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Sinodo 2019: tra gesti, simboli, discorsi, paure e speranze

Di Roberto Carrasco, OMI

La prima settimana del Sinodo per la Regione Panamazzonica è già trascorsa. Un evento che da diversi mesi ha generato, sia nell’uno che nell’altro settore della Chiesa, innumerevoli dubbi, paure, reazioni, false letture e percezioni e, d’altra parte, ha generato speranza, apertura, gioia, ma soprattutto, incontro.

Il 4 ottobre, Papa Francesco ha piantato un piccolo albero verde. L’intenzione era chiara: consacrare il Sinodo Panamazzonico a San Francesco di Assisi, patrono dell’ecologia, e con questo gesto concludere il mese di settembre, dedicato al tempo della Creazione. La cosa curiosa, per così definirla, è stata la presenza di alcuni rappresentanti dei leaders indigeni, che insieme ai missionari della ‘Equipe itinerante’, in mezzo a canti, gesti e un’intera simbologia propria dei popoli dell’Amazzonia, hanno ringraziato Dio per questo incontro che hanno avuto con Papa Francesco e per chiedere che il Sinodo ci portasse buoni frutti, nuove strade per la Chiesa e un’ecologia integrale.

Il 5 ottobre , la parrocchia di Santa Maria in Transpontina, trasbordava di fedeli, con i quali, in mezzo a canti, preghiere e una simbologia tutta amazzonica, abbiamo avuto una Veglia di preghiera per chiedere al Dio di Gesù Cristo di continuare i compiti del Sinodo con tutto il processo di ascolto iniziato nella fase preparatoria. Indubbiamente, sembra che Roma non sia ancora pronta a contemplare e a lasciarsi evangelizzare con altre forme di espressione, di pietà popolare, altre forme di pregare. Alcuni mass media hanno reagito erroneamente affermando che i “riti pagani” si sono impossessati di una parrocchia vicino al Vaticano. Sfortunatamente, questi tipi di percezioni danneggiano la fraternità e la diversità che abbiamo come Chiesa. Una diversità nell’unità; principio trinitario che non possiamo mettere da parte in un momento così importante che la Chiesa vive. Sembra che il colore nero di alcuni a Roma, abbia iniziato a rendersi conto che non è l’unico colore nel mezzo a una giungla di cemento e pavimento. La verità è che si sono incontrate due selve, la selva di cemento e la selva piena di colori e vita che ha navigato fino a raggiungere questa città.

Il 6 ottobre , nella Basilica di San Pietro, Papa Francesco ha aperto il Sinodo con queste parole: “Quando senza amore e senza rispetto si divorano popoli e culture, non è il fuoco di Dio, ma del mondo. Eppure quante volte il dono di Dio non è stato offerto ma imposto, quante volte c’è stata colonizzazione anziché evangelizzazione! Dio ci preservi dall’avidità dei nuovi colonialismi. Il fuoco appiccato da interessi che distruggono, come quello che recentemente ha devastato l’Amazzonia, non è quello del Vangelo. Il fuoco di Dio è calore che attira e raccoglie in unità. Si alimenta con la condivisione, non coi guadagni. Il fuoco divoratore, invece, divampa quando si vogliono portare avanti solo le proprie idee, fare il proprio gruppo, bruciare le diversità per omologare tutti e tutto” .

Quel fuoco che ha toccato il cuore di Papa Francesco, fa sì che il suo cuore di Padre si para e accolga, dia il benvenuto all’Amazzonia, con il suo popolo, i suoi rappresentanti, i suoi missionari e missionari e missionarie, i suoi Vescovi.

Il 7 ottobre, come gesto di apertura e segno di fraternità, Papa Francesco ha aperto le porte della Basilica di San Pietro sia ai Padri sinodali sia a coloro che compongono l’iniziativa “Amazzonia: Casa Comune”. È stata notata una preghiera di braccia e mani unite, tenendo al centro lo stesso apostolo San Pietro.stavamo cantando e pregando, come se lo Spirito del Signore ci annunciasse che solo uniti ma diversi, fedeli e pastori, alzando le nostre voci all’unico vero Dio, siamo venuti nel cuore della Chiesa per chiedere per la Casa Comune, per chiedere che la Chiesa sia più profetica, più audace, sia nel suo compito come nell’ Annuncio del Vangelo di Gesù Cristo. Una canoa insieme a una rete e due remi, hanno accompagnato il piccolo pellegrinaggio che ha unito tutti e tutte, come un unico cuore e una unica anima.

Papa Francesco, nel suo discorso all’inizio della 1a Congregazione generale, ha lasciato chiare le quattro dimensioni per operare in questo Sinodo: la dimensione pastorale, la dimensione culturale, la dimensione sociale e la dimensione ecologica. E ha sottolineato: “ci avviciniamo ai popoli amazzonici in punta di piedi, rispettando la loro storia, le loro culture, il loro stile del buon vivere nel senso etimologico della parola, non nel senso sociale che spesso attribuiamo loro, perché i popoli hanno una propria identità, tutti i popoli hanno una loro saggezza, una consapevolezza di sé, i popoli hanno un modo di sentire, un modo di vedere la realtà, una storia, un’ermeneutica e tendono a essere protagonisti della loro storia con queste cose, con queste qualità” .

Con indignazione ha detto: “Ieri mi è dispiaciuto molto sentire qui dentro un commento beffardo su quell’uomo pio che portava le offerte con le piume in testa. Ditemi: che differenza c’è tra il portare piume in testa e il “tricorno” che usano alcuni ufficiali dei nostri dicasteri?”. E ci ha detto a voce alta: “Siamo venuti per contemplare, per comprendere, per servire i popoli. E lo facciamo percorrendo un cammino sinodale, lo facciamo in sinodo, non in tavole rotonde, non in conferenze e ulteriori discussioni: lo facciamo in sinodo, perché un sinodo non è un parlamento, non è un parlatorio, non è dimostrare chi ha più potere sui media e chi ha più potere nella rete, per imporre qualsiasi idea o qualsiasi piano”.

“Sinodo è camminare insieme sotto l’ispirazione e la guida dello Spirito Santo.”. Insisteva  guardandoci dritto: “Lo Spirito Santo è l’attore principale del sinodo. Per favore non lo scacciamo dalla sala”. Ci ha chiesto riflessione, ascolto, ma soprattutto, come un buon padre che si rivolge ai suoi figli, ha detto: “parlare con coraggio, con parresìa, anche se mi vergognerò a farlo, dire quello che sento, discernere, e tutto questo qui dentro, custodendo la fraternità che deve esistere qui dentro”.

Poi ci sono state le votazioni. Per la commissione di redazione finale sono stati eletti: Mons. Mário Antonio Da Silva del Brasile; Mons. Miguel Cabrejos Vidarte del Perù; Mons. Nelson Jair Cardona Ramirez della Colombia; Mons. Sergio Alfredo Gualberti Calandrina della Bolivia. Inoltre, per la commissione d’informazione sono stati eletti: Mons. Erwin Krautler, cpps; Mons. Rafael Cob García; Mons. José Angel Divassón Cilveti; e padre Antonio Spadaro.

L’ 8 ottobre , entrambe le Congregazioni generali del giorno sono state riempite con interventi dei Padri sinodali.

I temi emersi furono: partecipazione e importanza dei laici; creare un fondo per sostenere la formazione dei laici in Amazzonia. Alzare la voce profetica davanti a situazioni di ingiustizia. Formazione e Ministeri nella Chiesa. L’interculturalità è una sfida, ma anche un modo di evangelizzare oggi. La questione dell’estrattivismo come costante minaccia predatoria.

Ci sono molte comunità che non hanno l’Eucaristia. A chi appartiene l’Eucaristia? Una norma ecclesiastica di celibato ha la priorità sul diritto all’Eucaristia. I sacramenti non devono stare solo  nelle mani dei sacerdoti. Cambiare i criteri per preparare i ministri alla celebrazione dell’Eucaristia. Studiare la possibilità di ordinare uomini sposati. Diaconato Indigeno Permanente. Una chiesa con un volto amazzonico ma anche con un volto giovane.

Sono emerse anche queste altre questioni: Ministeri ufficiali delle donne. Possibilità di diaconato permanente per le donne. Ministri ordinati non clericalizzati. Nessun presbitero di seconda categoria. La possibilità di gestione di viri probatis. Annuncio senza imposizioni.

Grande enfasi è stata posta sulla Pastorale della presenza. Creare un osservatorio ecclesiale nell’area amazzonica. L’ Ecologia integrale come un kairos per la Chiesa. Sicuramente questo Sinodo provocherà una profonda spiritualità in tutta la Chiesa che promuova una conversione ecologica. Dialogo interreligioso e interculturale. Camminare come Chiesa sinodale e profetica sarà possibile se ascoltiamo le diverse voci. Che la Pastorale dell’Amazzonia debba includere un’emergenza di transizione, alla modernità e allo sviluppo. Assumere un’opzione preferenziale per la creazione.

