettiva. Uno spazio che ha la finalità ascoltare quante più voci possibili, ma con un obiettivo orientato all’aspetto propriamente ecclesiale, integrando però l’ambiente, il sociale, la cultura, l’economia e la politica, coerentemente con l’approccio dell’ecologia integrale.

LA PARTECIPAZIONE DEI POPOLI INDIGENI

Uno degli aspetti importanti di questo sinodo è la participazione dei popoli indigeni. Mauricio López, segretario esecutivo della Rete Ecclesiale Panamazzonica (Repam), sottolinea che nel processo di preparazione, «la realtà ci ha superato a causa della grande speranza che il Sinodo ha generato, a causa della grande urgenza che questo Sinodo sia di tutti. Stiamo parlando di 260 momenti di ascolto in tutto il territorio panamazzonico. Circa 60 assemblee, che hanno coinvolto grandi gruppi – da 60 a 200 persone – popolazioni indigene, organizzazioni locali, popoli contadini e membri della Chiesa, a volte riunendi due o tre giurisdizioni ecclesiastiche e discutendo di tutto ciò che riguardava il Sinodo. Abbiamo avuto 25 forum tematici, cioè riflessioni specializzate, focalizzate, con una visione pan-amazzonica, che è la grande intuizione che muove la Repam: guardare il territorio come luogo teologico, come luogo sociologico. Forum come: Vita Consacrata in Amazzonia, Diritti Umani, Popoli Indigeni, Popoli nell’isolamento volontario, Università in Amazzonia. E infine, circa 180 dibattiti”. Insomma, “stiamo parlando in totale di 87 mila persone, più o meno, che hanno partecipato”, ha detto López.

Da parte sua, l’ultima settimana di febraio, il cardinale brasiliano Claudio Hummes ha evidenziato l’importanza di questo Sinodo: «Nella Chiesa dobbiamo camminare uniti, come amici e fratelli, rispettando le nostre diversità. Valorizzare tutte le culture – non solo quella occidentale, ma anche quelle degli indigeni dell’Amazzonia – non è una minaccia all’unità della Chiesa, ma la arricchisce, perché una sola cultura non può esaurire e rappresentare la ricchezza del Vangelo», ha detto il presidente della Repam. Parole che ci danno l’idea che la direzione della Chiesa dal volto Amazzonico vuole camminare.

Richard Rubio Condo – presidente della federazione FECONAMNCUA – río Napo – Peru dal 2010 al 2016

Il grido della Chiesa Amazzonica va ascoltato

Intervista al Cardinal Hummes, in occasione del seminario “Nuovi cammini per una Chiesa dal volto amazzonico”, organizzato dalla Salesiana.

Il primo giorno, giovedì 7 marzo, l’intervento del Card. Cláudio Hummes, francescano, presidente della Repam, ha sottolineato che l’obiettivo del Sinodo è l’ascolto del grido della Chiesa Amazzonica. Il cardinal Hummes ha messo in risalto che «noi dobbiamo andare lì ed ascoltare, lasciarli parlare. Sono loro (i popoli indígeni) chi devono dirci quali sono i loro sogni e desideri, come sono anche le loro grandi sofferenze, qual’è la loro storia che viene massacrata e qual’è la storia di questa regione grande chiamata Panamazzonia». 

Il presidente della Repam ha spiegato l’importanza che la Chiesa non lasci perdere l’Amazzonia: «la Chiesa deve avere il coraggio di trovare nuovi cammini, deve avere il coraggio di assumere un volto amazzonico, deve avere il coraggio di formare un clero autoctono, un clero indigeno, che possa afarsi carico di queste comunità».

Alla fine, il Cardinal Hummes ha fatto appello a tutte le Università Salesiane: «Penso che sia necessario che i salesiani e le loro Università si aprano un poco di più verso l’esterno, che non siano solo un circolo chiuso ed astratto, che prende cura delle cose scentifiche ed si occupa d’un livello alto, mentre la realtà si trova lì sotto. I salesiani sono missionari per natura, devono avere un’apertura disinteressata, non solo per studiare su base scientifica, filosofica oppure teologica – che pure sono importanti – ma anche per partecipare e fare participare gli studenti ancora più vivamente. Non basta, come si fa a scuola, prendere note o scrivere alcune tesi: occorre veramente fare quel proceso di andare, ascoltare, convivere un po’».