Il 9 ottobre si è proseguito con altre due Congregazioni generali. Altre questioni sorgono come parte della dinamica di vari interventi da parte dei padri sinodali e di altri partecipanti, in particolare uditori e invitati:

Istituire un osservatorio internazionale sui Diritti Umani con sedi nazionali. Popoli in Isolamento Volontario e in Contatto Iniziale. La Teologia India. La Panamazzonia è una regione multietnica e multireligiosa.

Urbanizzazione e Amazzonia. Il Sinodo deve essere creativo nel promuovere nuovi ministeri. Il Buon Vivere. Siamo troppo assenti e gli evangelici vengono a riempire il vuoto che lasciamo. Liturgia e Amazzonia. Inculturazione e interculturazione: “fino a quando la Chiesa non sarà disposta a dialogare con noi, non potrà appartenere a noi”, si ascoltava una voce di un rappresentante indigeno. Valutare e rivalutare il nostro atteggiamento di Chiesa nei confronti dei popoli originari. La periferia diventa centro e il centro diventa periferia diventando un ricco movimento che ci sfida. Preservare l’Amazzonia come imperativo latinoamericano.

Famiglia e comunità: il ruolo della donna, il suo ruolo fondamentale nella partecipazione delle culture e nella loro presenza in mezzo ai popoli. Quanto farebbe bene alla Chiesa riconoscere lo stile di evangelizzazione delle donne nella Chiesa? È tempo per la donna amazzonica indigena.

Il Consiglio Nazionale delle Chiese Cristiane del Brasile esprime la sua solidarietà al Sinodo per l’Amazzonia. Sono convinto che le popolazioni indigene possano aiutarci a capire che tutto è connesso. “Il sacerdote non è della comunità, ma della Chiesa”. Maggior accompagnamento alla Pietà Popolare in Amazzonia. Il Sinodo riflette un atto pentecostale.

Nel pomeriggio, nell’ambito delle reazioni, Papa Francesco segna cinque punti : 1. Lo stato di violenza che soffre il territorio amazzonico. 2. Le culture hanno il loro valore. Non metterle in ideologie. 3. La tendenza a clericalizzare i laici. 4. La formazione dei sacerdoti. 5. Il valore delle congregazioni religiose. Esse aprono strade.

Alla fine di questa giornata è sorta una grande domanda: quale conversione sta causando in me questo processo sinodale?

Il 10 e l’11 ottobre , si sono svolti lavori nei cosiddetti Circoli Minori. I gruppi erano: uno in inglese e francese, due in italiano, quattro in portoghese e cinque in spagnolo. Sono stati due giorni per rivedere e condividere i contenuti dell’Instrumentum laboris . Un lavoro a cui partecipano: padri sinodali, esperti, uditori e due assistenti per gruppo.

È naturale che ogni Circolo Minore abbia le sue dinamiche e il suo processo di riflessione. Un tempo per il dialogo e l’ascolto. Alcuni giorni di lavoro per discernimento e riflessione fraterna. Ogni Circolo Minore ha eletto il proprio moderatore e il proprio relatore.

Il 12 ottobre, festa della Madonna dell’Aparecida, gli interventi sono proseguiti.

Queste sono alcune espressioni che alimentano i contenuti menzionati nei giorni precedenti:

“Una chiesa samaritana ferita e misericordiosa che difenda la dignità delle persone. Una Chiesa Maddalena, se pur peccaminosa, ma santa. Una Chiesa Mariana perché è una madre che si prende cura e fertilizza. Una Chiesa che vive la Pentecoste. Creativo nei ministeri. Una chiesa martire che è disposta a dare la vita e la testimonianza. La ricchezza della diversità tocca e nutre la vita dei nostri popoli. Una Chiesa educatrice dei nostri popoli, che valorizza i semi del verbo ” .

“La nostra testimonianza di fede è credibile? Le vocazioni sono scarse, perché manca il fervore religioso. Dove c’è vita nascono vocazioni genuine. Vorrei che fossimo in grado di rispondere a questo. “

“Che il tema del diaconato nelle donne sia oggetto di un prossimo Sinodo.”

“Come stiamo compiendo la Missione che ci è stata affidata? La Parola di Dio e il suo amore sono la prima ricchezza che possiamo dare. Realizziamo la missione e moltissima, moltissima parresia. “

“La cosmovisione amazzonica ha molto da insegnare alla Chiesa. L’annuncio di Cristo è fondamentale per alimentare la cosmovisione dei popoli. Perché non siamo in grado di risvegliare le vocazioni? Nel campo dell’ecologia è importante per cambiare i nostri stili di vita di fronte al pianeta ”.

“Sulla formazione dei futuri sacerdoti: propongo di creare la vommissione Panamazzonica della formazione”.

“Dobbiamo rafforzare la ministerialità in Amazzonia. Non perdere di vista alcune questioni sorte nel processo di ascolto. Una formazione sacerdotale con elementi di interculturalità ”.

“La Chiesa in Amazzonia è portatrice di riconciliazione”.

“La nostra opzione pastorale per il cosmo non è opzionale, è obbligatoria.”

“Veniamo tutti da diverse culture familiari e siamo affascinati da Cristo quando ne abbiamo sentito parlare … Se abbandoniamo la proposta di Cristo, stiamo tradendo il suo messaggio. Dobbiamo facilitare un incontro del Cuore di Cristo con il cuore di ogni indigeno ”.

“Quando proviamo a dialogare con altre chiese, scopriamo che ci sono più cose che ci uniscono rispetto a quelle che ci differenziano. Dobbiamo cambiare coraggiosamente, perché la società richiede testimonianza e dialogo “.

“Possa questo Sinodo prendere un’opzione sincera in difesa della vita, della terra e delle culture. Santo Padre, i Popoli Indigeni aspettano un’ultima parola in difesa delle loro terre e delle loro vite. Con la certezza che la Chiesa è e continuerà in queste terre ”.

Santa Laura dice: “Non hanno tabernacolo ma hanno natura”.

“I popoli indigeni sono sempre stati e saranno i guardiani delle foreste”.

“È giunto il momento che la vocazione della donna sia pienamente soddisfatta”, ha affermato Papa Paolo VI. Dopo 54 anni da queste parole, continuiamo a proclamarlo. “

“Vorrei invitare ad una riflessione più approfondita sulla mancanza di sacerdoti o sulla proposta di ordinazione dei viri provati. Siamo qui al momento giusto per sollevare questo problema?

“Possa la fede nello Spirito essere più forte della paura dell’errore”.

“Accettare la verità che il Vangelo non è patrimonio esclusivo di una cultura”.

“Grazie Papa Francesco per aver aperto le porte della tua casa e del tuo cuore. Oggi noi piumati siamo a casa tua e nel cuore tuo perché siamo i tuoi fratelli e siamo anche i tuoi figli ”.

“Stiamo vivendo un Kairos. Dio si va facendo presente con più forza. Non c’è altro modo. Qual è la vera novità di tutto questo processo amazzonico? Un popolo che diventa protagonista ”.

(Traduzione: Antonella Rita Roscilli)

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Roma: I Popoli Amazzonici ricambiano la visita di Francesco

di Roberto Carrasco, OMI

Papa Francesco riceverà nella Basilica di San Pietro i leaders e gli indigeni dell’Amazzonia, i quali nel primo giorno del Sinodo, insieme ai Padri Sinodali, pregheranno e saranno in pellegrinaggio insieme per la Chiesa e per l’Amazzonia: Casa Comune, “gettando una sola rete verso le acque profonde dei nostri fiumi”.

Medellin ha aperto il cammino dell’ascolto

P. Gustavo Gutiérrez nel suo libro “Da Medellín ad Aparecida” (2018) inizia con un’affermazione che molto probabilmente tocca nel profondo del cuore Papa Francesco e la Chiesa nella Panamazzonia; è la seguente:

«Bisogna mettersi in atteggiamento di ascolto, ma ascoltare presuppone, come prima cosa, uscire dal piccolo mondo in cui si sta».

Ed è giustamente con il Documento di Medellín, che la Chiesa latinoamericana, dopo il Concilio Vaticano II – lo afferma Gustavo Gutiérrez nel suo libro -, ha intenzione di adottare nuovi atteggiamenti e avere una migliore conoscenza della cruda realtà latinoamericana che dimostra una  percezione di inadeguatezza delle strutture della Chiesa rispetto al mondo in cui vive.

In quegli anni, grazie all’appoggio del Dipartimento delle Missioni del CELAM, la Chiesa in Amazzonia iniziò il processo di “camminare insieme a” una realtà sociale e politica vissuta dai  popoli di questa regione, allora poco conosciuta; e d’altra parte si cominciò a “camminare insieme a” una nuova coscienza ecclesiale che Medellín non ebbe paura di introdurre. Gustavo Gutiérrez lo dirà: si inizia a parlare «dei problemi dell’uomo latinoamericano, nel suo linguaggio e con le sue preoccupazioni».

Il dialogo e l’ascolto con le popolazioni originarie: un lungo viaggio

L’immediato incontro sulle Missioni del 1968, tenutosi a Melgar, in Colombia, e l’incontro a Caracas, in Venezuela, nel 1969, hanno prefigurato quello che nel 1971, ad Iquitos, in Perù, sarà noto con il nome Incontro “transamazzonico” delle Missioni, che «fu come il punto di partenza di una Chiesa che vuole essere più fedele alla sua missione, esprimendosi e realizzandosi come un’autentica Chiesa della Selva o Chiesa Amazzonica ”, così come affermava il ricordato Mons. Miguel Irizar, Vescovo di Yurimaguas. Questi incontri non solo denotavano la presenza di vescovi, missionari, sociologi e antropologi, più o meno impegnati nella complessa problematica dell’uomo e del mondo amazzonico, ma quel momento significò anche l’inizio di un cambiamento sintomatico nell’atteggiamento e nel conseguente impegno con azioni concrete, il cui obiettivo era quello di trovare criteri e linee pastorali sempre più coerenti con la situazione di emarginazione che vivevano (e ancora vivono) i nostri fratelli e sorelle della Selva.

Si trattava allora di quella convergenza di una Chiesa dal volto indigeno che iniziò a parlare di liberazione in Cristo, nel senso di riuscire a trovare una società più fraterna e giusta alla luce del Concilio Vaticano II. Seguirono poi le Assemblee Regionali Episcopali tenute a Pucallpa, in Perù, e parallelamente un’altra tenutasi ad Asunción, in Paraguay nel 1972. Viene ricordata anche l’Assemblea Regionale Episcopale di San Ramón nel 1973, che vuole esprimere il compito fondamentale che ha la Chiesa della Selva di formare una Chiesa Autoctona, di una Chiesa autenticamente amazzonica. Ma arriveranno altre assemblee: l’Incontro Internazionale di Chaclacayo, Lima nel 1974, l’Assemblea di Tarapoto nel 1975 che ha riaffermato alcune linee e obiettivi pastorali in particolare riferiti all’area dei ribereños[1] che costituisce senza dubbio quella porzione più numerosa che hanno le regioni pastorali. Altri incontri che non possiamo non menzionare, per l’importanza che rivestono in questo processo di ricerca dei processi di dialogo e ascolto, sono stati l’incontro di Manaus nel 1977 e di Tlaxcala, in Messico nel 1978. E se continuiamo a parlare di incontri ecclesiali, tutti i precedenti troveranno nella Conferenza di Puebla, in Messico, nel 1979, il momento chiave di una scelta chiara: l’unità tra i Vescovi, con i sacerdoti, i religiosi e i fedeli, che facendo professione di fede esprimono questo: «Crediamo nell’efficacia del valore evangelico della comunione e della partecipazione, per generare creatività, promuovere esperienze e nuovi progetti pastorali» e assumono una chiara opzione pastorale, «l’evangelizzazione della cultura stessa, nel presente e verso il futuro» e la riaffermazione della “opzione preferenziale per i poveri”, già assunta dalla Conferenza di Medellin nel 1968.

Il Sinodo Amazzonico ha suscitato grande interesse da varie parti

Cosa ci insegna questo excursus storico attraverso la Chiesa latinoamericana post Vaticano II? La  Conferenza di Medellín, indubbiamente, non solo ha espresso l’interesse, ma anche la preoccupazione da parte dei Vescovi e dei missionari, di studiare l’evangelizzazione delle culture autoctone, cioè avere un profondo interesse nell’affrontare il tema cultura dei nostri popoli, e a ciò aggiungiamo quella chiarezza da parte della Chiesa latinoamericana ad aprirsi sempre più ai processi di ascolto e di partecipazione.

In questi giorni, con tutto il suo significato e la sua sfida, la convocazione fatta da Papa Francesco nel 2017 per un Sinodo Speciale per la regione Panamazzonica, ha suscitato grande interesse non solo in America Latina, ma anche nella Chiesa europea e nordamericana. Con un processo pre-sinodale, dove la partecipazione e l’articolazione in rete, e tutto un lavoro soprattutto di ascolto e  di dialogo con le basi, si è potuto sviluppare un processo per camminare e ascoltarsi, nei nove paesi che compongono la regione Panamazzonica, in risposta alla chiamata fatta dall’enciclica Laudato si’. Questo è senza dubbio un processo che «Amazzonia: Nuovi Cammini per la Chiesa e per una Ecologia Integrale» questo il titolo dato da Papa Francesco al prossimo Sinodo, che si terrà a Roma dal 6 al 27 ottobre 2019 -, si è proposto di trovare. 

Finchè si è intessuta la Rete

I popoli dell’Amazzonia, nel ricordare la visita che fece loro il Santo Padre nel gennaio 2018, hanno riportato alla memoria l’importanza di rafforzare il lavoro di discernimento e di ascolto che sta realizzando con la Chiesa, non in questi ultimi cinque anni, ma da decenni, come possiamo appurare nella storia contemporanea della Chiesa latinoamericana. In questo contesto, nel 2014, a seguito di questa desiderata partecipazione a Medellín e a Puebla, e nella prospettiva del Decreto Ad gentes e del desiderio di Francesco di essere una Chiesa che esce, nasce la Rete Ecclesiale Panamazzonica – REPAM, come «una iniziativa che scaturisce dall’azione dello Spirito Santo che guida la Chiesa nel processo di incarnazione del Vangelo nella Panamazzonia ».

Questo lavoro, prima del Sinodo che inizierà tra poco, ha significato, senza dubbio, il grande esercizio di “camminare insieme”. É un lavoro che si è esteso in varie parti del mondo e che a Roma non poteva passare inosservato.

L’Amazzonia è arrivata a Roma

Così come Papa Francesco ha visitato i popoli dell’Amazzonia, ora, sono questi stessi popoli che gli ricambiano la visita. E ciò avviene nel quadro di una serie di attività che attorno a una “Tenda”, – sotto l’ispirazione vissuta ad Aparecida nel 2007 con la Tenda dei Martiri – nella città di Roma ad portas del Sinodo, varie organizzazioni e istituzioni ecclesiali, insieme a congregazioni religiose e missionarie, agenzie e ONGs cattoliche, e con una significativa rappresentanza di leaders indigeni, nasce AMAZZONIA: CASA COMUNE.

Ad oggi sono oltre 240 le attività che si svolgeranno dal 5 al 30 ottobre. Ogni giorno c’è una programmazione diversa, da momenti di spiritualità a eventi culturali e accademici, così come a tavole rotonde e conferenze, e senza dimenticare quegli spazi in cui la voce dei protagonisti dell’Amazzonia: Casa Comune si farà sentire. Lì potremo ascoltare da buona fonte cosa sta realmente accadendo con i popoli della Panamazzonia, le loro lotte, le loro preoccupazioni, ma anche le loro proposte con tutta la loro conoscenza e valori provenienti dai diversi popoli amazzonici, sia indigeni, ribereños e afro-discendenti. Non c’è dubbio che la voce dei popoli indigeni in isolamento volontario e contatto iniziale si lascia ascoltare tramite coloro che vengono a dirci cosa succede realmente con queste popolazioni in costante vulnerabilità.

L’Amazzonia è arrivata a Roma, con i suoi volti e il suo fascino, tutti provenienti dalla stessa selva.  I popoli amazzonici, con il remo in mano e regolando gambe e corpo, hanno deciso di

“navigare sulla canoa che ci conduce nelle profondità delle acque del Battesimo”.

Hanno deciso di venire a Roma per dire a Francesco e ad ogni Padre Sinodale e partecipante al Sinodo, quali sono questi fiumi, che come braccia giganti formano una grande rete che vogliono lanciare nelle acque per pescare, come l’Apostolo Pietro, uomini e donne che annuncino il mandato di Gesù: Amatevi gli uni gli altri.

#amazoniacasacomun

Diversi incontri, un solo fine

Amazzonia: Casa Comune è colui che durante queste tre settimane vuole accompagnare il Sinodo con una preghiera costante, con suppliche, con canzoni, ma anche con un atteggiamento di dialogo e ascolto. Questo è esattamente ciò che significa Amazzonia: Casa Comune, è un insieme di iniziative che esprimono la continuità di un processo di ascolto che non è iniziato ieri, né l’anno scorso, né cinque anni fa.

Amazzonia: Casa Comune è quello spazio che vuole ascoltare la voce dei protagonisti, cioè i popoli amazzonici, la voce di coloro che li rappresentano e la voce di una Chiesa che vuole mantenere una presenza che non solo accompagni, ma anche una Chiesa chiamata ad uscire e convertirsi integralmente.