Il video è a questo link: Card. Clàudio Hummes – EL GRITO DE LA IGLESIA AMAZÓNICA

Card. Hummes in dialogo con il decano di Teologia dell’UPS – Roma

L’Amazzonia e l’Occidente che si crede Dio

di Roberto Carrasco, OMI

Oggi l’«opzione convinta per la difesa della vita, per la difesa della terra e per la difesa delle culture» passa anche attraverso il Sinodo per l’Amazzonia

È passato già un anno dal quel viaggio apostolico in Perù (gennaio 2018) in cui Papa Francesco ha incontrato i popoli dell’Amazzonia a Puerto Maldonado.

Mentre Bergoglio diceva loro che «la Chiesa non vuole essere estranea al vostro modo di vivere», l’Italia e il resto del mondo hanno già dimenticato quell’incontro eccezionale. Il Papa latinaomericano ha sottolineato che è «imprescindibile compiere sforzi per dar vita a spazi istituzionali di rispetto, riconoscimento e dialogo con i popoli nativi; assumendo e riscattando cultura, lingua, tradizioni, diritti e spiritualità che sono loro propri». Ma cosa significa? Che tipo di messaggi stano arrivando alla Chiesa qui, in questa parte del pianeta? Chi sono i cosidetti popoli indigeni dell’Amazzonia?

Una volta, una giornalista dell’Ecuador, Milagros Aguirre, ha fatto un’intervista a un vecchio missionario nell’Amazzonia. Ricordando la sua prima esperenza tra i popoli indigeni e meticci nell’Amazzonia peruviana, lui ha raccontato: «…Il meticcio si crede superiore all’indigeno, lo disprezza e gli sottrae valore, crede di avere il diritto di “civilizare” l’indio, d’imporre la sua maniera di vedere il mondo riguardo il progresso o lo sviluppo. Non concepisco quell’affano omogeneizzante di un Occidente che vuole tutti protetti dalle sue leggi, norme o religioni e che si impone sui più piccoli, sui deboli, sui differenti, sulle minoranze; è come se l’Occidente si credesse un Dio, capace di modellare a sua immagine e somiglianza tutti gli esseri umani. Semplicemente, ormai non capisco il mondo occidentale». Erano le parole di Marcos Mercier, un francescano canadese che ha abitato con il popolo kichwa del Napo più o meno 35 anni della sua vita, fino alla morte.

Padre Mercier ha anche ricordato alla giornalista l’immagine delle «prime tribù amazzoniche, che venuti in contatto con i conquistatori spagnoli, dopo avere resistito alle invasioni nel 1538 e 1541, vennero “pacificati”, divisi in varie commende e ridotti in schiavitù». Ma dopo cinque secoli un Papa ha detto loro: «Sono voluto venire a visitarvi e ascoltarvi, per stare insieme nel cuore della Chiesa, unirci alle vostre sfide e con voi riaffermare un’opzione sincera per la difesa della vita, per la difesa della terra e per la difesa delle culture». Immaginate che festa! C’erano lì circa 4mila rappresentanti delle tribù indigene amazzoniche, che ascoltavano queste parole di speranza.

Oggi l’«opzione convinta per la difesa della vita, per la difesa della terra e per la difesa delle culture» passa anche attraverso il Sinodo per l’Amazzonia che Papa Francesco ha convocato per quest’anno 2019. Un Sinodo speciale che vuole ascoltare, che rappresenta una sfida per tutta la Chiesa, non soltanto per i contenuti di cui discuteranno i vescovi insieme a Papa Francesco, ma per tutte le proposte che porteranno con sé ognuno di quelli che saranno qui a Roma, tra pochi mesi.

Sinodo sull’Amazzonia: indigeni, primi interlocutori

Perché il Sinodo sull’Amazzonia nel 2019. L’inquinamento, la deforestazione e l’espansione dell’industria estrattiva sono le grande minacce per i popoli indigeni ed il cuore dell’Amazzonia, polmone della Terra.

di Roberto Carrasco, OMI

Abbiamo bisogno dell’informazione per capire questa vicenda che coinvolge tutti. Quest’Assamblea dei vescovi non è lontana di nostra realtá. Avere una minima idea di ciò che succede, non bastano per capire la realtà e per camminare insieme. Abbiamo bisogno di impegnarci in questa grande sfida.

La pecualirità di questo Sinodo è la participazione dei popoli indigeni che insieme si interrogano su come rispondere a questa problematica che tocca tutti e su come la Chiesa può ripensare la sua presenza in Amazzonia. Attraverso le Assemblee territoriali questi popoli si fanno sentire e offrono a questo processo le loro proposte e idee, che partono da una visione del mondo propriamente amazzonica.  