Le attività che si svolgeranno in Amazzonia: Casa Comune cominceranno con una Veglia e inaugurazione sabato 5 ottobre, nella chiesa di Santa Maria della Traspontina, punto focale nel mezzo di altri spazi che stanno a disposizione. Queste attività sono come una gamma di colori che esprimono la diversità propria dei popoli della selva. Avremo, ad esempio, la mostra fotografica “El jaguar de Chiriquete”, portata da Adveniat dalla Colombia. Un’ altra mostra importante verrà realizzata dalla Red Iglesia y Mineria. Anche nella città di Milano il PIME, tra le altre inziative, ha preparato una mostra dal titolo “Il grido dell’Amazzonia”.

Ci saranno momenti di spiritualità amazzonica e martiriale animati dall’ Equipe Itinerante proveniente dalle frontiere del Brasile, Perù, Colombia e Bolivia. Molte le attività di sensibilizzazione, tra cui vari tavoli di riflessione e dibattito come “Esperienze dei popoli indigeni nella difesa e cura dei loro territori”, promosse dal Consiglio Missionario Indigeno del Brasile. Avremo attività che ci porteranno testimonianze e risposte comunitarie all’espansione dell’agroindustria e dell’estrattivismo in Amazzonia; la presentazione del Rapporto sui Diritti Umani dei Popoli della Panamazonia; la presentazione dell’Atlante Panamazzonico; la discussione sul ruolo che svolge la donna in Amazzonia, tra gli altri.

Tra gli eventi accademici si evidenzia: “Voci indigene”. Riflessione teologica che si terrà presso la Pontificia Università Antonianum di Roma. Così come l’incontro di leaders indigeni con studenti e professori della Facoltà Teologica dell’Italia meridionale di Napoli. Varie proiezioni di video e documentari che narrano la vita e la situazione dei popoli amazzonici. Oltre a spazi di formazione e informazione per giornalisti e interessati chiamati: Conversazione – Comunicazione, Ambiente e Popoli Indigeni.

Non possiamo non menzionare un evento molto importante che si svolgerà in un quadro di dialogo interculturale, chiamato Laudato si’. Incontro e Solidarietà, nord e sud. Sarà uno spazio in cui i leaders indigeni dell’Amazzonia e i leaders indigeni del Nord America si siederanno gli uni di fronte agli altri per discutere di ciò che sta accadendo nei rispettivi territori. Infine, invitiamo tutti a partecipare il 19 ottobre al PELLEGRINAGGIO PER L’AMAZZONIA, che ha l’obiettivo di unirci nella preghiera e camminare insieme, Padri Sinodali e Amazzonia: Casa Comune, con tutto il Popolo di Dio, per innalzare le nostre preghiere e canti a Dio Padre e Creatore che ci chiama alla conversione integrale.

Traduzione dallo spagnolo all’italiano di Antonella Rita Roscilli

Roma, 1 ottobre 2019


[1] abitanti delle rive dei fiumi

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Comunicato Stampa – INVITO CONFERENZA STAMPA – 20 settembre 2019

CONFERENZA STAMPA, VENERDÍ 20 SETTEMBRE 2019 – ORE 16.00

SALA MARCONI – SEDE RADIO VATICANA

Venerdì 20 settembre, alle ore 16.00, presso la Sala Marconi di Radio Vaticana (Roma – Piazza Pia, 3), si svolgerà la Conferenza stampa di presentazione di “Amazzonia: Casa Comune”, un percorso che unisce enti, istituzioni, associazioni, congregazioni e cittadini nella città di Roma con oltre 130 appuntamenti, che animeranno il Sinodo dei Vescovi sull’Amazzonia in programma in Vaticano da domenica 6 a domenica 27 ottobre 2019.
Alla Conferenza saranno presenti, tra gli altri, Padre Michael Czerny, S.J., Segretario Speciale del Sinodo per l’Amazzonia e tra i 13 neo cardinali nominati da Papa Francesco, insieme a Fratel Antonio Soffientini, M.C.C.J., della Segreteria Esecutiva di “Amazzonia: Casa Comune”.
Interverrà in collegamento Skype il Cardinale Pedro Ricardo Barreto Jimeno, SJ, Arcivescovo di Huancayo e Vicepresidente della Rete Panamazzonica (Repam).
Durante l’incontro saranno annunciati gli eventi chiave e le attività correlate, che vedranno padri sinodali e leader laici camminare insieme per sensibilizzare alla dimensione dell’interdipendenza globale tra esseri umani e natura.
Più di 50 i leader indigeni chiamati a guidare e ad animare momenti di spiritualità, dibattiti e tavole rotonde, a presentare le difficoltà del territorio e a raccontare la propria visione dell’ambiente e del futuro.

Il sito web ufficiale è già online: www.amazonia-casa-comun.org

Per maggiori informazioni e contatti:
tiendacasacomun2019@gmail.com
Anna Moccia 338.4460056


Modalità di accreditamento:
I giornalisti e gli operatori media che intendono effettuare FOTO e VIDEO devono inviare richiesta alla Sala Stampa della Santa Sede, entro 24 ore dall’evento, attraverso il Sistema di Accreditamento online: press.vatican.va/accreditamenti

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AMAZON: COMMON HOUSE IN ROME

By Roberto Carrasco, OMI

In view of the Synod for the Amazon, an articulation process has begun that brings together several Church institutions and organizations with the aim of generating a space for dialogue and listening, that walks alongside the Synod Fathers this October 2019 in Rome.

As we remember what the experience of the Martyrs Tent in Aparecida was – in Brazil in 2007, we all seek to enrich this space of interaction and communication between persons, with the spirit of the Amazon. It is not just presenting various activities, it is rather an exercise in communication and intercultural dialogue, an interaction with the new, the diverse, the still unknown.

Amazon: Common House, is an effort to make present the life of the Amazon and who inhabits it. In the Amazon, maloca is the place where indigenous communities sit to simply be, listen, celebrate and be able to discern what happens in the life of the community.

Amazon: Common House in Rome, has that spirit, it is like the “Great Maloca” to which we are all invited. Therefore, we are guests in this space. Our indigenous brothers and other representatives of the territory and the ecclesial presence in that territory are the actors and protagonists of this space. They invite us to talk. We facilitate this meeting, whether among the indigenous leaders of various regions, between them and those who come from abroad. May it be their voice that helps the Synod Fathers to discern the new paths that the Church needs to find in order to respond to that cry of the poor and of the Common House.

It is important that we understand that Amazon: Common House, is not a forum, nor space for everyone to simply “show” what they know how to do. Everyone, in an attitude of listening, makes it easy for the voice of the Amazonian peoples to resonate: in us, in organizations, in the Church and in the world. It is not that each star shines, it is rather that together we shine like stars and give the best light to beautify the night, a night that wants to become darkness. The Amazon is screaming and inside her, her sons and daughters scream. We cannot be indifferent.

Amazon: Common House is an ecclesial space from which we will discuss matters that our Amazon brothers consider a priority. A space where reflection, discussion, dialogue, conversations, but above all, listening, develop. A space where its clamour, and not our interests, prevail.

In this spirit, we are invited to participate in a great tent, a great maloca, a great opportunity. Let us work to make this space a place of intercultural dialogue and meeting in the heart of the Catholic Church, together with Pope Francis, “our grandfather”, “our sage”, as the indigenous peoples call him. We need to meet each Amazonian and look at each other face to face. Together we travel these new paths with respect, tolerance, exchange, acceptance, openness, reciprocity, dialogue and listening.

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Il beato Paolo Manna e il Sinodo per l’Amazzonia

di Roberto Carrasco, OMI

Un grande missionario proclamato beato da Giovanni Paolo II già novant’anni fa scriveva: «Spogliare per quanto è possibile la religione cristiana dalle sue forme occidentali non necessarie e rivestirla in ogni Paese di forme indigene…»

Il beato PAOLO MANNA

Visitando Catania, ai piedi del monte Etna, qualche settimana fa guardavo attentamente come il vulcano non è solo un fenomeno naturale che rimane attivo, l’Etna è veramente il protagonista di una lunga storia che coinvolge a tutta l’Italia. Quando ci fermiamo di fronte all’Etna, anche solo per un attimo e lo guardiamo con attenzione, possiamo sentire che l’attività vulcanica aspetta il momento opportuno per esplodere, come lo ha fatto tante volte.

L’Etna è un simbolo in questa regione italiana. L’Etna potrebbe rappresentare un segno, che annunzia un cambiamento, se ci fermiamo a riflettere che cosa stiamo facendo con il nostro pianeta. L’Etna è un segno che rappresenta quel grido profondo della Casa comune, che soffre a causa dell’intervento umano cattivo, che pensa solo allo sfruttamento di risorse, per il beneficio di pochi. Dobbiamo fare attenzione a questo fumo bianco, che sale verso le nubi, consegnandoci un sublime messaggio dall’interno della natura.

Sono venuto a Catania con la comunità missionaria del Pime (Pontificio Istituto Missione Estere) e un bel gruppo dei laici, che fanno un percorso formativo per poi andare in missione. Ho parlato dell’enciclica Laudato Si’, e abbiamo condiviso il tema: “Il grido dell’Amazzonia”, tema centrale, che ha coinvolto tutti noi.

P. Giuseppe Filandia, missionario del PIME visitando i villaggi nella foresta amazzonica brasilera

In questa comunità dei missionari, ho trovato padre Giuseppe Filandia, con il quale ho parlato dell’argomento cui i media europei hanno dato spazio, due settimana fa, all’interno del contesto che vive la Chiesa cattolica, che si prepara al prossimo Sinodo sull’Amazzonia (Roma, 6 – 27 ottobre 2019). Infatti, il punto di scontro è proprio il numero 129 dell’Instrumentum Laboris, che nel secondo comma, dice: «Affermando che il celibato è un dono per la Chiesa, si chiede che, per le zone più remote della regione, si studi la possibilità di ordinazione sacerdotale di anziani, preferibilmente indigeni, rispettati e accettati dalla loro comunità, sebbene possano avere già una famiglia costituita e stabile, al fine di assicurare i Sacramenti che accompagnano e sostengono la vita cristiana».

Padre Giuseppe Filandia, un missionario siciliano che ha avuto una bella e lunga esperienza missionaria – più di 25 anni – tra i popoli indigeni “Dall’Amazonas alle Barriere Coraline”, come titola il suo libro (Book Sprint ed., 2017), mi diceva che il beato Paolo Manna, nel 1929, mentre era Superiore generale del PIME, aveva scritto un promemoria provocatorio per Propaganda Fide. Lo scrisse dopo un lungo viaggio attraverso le missioni in diversi continenti. Lo scritto si intitola “Osservazioni sul metodo moderno di evangelizzazione” e chiede cambiamenti rivoluzionari nel “metodo di evangelizzazione”, appunto. Vi si legge: «rifiutare l’occidentalismo, liberarsi dalla protezione interessata delle potenze occidentali, educare i sacerdoti locali, secondo programmi diversi da quelli usati in Occidente; abolire il latino e il celibato per favorire una maggior partecipazione degli indigeni al sacerdozio nelle missioni, consacrando i migliori catechisti dove mancano assolutamente sacerdoti».

Veramente, sono rimasto sorpreso di trovare questa lettera scritta dal beato Paolo Manna. Un visionario e un precursore della missione della Chiesa. Conosciuto come “un Santo seccatore”, “un missionario scomodo”, “un temerario”, “il Cristoforo Colombo della nuova cooperazione missionaria”, “uno dei più efficaci promotori dell’universalismo missionario nel secolo XX”, senza dubbio, un sacerdote con una straordinaria passione per la missione nella Chiesa.

Per il beato Paolo Manna, sottolinea Giuseppe Filandia, «il punto principale della missione era proprio aiutare questi popoli a conservare la propria identità. Gli africani, africani! Non occidentalizzati! Non portiamoli in Italia per far perdere la cultura, il senso africano. I cinesi specialmente. Perché c’è stato il fallimento del culto cinese? Perché i missionari volevano creare missionari a propria immagine e somiglianza, ciò occidentalizzati. E padre Manna si è reso conto che queste cose non aiutavano assolutamente la propaganda missionaria di evangelizzazione, ma addirittura erano e sono di ostacolo… La mentalità nostra era di formare sacerdoti secondo la nostra cultura, la nostra educazione, i nostri insegnamenti. Padre Manna diceva: che cosa pretendete da questi africani, da questi cinesi? Che insegnino latino o materie che non hanno niente che vedere con la loro cultura e con la loro evangelizzazione? Quindi, non soltanto il latino, ma anche la filosofia, cioè quel curriculum di studi occidentali, dovevano essere aboliti per dare spazio alla cultura locale, in modo da formare sacerdoti per il loro popolo: essere sacerdoti, conservando la propria cultura. Manna parla anche di celibato. È chiaro: Padre Manna è un santo, quindi crede al celibato, crede nella consacrazione totale a Gesù, ma pretendere, che questi popoli vivano il celibato come lo vogliamo noi, era realmente un impedire a molti giovani di diventare sacerdoti. E se lo diventavano, vivevano, purtroppo, una doppia vita morale. E questo logicamente non aiuta l’evangelizzazione, non aiuta la santità dei preti, ma è un vero ostacolo».

Alla fine dell’intervista, padre Giuseppe Filandia aggiunge: «Dopo cinquanta anni di missione in Brasile e in Papua, posso assicurare che, continuando con questo stile di formazione dei preti locali, noi stiamo sbagliando. Bisogna parlare del celibato come da un modo per donarsi totalmente a Cristo, ma non tutti, anzi la maggior parte, non si sente di seguire Cristo attraverso un cammino, che è una legge umana. Cristo non ha niente a che vedere con il celibato. Sì, lui ha dato un consiglio, che resta un consiglio. Ma penso che Gesù oggi voglia i suoi sacerdoti consacrati per il popolo, secondo la loro cultura, secondo le loro tradizioni, in modo da essere persone in mezzo al proprio popolo, accettate dalla propria gente».

Dunque, avendo vissuto questa esperienza in Sicilia, insieme a questa comunità missionaria, rimane in me quell’immagine dell’Etna, quel fumo che continua a salire verso il cielo. E intanto mi domando: cosa c’è nel profondo di questo vulcano che nessuno può vedere, ma è capace di far tremare tutta questa regione dell’Italia? Che tipo di energia, forza, vitalità, vigore è questa?

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Interculturalità – ‘dono’ del Spiritu Santo

di Roberto Carrasco, OMI

Omelia della domenica di Pentecoste – Capella della Casa Generalizia dei Missionari Oblati di Maria Immacolata.

Iniziamo con questa invocazione del ritornello del Salmo di oggi: “Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra”.

Vorrei cominciare con una esperienza vissuta quando arrivai per la prima volta in un villaggio dell’etnia kichwa nell’Amazzonia peruviana. La prima cosa che feci fu presentarmi al l’Apucapo – della comunità perché lui rappresentava e tutt’oggi rappresenta il ponte tra noi [ospiti] e la cultura indigena. Noi missionari saremo sempre ospiti in terra di missione.

Per un indigeno Naporuna [abitante del fiume Napo], vivere nella società significa che gli esseri umani e la natura fanno parte dello stesso territorio: tutto è correlato. Una volta, parlando con uno di loro mi disse che la ‘loro’ visione del mondo si basa sul fatto che c’è uno Spirito – SAMAY – una forza che cerca l’unione, ma c’è anche un’altra forza contraria che rompe, sconvolge e distrugge l’armonia di questo Spirito. Pertanto, la società umana deve essere organizzata secondo uno spirito, delle idee e dei pensieri comuni. Non c’è spazio per lo spirito di disuguaglianza. Tuttavia, secondo Naporuna, ciò che viene imposto nella società odierna è lo spirito di competizione.

L’esperienza dei popoli Kichwa con lo Spirito di Dio è un’esperienza di presenza, sia quando vanno a pescare che quando lavorano nei campi, oppure quando si riuniscono in comunità per risolvere un problema che mette a rischio l’unità della gente, ma soprattutto la pace.

Secondo Lazar T. Stanislaus e Martin Ueffing, per noi cristiani, l’esperienza di Dio è l’esperienza della sua presenza, della compagnia e dell’intervento nelle nostre vite.  Anche nei momenti di benessere o sofferenza. Questa è una presenza liberatoria e apre la comunità dei credenti al benessere di altre comunità di persone.

L’esperienza della creazione, l’incarnazione e l’esperienza della glorificazione – che abbiamo vissuto in questo tempo pasquale per 50 giorni- può essere riassunta nell’esperienza della comunicazione e della comunione. Le storie bibliche ci presentano momenti diversi in cui gli esseri umani sono chiamati e fortificati nel vivere in comunione con gli altri, sia con le persone che con la natura.

La comunicazione e la comunione sono state anche le esperienze fondamentali di Gesù e l’esperienza della Chiesa con lo Spirito Santo. Il compito dello Spirito Santo è di promuovere la comunicazione e motivare a costruire la comunione, così, come noi Oblati, siamo chiamati a costruire la comunità.

È lo Spirito che crea l’unità. “Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito… Vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti” (1Co 12, 4.6). Lo Spirito che fu inviato al Giordano per segnalare Gesù come il Figlio di Dio, è lo stesso Spirito del potere unificante nella nascita della Chiesa a Pentecoste.  Persone di diversa origini linguistica e culturale sono accomunate nella propria lingua. Le differenze delle madri lingue non sono un ostacolo per raggiungere una comprensione comune e per essere riunite come il Popolo di Dio: Gesù attrae da uno a uno il suo Regno.

La spiritualità cristiana non è altro che “la vita cristiana nello Spirito, seguendo Gesù ed essendo in comunione con Dio e con gli altri”. Sappiamo che la spiritualità non si riferisce solo alle preghiere o agli esercizi spirituali; è lo Spirito che motiva qualcuno e costituisce la struttura delle idee, dei valori e delle azioni.