Motivazione

Dopo la presentazione della Enciclica Laudato Si’ nel 2015, che sfida la Chiesa e tutti coloro che  sono presenti, al dibattito sulla cura della Casa Comune, Papa Francesco si dirige a tutta la Chiesa per cominciare a preoccuparsi di questa problematica che coinvolge a tutti: Stati, governanti, ogni persona di buona volontà. Per esempio, sono a rischio l’estinzione del 50 per cento delle specie di alberi dell’Amazzonia, questo ci preoccupa per le conseguenze nella vita del pianeta.

Nel viaggio Apostolico di Papa Francesco in Perù, il venerdì, 19 gennaio 2018, nel Coliseo Madre de Dios a Puerto Maldonado, c’è stato l’incontro del Pontifice con i popoli dell’Amazzonia dove lui ha detto: «La Chiesa non è aliena dalla vostra problematica e dalla vostra vita, non vuole essere estranea al vostro modo di vivere e di organizzarvi. Abbiamo bisogno che i popoli originari plasmino culturalmente le Chiese locali amazzoniche».  Queste parole sono l’ispirazione per la Chiesa Universale dopo di che il Papa Francesco ha convocato un’assemblea speciale del Sinodo dei vescovi per la regione Panamazzonica, che ha il titolo: “Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale”, che avrà luogo a Roma nel mese di ottobre 2019.

Obiettivo

Si trata di ascoltare i popoli indigeni e tutte le comunità che vivono in Amazzonia, come primi interlocutori di questo Sinodo, questo è di vitale importanza anche per la Chiesa universale.

Scopo

Lo Scopo principale di questa convocazione è quello di individuare nuove strade per l’evangelizzazione di quella porzione del Popolo di Dio, specialmente degli indigeni, spesso dimenticati e senza la prospettiva di un avvenire sereno, anche a causa della crisi della foresta Amazzonica, polmone di capitale importanza per il nostro pianeta. 

Chi coordina?

La REPAM (Rete Ecclesiale Pan-amazzonica) è stata formalmente incaricato di sostenere il Segretariato del Sinodo e il Consiglio pre-sinodale, presieduto da Papa Francesco.

Cosa è la Repam?

Il lavoro della pastorale indigeni della Chiesa Catolica nella Panamazzonia ha una lunga storia di presenza, di dialogo ed accompagnamento ai popoli indigeni e originari. I missionari, insieme ai vescovi, hanno deciso di fare un passo avanti. Trovare la strategia piú efficace che risponda non solo ai bisogni pastorali, ma anche ai problemi che si incontrano in ocassione dello sviluppo delle aziende estrattive trasnazionali. Nel giugno  del 2011 a Lima (Perù) si ha svolto il “Seminario Internazionale sulle industrie estrattive”, su tema “La problematica delle risorse naturali in America Latina e la Missione della Chiesa“, organizzato dal Dipartimento di Giustizia e solidarietà – CELAM e Misereor. In quest’incontro l’obiettivo era di promuovere la consapevolezza della Chiesa, Popolo di Dio, sui diritti attuali e futuri dello sfruttamento delle risorse naturali per lo sviluppo che incidono sulla qualità della vita e dei diritti dei nostri popoli, per realizzare azioni che promuovano lo sviluppo umano, integrale, solidale e sostenibile. (Cfr. DA 474 c). Già in questo seminario si è iniziato a dialogare con coloro che sarebbero stati coinvolti in questa sfida congiunta.

Ci sono stati due incontri: il primo a Puyo (Ecuador – aprile 2013) e dopo il secondo a Manaus (Brasile – ottobre 2013), dove è stato compiuto un ulteriore passo nell’impegno evangelizzatore decisivo per l’annuncio del Regno di vita. È stato l’inizio ufficiale della Rete Ecclesiale Pan-amazzonica – Repam.

Con lo slogan: “Pan-Amazzonia, fonte di vita nel cuore della Chiesa”, la dichiarazione della fondazione (Brasilia, 12 settembre 2014) ricorda che la «Repam è stata fondata come risposta a questo sentito e urgente bisogno di prendersi cura della vita in armonia con la natura», nasce la REPAM con tre caratteristiche principali: la transnazionalità, l’ecclesialità e l’impegno per la tutela della vita.

Come va svillupandosi la fase preparatoria del Sinodo?

Vogliamo sapere come i popoli immaginano il loro “sereno futuro” e il “buon vivere” delle generazioni future? Come possiamo collaborare nella costruzione di un mondo che deve rompere con le strutture che tolgono vita e con quelle mentalità di colonizzazione per costruire reti di solidarietà e interculturalità? e, soprattutto, qual è la particolare missione della Chiesa oggi di fronte a questa realtà?

Papa Francesco ha scritto un Documento preparatorio diviso in tre parti corrispondenti al metodo “vedere, giudicare (discernere) e agire”. Questo documento è stato inviato a tutte le giurisdizioni ecclesiastiche che compongono l’intera regione pan-Amazzonica; sono nove Paesi: Brasile, Perù, Colombia, Bolivia, Ecuador, Venezuela, Guyana britannica, Surinam e Guyana francese; in questo modo da giugno 2018 a gennaio 2019 le Assemblee pre-sinodali saranno sviluppate in ogni paese.

Ci sono un totale di 45 Assemblee territoriali distribuite come segue: Brasile 16, Perù 3, Colombia 3, Ecuador 6, Venezuela 6, Bolivia 8, e tra la Guyana britannica, Surinam e Guyana francese 1.

Tutti questi paesi hanno tempo fino al febbraio 2019 per contribuire al Sinodo.

Ma…, cos’è un’assemblea territoriale sinodale?

Sebbene sia uno spazio per un’ampia consultazione, è importante che tutti i partecipanti abbiano sul fatto che:

– È uno spazio di consultazione e di dialogo, di costruzione collettiva per rispondere e contribuire al documento di lavoro / consultazione.

– È uno spazio che ha la finalità di un ascolto ampio di quante più voci possibili, MA CON UN OBIETTIVO ORIENTATO ALL’ASPETTO PROPRIAMENTE ECCLESIALE. E all’interno dell’ecclesiale, integrando l’ambiente, sociale, culturale, economico e politico, come solleva l’approccio dell’ECOLOGIA INTEGRALE.

– È uno spazio che cerca di contribuire alla domanda della Chiesa sui nuovi modi di rispondere a questo territorio, e per l’ascolto di quelli popoli e di quelle persone che vivono lì e hanno bisogno del loro buon vivere e del tipo di presenza e di accompagnamento ecclesiale che è necessario per raggiungere un futuro sereno.

Conclusione

Se ricordiamo la testimonianza di Papa Francesco quando si è seduto per ascoltare la gente, ha iniziato a condividere le sue espressioni e sentimenti culturali, con l’obiettivo di sapere quale sia la situazione in cui si trovano. Questo atteggiamento è ciò che la Chiesa nella Panamazzonia sta tenendo, in dialogo con tutti, con lo scopo di plasmare una Chiesa con un volto Amazzonico, una Chiesa con un volto indigeno.

Brasile, vince l’estrema destra. Ma la Chiesa è decisa a difendere uomini, donne e risorse

di Roberto Carrasco, OMI

Con Bolsonaro si interrompe il percorso di costruzione della democrazia. C’è preoccupazione per le minoranze e per l’Amazzonia. Ne abbiamo parlato con il decano della Facoltà di Teologia dell’UPS, Don Medeiros.

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Il Brasile è un paese dell’America del Sud che ha più di 209 milioni di abitanti. Domenica 28 ottobre, un po’ di più di 104 milioni si sono recati alle urne per scegliere tra Fernando Haddad, socialista, e l’altro candidato, Jair Messias Bolsonaro, che rappresenta l’estrema destra.

La mappa politica del Brasile è cambiata radicalmente dopo 13 anni, con Lula Da Silva chiuso in carcere, considerato risponsabile del disastro economico e sociale che il Brasile ha avuto in quest’ultimi anni. Del caso Lava Jato, frutto di tutto un sistema di corruzione incarnato suprattutto dal PT (Partido dos Trabalhadores), ne ha approfittato l’estrema destra, che ha vinto in 16 dei 27 stati che formano la nazione brasiliana.

Ci sono dei motivi per cui Bolsonaro ha vinto il 28 ottobre. Si è presentato come un candidato outsider, ma il fatto di essere un ex militare, sostenuto dal generale Antonio Hamilton Mourão, eletto vicepresidente, fa ricordare alla popolazione i 21 anni di dittatura vissuta dal Brasile, la più lunga dell’America Latina, anche rispetto a quella di Pinochet in Cile.

Un altro fattore che ha avuto una grande influenza è quello della chiesa evangelica che ha una presenza forte nelle favele e nei quartieri popolari delle città. La Rete Record, proprietà del fondatore della Chiesa Universale del Regno di Dio, è la seconda televisione più grande del Brasile e la quinta del mondo e ha giocato un ruolo importante in questa elezione.

In questo contesto elettorale, abbiamo intervistato il decano della Facoltà di Teologia dell’UPS, Don Damiano Raimundo MEDEIROS. Un missionario salesiano brasiliano che ha avuto la esperienza di lavorare in missione proprio sul confine tra Brasile e la Colombia.

Che cosa rappresenta Bolsonaro per il Brasile, oggi?