La spiritualità cristiana ha il suo fondamento nella spiritualità trinitaria, che è quell’atteggiamento di base che è influenzato dalla fede in un Dio uno e trino. È uno stile di vita cristiano caratterizzato da dettagli ordinari e dalla routine quotidiana guidata dallo Spirito verso una maggiore comunione e comunicazione con Dio e con gli altri. Quindi cosa stiamo facendo ora? Quali sono i miei ritmi giornalieri dentro della comunità?

Una spiritualità trinitaria ha conseguenze pratiche per l’interculturalità. A proposito, noi nell’ultimo Capitolo Generale della Congregazione abbiamo sviluppato il tema dell’interculturalità come uno dei fondamenti della nostra vita e missione attuale.

L’interculturalità può essere definita come l’insieme di “relazioni reciproche e di scambio veramente profonde tra culture, sia a livello individuale che di comunità”.

È bene riconoscere che l’interculturalità non è un’uniformità delle culture, né l’atto di mescolare culture o lasciarle vivere fianco a fianco in pace. È un ‘dono’ dello Spiritu , oggi.

Ecco perché la frase di Gesù ai suoi apostoli: “Ricevi lo Spirito Santo”, ha una grande forza che pone fine a quella paura e quindi in grado di aprire tutte le porte. Non aver paura delle manifestazioni dello Spirito.

Quindi, i frutti dello Spirito li potremo vedere come i frutti che ci spingono oggi a lavorare affinché le nostre relazioni testimonino la presenza viva dello Spirito Santo nella Chiesa, nella società e nella missione alla quale siamo inviati.

Rispettare l’individualità, promuovere la comunità, uscire per l’incontro con gli altri, crescere come comunità interculturale basata sull’uguaglianza dei suoi membri, sono i doni dello Spirito.

Oggi: é la Pentecoste nelle nostre vite; è la Pentecoste nella missione; è la Pentecoste nella Chiesa. Una Chiesa in cui le persone possono sentirsi a casa in una comunità e lavorare insieme se c’è un riconoscimento fondamentale di tutti, con un diverso background culturale. Tutti sono riconosciuti quali individui, persone che hanno gli stessi diritti e responsabilità.

In questa ricerca di nuove cammini lasciamo che lo Spirito faccia crescere in noi i doni della reciprocità, dell’ascolto, dello scambio, del rispetto, della crescita, ma soprattutto dell‘arricchimento dei doni e dell’incontro nella diversità.

Ricordate dunque il ritornello del Salmo di oggi: “Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra“.

[La fonte di questa mia riflessione è stato il libro de Lazar T. Stanislaus/ Martin Ueffing (Edd), Interculturalidad. En la vida y en la misión, Navarra, Editorial Verbo Divino, 2017.]

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Sinodo dell’Amazzonia, false paure e realtà

di Roberto Carrasco, OMI

La Chiesa “con volto indigeno” ha sulla scrivania una speciale proposta per aprire tanto il dialogo come il discernimento a Roma

Ci si chiede che cosa porterà il prossimo Sinodo sull’Amazzonia, che si svolgerà a Roma del 6 al 27 ottobre. Ci sono diverse reazioni, con una certa preoccupazione da parte della cosiddetta “ala tradizionalista” della Chiesa in Germania. A che punto siamo? è la domanda che si pongono diversi vescovi, preti e laici.

Al centro dovrebbe esserci la problematica ecologica che l’encicilica “Laudato Si” presenta: «inquinamento, rifiuti e cultura dello scarto, del clima, della questione dell’aqua, perdita della biodiversità, deterioramento della qualità della vita umana e degrado sociale, inequità planetaria, eccetera», che avrà un grandissimo impatto sociale e culturale proprio in tutta la regione panamazzonica. Ultimamente però i media europei hanno dato spazio alla preocupazione sulla possibilità della ordinazione tanto delle donne diacono, come degli uomini sposati, puntando il mirino dell’informazione su qualsiasi intervento di qualche vescovo tedesco, sapendo che l’opinione pubblica è divisa sul tema.

Ma, in realtà quali sono i temi che preocupano la Chiesa in questa parte del mondo? La cosiddetta Chiesa “con volto indigeno” ha sulla scrivania una speciale proposta per aprire tanto il dialogo come il discernimento a Roma. È importante ricordare i contenuti del Documento Preparatorio (dell’08 giugno 2018) intitolato: “Amazzonia: Nuovi Cammini per la Chiesa e per una Ecologia Integrale”.

Ascoltare i popoli indigeni

Vediamo, tra i punti principali, quelli che interessano l’intera regione panamazzonica. Innanzitutto, ascoltare i popoli indigeni e tutte le comunità che vivono in Amazzonia (rappresentano quasi 390 popoli e nazionalità differenti; una presenza di circa tre milioni di indigeni; esistono nel territorio fra i 110 e i 130 Popoli Indigeni in Isolamento Volontario (PIAV) o “popoli liberi”), come primi interlocutori di questo Sinodo.

La loro situazione sociale è segnata dall’esclusione e dalla povertà (DAp 89), ma ci sono organizzazioni indigene che cercano di approfondire la storia dei loro popoli, per orientarne la lotta per l’autonomia e l’autodeterminazione: «È giusto riconoscere che esistono iniziative di speranza che sorgono dalle vostre stesse realtà locali e dalle vostre organizzazioni e cercano di fare in modo che gli stessi popoli originari e le comunità siano i custodi delle foreste, e che le risorse prodotte dalla loro conservazione ritornino a beneficio delle vostre famiglie, a miglioramento delle vostre condizioni di vita, della salute e dell’istruzione delle vostre comunità» (Fr.PM).

I nuovi colonialismi

Un altro punto importante riguarda il fatto che si impongono nuovi colonialismi ideologici mascherati dal mito del progresso, che distruggono le identità culturali proprie e il “buon vivere” parte fondamentale della loro spiritualità e saggezza. Ci ricorda Papa Francesco, che nell’opera di evangelizzazione non si può «mutilare l’integralità del messaggio del Vangelo» (EG 39). Quindi, si «esige dall’evangelizzatore alcune disposizioni che aiutano ad accogliere meglio l’annuncio: vicinanza, apertura al dialogo, pazienza, accoglienza cordiale» (EG 165), e, soprattutto, gli domanda di assumere e assimilare la convinzione che «tutto è collegato». Questo implica ascoltare oggi il grido che l’Amazzonia eleva al Creatore, questo grido è simile al grido del Popolo di Dio in Egitto (cf. Es 3,7). È un grido di schiavitù e di abbandono, che domanda la libertà e l’attenzione di Dio. Un ascolto che ha nell’ecologia integrale una chiave per camminare insieme come Popolo di Dio.

La presenza della Chiesa

Pertanto, l’Assemblea Speciale per la Regione Panamazzonica ha bisogno di un grande esercizio di ascolto reciproco, specialmente di un ascolto tra il popolo fedele e le autorità magisteriali della Chiesa. Una delle cose principali da ascoltare è il gemito «di migliaia di comunità private dell’Eucaristia domenicale per lunghi periodi» (Documento Aparecida 100, e). Questa Chiesa dal volto amazzonico sa che «essere Chiesa è essere Popolo di Dio», incarnato «nei popoli della terra» e nelle loro culture (EG 115).

La Chiesa è chiamata ad approfondire la sua identità mettendosi in relazione con le realtà dei territori in cui vive e ad accrescere la propria spiritualità con un esercizio continuo di discernimento. In questo tema, la Repam (Rete Ecclesiale Panamazzonica) ha giocato un ruolo fondamentale nell’elaborazione di proposte e nuove linee d’azione.

La Chiesa dell’Amazzonia ha preso coscienza che, a causa delle immense distese territoriali, della grande varietà dei popoli e dei rapidi cambiamenti degli scenari socio-economici, la sua pastorale non riusciva a garantire che una presenza precaria. Una missione incarnata esige di ripensare la scarsa presenza della Chiesa in rapporto all’immensità del territorio e alla sua varietà culturale.

La Chiesa dal volto amazzonico deve «ricercare un modello di sviluppo alternativo, integrale e solidale, fondato su un’etica attenta alla responsabilità per un’autentica ecologia naturale e umana, che sia radicata nel Vangelo della giustizia, nella solidarietà e nella destinazione universale dei beni; che superi la logica utilitarista ed individualista, che rifiuta di sottoporre ai criteri etici i poteri economici e tecnologici» (DAp 474, c).

La questione delle donne

Un’altra priorità è quella di proporre nuovi ministeri e servizi per i diversi agenti pastorali, che rispondano ai compiti e alle responsabilità della comunità. In questa linea, occorre individuare quale tipo di ministero ufficiale possa essere conferito alla donna, tenendo conto del ruolo centrale che le donne rivestono oggi nella Chiesa amazzonica. È altresì necessario sostenere il clero indigeno e nativo del territorio, valorizzandone l’identità culturale e i valori propri. Infine, bisogna progettare nuovi cammini affinché il Popolo di Dio possa avere un accesso migliore e frequente all’Eucaristia, centro della vita cristiana (cf. DAp 251).