«Anzitutto è il nuovo presidente della Repubblica del Brasile eletto con più di 50% del voto degli elettori. Quindi è il presidente, è l’uomo che guiderà il Brasile per i prossimi quattro anni. È il primo militare che arriva al governo dopo, diciamo cosi, un periodo in cui tutti i governi erano civili e dopo il periodo della dittatura militare. In questo senso c’è uno scenario: la sua campagna alla presidenza è stata profondamente sottolineata con una tonalità di destra che fa pensare a dei passi indietro rispetto alla costruzione della democrazia in Brasile, che si è cercato di fare in tutti questi anni. Purtroppo non abbiamo avuto da parte di nessun candidato un programma globale di governo. Non sappiamo quale saranno gli scenari dal punto di vista oggettivo. Dal punto di vista di ciò che lui rappresenta ci sono, senza dubbio, delle preoccupazioni, soprattutto riguardo alle regioni strategiche del Brasile, come l’Amazzonia».

Possiamo dire che il voto di domenica scorsa è stato un voto antisistema?

«Io credo che si può utilizzare questa espressione, ma tenendo presente che, essendo un governo di destra, rappresenta anche un certo allineamento con la tendenza neoliberale in America Latina. Certamente c’è la preoccupazione che sia più disponibile a promuovere un tipo di politica neoliberale, soprattutto per quei gruppi internazionali e multinazionali che vogliono continuare a esplorare il continente Sudamericano».

Parlando di ecologia, gli esperti avevano segnalato, già prima delle elezioni, che ci sono dei rischi per il futuro dell’Amazzonia. La Rete Eclesiale Pan Amazzonica condivide quest’allerta.

«L’Amazzonia non è soltanto un universo ecologico ambientale: è un universo culturale e interculturale e con tantissime risorse a livello delle ricchezze minerarie. In questo senso la Chiesa brasiliana è molto preoccupata della campagna politica elettorale, non possiamo parlare ancora degli atti politici, perché ancora non lì conosciamo; ma preoccupa ciò che ha detto il presidente Bolsonaro durante il periodo di preparazione delle elezioni, a riguardo dell’Amazzonia. Ad esempio, si è pronunciato, più di una volta, contro il mantenimento delle riserve indigene. E questa è una questione molto delicata, visto che nell’Amazzonia ci sono tantissime popolazioni e culture indigene in cui non sarebbe ipotizzabile pensare che un giorno, per motivo d’una decisione politica, non potranno più esistere. Inoltre l’Amazzonia è una risorsa culturale e interculturale. Ad esempio, l’educazione in tantissime aree dell’Amazzonia è bilingue. Un governo che non riconosca questa sovranità culturale, farà piazza pulita nel senso che incentiverà delle politiche proprio per togliere questa realtà che è stata frutto anche delle conquiste, non soltanto della Chiesa, ma di tanti organismi che promuovono la preservazione e lo sviluppo delle culture indigene di quella regione. Ma certamente l’aspetto che desta più preoccupazioni sono le risorse minerarie di cui la regione è ricca. Ci sono questi grandi gruppi internazionali che, in questi ultimi 60 anni, hanno cercato di entrare in qualche regione, soprattutto del Sud, e hanno prodotto un disastro ecologico, sempre a detrimento della popolazione indigena, ma non solo, della popolazione cabobla, come diciamo noi, degli uomini che vivono e sopravvivono in quella regione».

Cosa pensa la gente delle città di questa situazione?

«Da una parte, i grandi progetti del governo in questi anni, ad esempio al riguardo le idroelettriche, sono progetti falliti. Progetti che non hanno prodotto ciò che è stato detto e promesso. Dall’altra parte c’è un paradosso: ad esempio, la regione dell’Amazzonia, in qualche modo, ha votato Bolsonaro, cercando magari di avere dei favori che soltanto l’universo popolare può immaginare. La Chiesa dell’Amazzonia – rappresentata dall’Episcopato brasiliano, ma soprattutto dal Consiglio Indigenista Missionario, il CIMI – come anche l’organizzazione indigena, la Confederazione delle Organizzazione del Bacino Amazzonico e tante altre organizzazioni, si sono manifestate molto contrarie alla politica che accennava il presidente durante la campagna politica per quella regione. Credo che la posizione della Chiesa (Cattolica) sarà di continuare ad essere sentinella per tutto ciò che potrà capitare in quella regione. Siamo qui preparando questo Sinodo speciale per l’Amazzonia, certamente la Chiesa continuarà ad essere sveglia, ma allo stesso tempo aperta al dialogo in vista della difesa non soltanto delle risorse, ma insisto, della difesa dell’uomo e della donna che vivono in quella regione.