Logo del Sinodo Panamazzonico 2019

Una spiritualità interculturale

La Chiesa e tutto il Popolo di Dio, con i suoi vescovi e sacerdoti, religiosi e religiose, missionari e missionarie, religiosi e laici, è chiamata a entrare con cuore aperto in questo nuovo cammino ecclesiale. Siamo chiamati come Chiesa a rafforzare il protagonismo dei popoli: abbiamo bisogno di una spiritualità interculturale che ci aiuti a interagire con le diversità dei popoli e con le loro tradizioni. Dobbiamo aggregare le forze per prenderci insieme cura della nostra Casa Comune.

Dunque, dopo avere letto questa realtà, ci aspettiamo il documento finale. Secondo mons. Fabene avremo “a breve la stesura dell’Instrumentum Laboris” del prossimo Sinodo del 2019.

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Perché è importante dare la parola ai popoli indigeni

di Roberto Carrasco, OMI

La partecipazione è una chiave fondamentale per capire di che cosa tratta il Sinodo in Amazzonia. È un camminare insieme, ma ascoltandoci

Con la pubblicazione dell’Enciclica Laudato Si’ nel 2015, la Chiesa ha sfidato tutti coloro che hanno a cuore la cura della Casa Comune. Con questa enciclica, infatti, Papa Francesco si è rivolto, per cominciare un percorso insieme alla ricerca di nuove strade, non solo alla Chiesa, ma a tutti: Stati, governanti, organizzazioni sociali… E anche a tutta la popolazione che abita la Panamazzonia.

Era domenica 15 ottobre 2017, quando Papa Francesco ha detto: «Accogliendo il desiderio di alcune Conferenze Episcopali dell’America Latina, nonché la voce di diversi Pastori e fedeli di altre parti del mondo, ho deciso di convocare un’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per la regione Panamazzonica, che avrà luogo a Roma nel mese di ottobre 2019. Scopo principale di questa convocazione è individuare nuove strade per l’evangelizzazione di quella porzione del Popolo di Dio, specialmente degli indigeni, spesso dimenticati e senza la prospettiva di un avvenire sereno, anche a causa della crisi della foresta Amazzonica, polmone di capitale importanza per il nostro pianeta».

MA, COS’È UN SINODO?

Sinodo significa camminare insieme. In questo caso si tratta di ascoltare i popoli indigeni e tutte le comunità che vivono in Amazzonia. Allora saranno loro che diventeranno protagonisti.

Nel viaggio apostolico in Perù, il 19 gennaio 2018, nel Coliseo Madre de Dios a Puerto Maldonado, Papa Francesco ha incontrato i popoli dell’Amazzonia e ha sottolineato che: «la Chiesa non è aliena dalla vostra problematica e dalla vostra vita, non vuole essere estranea al vostro modo di vivere e di organizzarvi. Abbiamo bisogno che i popoli originari plasmino culturalmente le Chiese locali amazzoniche».

L’assemblea speciale del Sinodo dei vescovi per la regione Panamazzonica,”Amazzonia: nuovi cammini per la chiesa e per una ecologia integrale”, avrà luogo a Roma dal 6 al 27 di ottobre 2019.

LA FASE PREPARATORIA

La Chiesa sta ripensando la sua presenza nell’Amazzonia. La fase preparatoria è svolta attraverso le Assemblee territoriali, che hanno avuto un ruolo importantissimo, anche in vista della stesura del documento finale. Le Assemblee, infatti, sono uno spazio non soltanto di consultazione, ma anche di partecipazione. Uno spazio di dialogo, di costruzione collettiva. Uno spazio che ha la finalità ascoltare quante più voci possibili, ma con un obiettivo orientato all’aspetto propriamente ecclesiale, integrando però l’ambiente, il sociale, la cultura, l’economia e la politica, coerentemente con l’approccio dell’ecologia integrale.

LA PARTECIPAZIONE DEI POPOLI INDIGENI

Uno degli aspetti importanti di questo sinodo è la participazione dei popoli indigeni. Mauricio López, segretario esecutivo della Rete Ecclesiale Panamazzonica (Repam), sottolinea che nel processo di preparazione, «la realtà ci ha superato a causa della grande speranza che il Sinodo ha generato, a causa della grande urgenza che questo Sinodo sia di tutti. Stiamo parlando di 260 momenti di ascolto in tutto il territorio panamazzonico. Circa 60 assemblee, che hanno coinvolto grandi gruppi – da 60 a 200 persone – popolazioni indigene, organizzazioni locali, popoli contadini e membri della Chiesa, a volte riunendi due o tre giurisdizioni ecclesiastiche e discutendo di tutto ciò che riguardava il Sinodo. Abbiamo avuto 25 forum tematici, cioè riflessioni specializzate, focalizzate, con una visione pan-amazzonica, che è la grande intuizione che muove la Repam: guardare il territorio come luogo teologico, come luogo sociologico. Forum come: Vita Consacrata in Amazzonia, Diritti Umani, Popoli Indigeni, Popoli nell’isolamento volontario, Università in Amazzonia. E infine, circa 180 dibattiti”. Insomma, “stiamo parlando in totale di 87 mila persone, più o meno, che hanno partecipato”, ha detto López.

Da parte sua, l’ultima settimana di febraio, il cardinale brasiliano Claudio Hummes ha evidenziato l’importanza di questo Sinodo: «Nella Chiesa dobbiamo camminare uniti, come amici e fratelli, rispettando le nostre diversità. Valorizzare tutte le culture – non solo quella occidentale, ma anche quelle degli indigeni dell’Amazzonia – non è una minaccia all’unità della Chiesa, ma la arricchisce, perché una sola cultura non può esaurire e rappresentare la ricchezza del Vangelo», ha detto il presidente della Repam. Parole che ci danno l’idea che la direzione della Chiesa dal volto Amazzonico vuole camminare.

Richard Rubio Condo – presidente della federazione FECONAMNCUA – río Napo – Peru dal 2010 al 2016
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Il grido della Chiesa Amazzonica va ascoltato

Intervista al Cardinal Hummes, in occasione del seminario “Nuovi cammini per una Chiesa dal volto amazzonico”, organizzato dalla Salesiana.

Il primo giorno, giovedì 7 marzo, l’intervento del Card. Cláudio Hummes, francescano, presidente della Repam, ha sottolineato che l’obiettivo del Sinodo è l’ascolto del grido della Chiesa Amazzonica. Il cardinal Hummes ha messo in risalto che «noi dobbiamo andare lì ed ascoltare, lasciarli parlare. Sono loro (i popoli indígeni) chi devono dirci quali sono i loro sogni e desideri, come sono anche le loro grandi sofferenze, qual’è la loro storia che viene massacrata e qual’è la storia di questa regione grande chiamata Panamazzonia». 

Il presidente della Repam ha spiegato l’importanza che la Chiesa non lasci perdere l’Amazzonia: «la Chiesa deve avere il coraggio di trovare nuovi cammini, deve avere il coraggio di assumere un volto amazzonico, deve avere il coraggio di formare un clero autoctono, un clero indigeno, che possa afarsi carico di queste comunità».

Alla fine, il Cardinal Hummes ha fatto appello a tutte le Università Salesiane: «Penso che sia necessario che i salesiani e le loro Università si aprano un poco di più verso l’esterno, che non siano solo un circolo chiuso ed astratto, che prende cura delle cose scentifiche ed si occupa d’un livello alto, mentre la realtà si trova lì sotto. I salesiani sono missionari per natura, devono avere un’apertura disinteressata, non solo per studiare su base scientifica, filosofica oppure teologica – che pure sono importanti – ma anche per partecipare e fare participare gli studenti ancora più vivamente. Non basta, come si fa a scuola, prendere note o scrivere alcune tesi: occorre veramente fare quel proceso di andare, ascoltare, convivere un po’».

Il video è a questo link: Card. Clàudio Hummes – EL GRITO DE LA IGLESIA AMAZÓNICA

Card. Hummes in dialogo con il decano di Teologia dell’UPS – Roma
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L’Amazzonia e l’Occidente che si crede Dio

di Roberto Carrasco, OMI

Oggi l’«opzione convinta per la difesa della vita, per la difesa della terra e per la difesa delle culture» passa anche attraverso il Sinodo per l’Amazzonia

È passato già un anno dal quel viaggio apostolico in Perù (gennaio 2018) in cui Papa Francesco ha incontrato i popoli dell’Amazzonia a Puerto Maldonado.

Mentre Bergoglio diceva loro che «la Chiesa non vuole essere estranea al vostro modo di vivere», l’Italia e il resto del mondo hanno già dimenticato quell’incontro eccezionale. Il Papa latinaomericano ha sottolineato che è «imprescindibile compiere sforzi per dar vita a spazi istituzionali di rispetto, riconoscimento e dialogo con i popoli nativi; assumendo e riscattando cultura, lingua, tradizioni, diritti e spiritualità che sono loro propri». Ma cosa significa? Che tipo di messaggi stano arrivando alla Chiesa qui, in questa parte del pianeta? Chi sono i cosidetti popoli indigeni dell’Amazzonia?

Una volta, una giornalista dell’Ecuador, Milagros Aguirre, ha fatto un’intervista a un vecchio missionario nell’Amazzonia. Ricordando la sua prima esperenza tra i popoli indigeni e meticci nell’Amazzonia peruviana, lui ha raccontato: «…Il meticcio si crede superiore all’indigeno, lo disprezza e gli sottrae valore, crede di avere il diritto di “civilizare” l’indio, d’imporre la sua maniera di vedere il mondo riguardo il progresso o lo sviluppo. Non concepisco quell’affano omogeneizzante di un Occidente che vuole tutti protetti dalle sue leggi, norme o religioni e che si impone sui più piccoli, sui deboli, sui differenti, sulle minoranze; è come se l’Occidente si credesse un Dio, capace di modellare a sua immagine e somiglianza tutti gli esseri umani. Semplicemente, ormai non capisco il mondo occidentale». Erano le parole di Marcos Mercier, un francescano canadese che ha abitato con il popolo kichwa del Napo più o meno 35 anni della sua vita, fino alla morte.

Padre Mercier ha anche ricordato alla giornalista l’immagine delle «prime tribù amazzoniche, che venuti in contatto con i conquistatori spagnoli, dopo avere resistito alle invasioni nel 1538 e 1541, vennero “pacificati”, divisi in varie commende e ridotti in schiavitù». Ma dopo cinque secoli un Papa ha detto loro: «Sono voluto venire a visitarvi e ascoltarvi, per stare insieme nel cuore della Chiesa, unirci alle vostre sfide e con voi riaffermare un’opzione sincera per la difesa della vita, per la difesa della terra e per la difesa delle culture». Immaginate che festa! C’erano lì circa 4mila rappresentanti delle tribù indigene amazzoniche, che ascoltavano queste parole di speranza.

Oggi l’«opzione convinta per la difesa della vita, per la difesa della terra e per la difesa delle culture» passa anche attraverso il Sinodo per l’Amazzonia che Papa Francesco ha convocato per quest’anno 2019. Un Sinodo speciale che vuole ascoltare, che rappresenta una sfida per tutta la Chiesa, non soltanto per i contenuti di cui discuteranno i vescovi insieme a Papa Francesco, ma per tutte le proposte che porteranno con sé ognuno di quelli che saranno qui a Roma, tra pochi mesi.

E se la Chiesa si “amazzonizzasse”?

di Roberto Carrasco Rojas

Non si tratta solo del problema dell’ambiente, si tratta del nostro futuro come pianeta, come esseri viventi. Il Sinodo Panamazzonico è solo l’inizio di un processo già iniziato nella Chiesa.

Card. Claudio Hummes e Card. Pedro Barreto – Presidente e Vice presidente della Repam

Il 2019 è l’anno in cui la Chiesa ha iniziato un nuovo percorso verso un evento molto importante. Si trata di un evento che, che mentre per qualcuno sembra una minaccia, per gli altri, e in genere per i popoli della regione panamazzonica, è una buonissima opportunità per farsi ascoltare.

Il prossimo Sinodo dei Vescovi per l’Assemblea Speciale per la Regione Panamazzonica, che si terrà a Roma dal 6 al 27 ottobre, potrebbe essere determinante nello sviluppo di una Chiesa dotata di fecondità evangelizzatrice. «Ho scelto di proporre alcune linee che possano incoraggiare e orientare in tutta la Chiesa una nuova tappa evangelizzatrice, piena di fervore e dinamismo… ho deciso… di soffermarmi ampiamente sulla questione: …la riforma della Chiesa in uscita missionaria…, delineare un determinato stile evangelizzatore che invito ad assumere in ogni attività che si realizzi», sono le parole di Papa Francesco nella Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium (Cf. EG 17-18).

Il 16 maggio scorso a Roma, presso la Pontificia Università Gregoriana, si è svolto un Convegno su “Amazzonia: sfide e prospettive per la Casa Comune”. Tra gli intercolutori è stato il cardinale Peter Turkson, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, che ha presentato la questione della tutela del tesoro amazzonico. Stiamo parlando di 7 milioni e mezzo di chilometri quadrati contenenti fino al 50% della flora e della fauna esistenti. Un patrimonio che è stato presentato a noi come una “sfida” non regionale, ma globale, che necessita di una “visione a lungo termine”, di “responsabilità intergenerazionali”, di “azione concreta in aiuto” dei governi che decidono sul futuro dell’Amazzonia, “ecopolmone” dell’umanità. Turkson ha sotolineato che siamo alle «ultime ore possibili per salvare questa area» che, come tutta l’Equatore, è stata creata da Dio per «sostenere la vita dell’uomo, per tutelarne l’equilibrio».

Ha destato stupore il Cardenale Cláudio Hummes OFM, Presidente della Repam (Rete Ecclesiale Panamazzonica) e prefetto emerito della Congregazione per il Clero, quando ha parlato di una «crisi climatica ed ecologica grave e urgente», e ha sottolineato che: «È una bugia che le risorse del pianeta sono infinite».

Ha detto parole come: siccità, inondazioni, innalzamento dei mari, desertificazione e ha indicato le cause: l’idea del progresso illimitato, il paradigma tecnocratico, il consumismo crescente, la cultura dello scarto, l’inquinamento legato ai rifiuti. Tutto questo crea una situazione che va affrontata urgentemente, ricordando all’auditorio ciò che tanto la Cop 21 a Parigi come l’neciclica Laudato si’ ci hanno trasmesso nel 2015.

«Molti che conservano il potere economico stanno truccando o nascondendo il problema. Stiamo affrontando una grave crisi», ha evidenziato il relatore generale del Sinodo sull’Amazzonia.

«L’Amazzonia costituisce un punto di equilibrio per il pianeta. Non è mai stata minacciata come lo è oggi». In questa Amazzonia sta la Chiesa missionaria. «La Chiesa è coinvolta in questo tema nel nome della fede, perché trasmette l’incarnazione e deve occuparsi della Casa Comune: una Chiesa con quattro secoli di presenza tra i poveri, senza stancarsi. Una Chiesa che promuove l’inculturazione e l’interculturalità”; con queste parole non soltanto ha messo l’accento sulla sfida per la Chiesa, ma ha tracciato il contesto in cui si colloca il Sinodo dell’ottobre prossimo.

Il terzo intervento era del cardinale peruviano Pedro Barreto, arcivescovo di Hauncayo, vicepresidente della Repam; proprio lui ha posto la domanda: perchè un Sinodo per l’Amazzonia? Nel contesto della sinodalità della Chiesa, «la proposta di Papa Francesco sull’ecologia integrale sarà una risposta sinodale per la cura della casa comune». Mentre parlava ha proposto due nuovi verbi in spagnolo: «Amazonizar la Iglesia y Laudatosificar la Sociedad», cioè «Amazzonizare la Chiesa e Laudatosificare la Società», citando l’encíclica sociale di Papa Francesco, e ribadebdo che «dobbiamo rilanciare l’evangelizzazione in Amazzonia»

Questo convegno si è svolto nel contesto della riunione in Vaticano del Consiglio pre-sinodale da cui uscirà, tra poche settimane, l’Instrumentum Laboris, cioé le linee guida su cui lavoreranno i vescovi al Sinodo sull’Amazzonia. Questa riunione del Consiglio pre-sinodale ha raccolto le sintesi di tutti i contributi emersi in quasi un anno di lavoro, in cui la Repam ha giocato un rolo molto importante. Questo Instrumentum Laborissarà però inviato a tutti i vescovi della Panamazzonia per un’ulteriore verifica.

Nel comunicato della Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi sulla seconda Riunione del Consiglio pre-sinodale dell’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per la Regione Panamazzonica, del 17 maggio 2019, si legge che in quella occasione i membri hanno approbato e presentato un “documento di lavoro che è diviso in tre parti”Gli argomenti che affrontano sono: “[1] la voce dell’Amazzonia intesa come ascolto di quel territorio, [2] l’ecologia integrale e [3] la Chiesa con volto amazzonico”.

Sono tre argomenti veramente sfidanti, per una Chiesa che voglia dinamizzare la propria missione e andare lontano, mettendo in gioco l’essenza della sua nascita: l’Annuncio del Vangelo a tutti popoli, con un attegiamento di ascolto e di costante crescita fraterna e sinodale.

Ascoltare l’intervista d’oggi a Radio Vaticana proprio del tema. Dal minuto 18 in più.