BRASILE: Gli esperti ci hanno avvertito prima dell’elezioni

Lettera aperta

Brasile, 16 ottobre 2019

Il futuro dell’Amazonia passa per elezioni

Senza l’Amazonia non esisterebbe il Brasile tale quale lo conosciamo. Quattro sono i servizi che il bioma dispensa agli abitanti dell’Amazonia, al Brasile e a tutto quanto il pianeta.

1° – Il ciclo delle acque. Oggi, restando al sapere scientifico sviluppato, sono i fiumi volanti provenienti dall’Amazonia a portare la pioggia su tutto il territorio brasiliano, raggiungendo persino Uruguai, Argentina e Paraguai. Senza la foresta a nutrire l’atmosfera con l’acqua, tali fiumi non si formano. Una semplice Samaúma, un immenso albero dell’Amazonia, inietta nell’atmosfera all’incirca mille litri di acqua al giorno. Per cui, senza l’Amazonia il sud e il sud est del Brasile, dove si concentrano 70% delle ricchezze di Latinoamerica, si trasformerebbero in un deserto.

2° – Il ciclo del carbono. Ogni albero corrisponde a tonnellate di carbono accumulato nella sua struttura. Quando uno solo albero viene bruciato o entra in processo di decomposizione, il carbono è liberato in forma di gas e va ad aggravare il riscaldamento globale, il che contribuisce per il cambio climatico in tutto il pianeta.

3° – L’enorme diversità. Ogni m2 dell’Amazonia ha più biodiversità che qualsiasi altra area al mondo. Da lì provengono svariati alimenti tali l’açaí, cupuaçu, castagne, ortaggi di diversi tipi, radici etc, oltre a diversi farmaci, essenze, cosmetici, olei e un’enormità incalcolabile di ricchezze che solo la natura ci può offrire. Cambiare tale ricchezza con l’allevamento di mucche, l’esplorazione di mineri e qualche tonnellate di soja sembra alquanto insano. Insanità che può diventare reale nel caso in cui venga eletto uno dei candidati.

4° – Le popolazioni originarie. In Amazonia restano tuttora diversi popoli originari sopravvissuti al grande genocidio si abbattè in passato e si abbatte ancor oggi su di loro. Sono stati loro a preservare il quanto di ricchezze naturali ne abbiamo in Amazonia, la sua biodiversità, oltre a dimostrarci che è possibile vivere nell’Amazonia senza devastarla. Papa Francesco insiste in ascoltare queste popolazioni originarie nel Sinodo Panamazonico del 2019 a Roma. Dunque la distruzione della foresta è anche il colpo di misericordia nel cuore delle nostre popolazioni indigene rimanenti. Allertiamo sulle proposte contrarie alla vita e che interessano direttamente i popoli originari.

Siamo contrari a qualsiasi proposta che provochi la chiusura degli enti pubblici che difendono i diritti e sono a servizio della vita e del pianeta (Ministero dell’Ambiente e gli organi di controllo come l’IBAMA e l’ICMBIO), concessioni di lavori senza il dovuto permesso in materia ambientale, insomma, una lista infinita di aggressioni all’ambiente e ai popoli, le quali possono diventare reali.

A rischio è tutta questa ricchezza fondamentale: o la preserviamo o mandiamo in rovina ciò che ne resta. Tutti i servizi che l’Amazonia ci dispensa sono naturali e le ricerche su di essi sono di carattere scientifico, ma una decisione politica potrebbe annullare tutto che la natura ci offre nella sua infinita generosità.

Il futuro dell’Amazonia passa per il voto nelle elezioni del 2018.

Firmano:

Daniel Seidel – Membro della Commissione Brasiliana Giustizia e Pace, assessore della REPAM-Brasile.

Francisco Andrade de Lima – Assessore della REPAM-Brasile.

Marcia Maria de Oliveira – Assessore della REPAM-Brasile e della Caritas Brasiliana; Professoressa all’Università Federale di Roraima/UFRR.

Moema Miranda – Rete Chiese e Minerazione; Servizio Interfrancescano di Giustizia e Pace ed Ecologia (Sinfrajupe); Assessore della REPAM-Brasile.

  1. Ari Antônio dos Reis – Assessore della REPAM-Brasile; Coordinatore del curso di Teologia da Facoltà di Teologia e Scienze Umane – “Itepa Faculdades”.
  2. Dário Bossi – Missionario Comboniano; Rete di Chiese e Minerazione; Assessore della REPAM-Brasile.
  3. Ricardo Castro – Direttore dell’Istituto di Teologia Pastorale ed “Ensino Superior” dell’ Amazonia – ITEPES; Professore di filosofia alla Facoltà Salesiana Don Bosco – Manaus; Assessore della REPAM-Brasile.

Roberto Malvezzi – Filosofo; Teologo; Scienze sociali; Scrittore; Compositor; Assessore della REPAM.

Riferimenti

NOBRE, Antônio. Os rios voadores. https://www.youtube.com/watch?v=34Y93Ar4tCA. Acesso em 15/10/18

_______. A Máquina de fazer água. https://www.youtube.com/watch?v=HqAvP_hpzTA. Acesso em 15/10/18

CNBB. Campanha da Fraternidade de 2017: Os Biomas Brasileiros e Defesa da Vida. Ed. CNBB. Brasília. 2017.

(Fonte: REPAM)

HELICOPTERO

(Tradotto per Leonardo Rosas)

Sinodo sull’Amazzonia, una sfida anche per i giornalisti

di Roberto Carrasco, OMI

Il Sinodo ci fa riflettere su come non solo noi studenti della Comunicazione Sociale, ma anche i fornitori dell’informazione, i giornalisti professionisti, i caporedattori delle diverse testate, nonché l’opinione pubblica, stiamo trattando questa tematica.

ROBERTA-GUISOTTI

L’appello di Papa Francesco nel terzo anniversario dell’Enciclica Laudato si’, sulla cura della Casa Comune, celebrato a Roma nel luglio scorso, con la conferenza internazionale “Saving our common home and the future of life on earth”, diceva:

«È triste vedere le terre dei popoli indigeni espropriate e le loro culture calpestate da un atteggiamento predatorio, da nuove forme di colonialismo, alimentate dalla cultura dello spreco e dal consumismo (cfr SINODO DEI VESCOVI, Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per un’ecologia integrale , 8 giugno 2018)».

E ancora più forza ribadisce l’impegno di tutti ad ascoltare e diretti interessati:

«Per loro, infatti, la terra non è un bene economico, ma un dono di Dio e degli antenati che in essa riposano, uno spazio sacro con il quale hanno il bisogno di interagire per alimentare la loro identità e i loro valori» (Laudato si’ , 146). Quanto possiamo imparare da loro! Le vite dei popoli indigeni «sono una memoria vivente della missione che Dio ha affidato a tutti noi: la protezione della nostra casa comune» (Discorso nell’incontro con popoli indigeni, Puerto Maldonado, 19 gennaio 2018). Cari fratelli e sorelle, le sfide abbondano».

E mentre le popolazioni indigene dell’America latina attendono con grande speranza l’assemblea speciale del Sinodo dei vescovi per tutta la regione Panamazzonica, che è stata programmata nell’ottobre del 2019 a Roma, emerge una prima domanda che ci permette di riflettere su questo avvenimento; possiamo fare una autocritica sulla produzione dell’informazione? Possiamo fare lo stesso per quanto riguarda la funzione culturale, educativa e sociale delle notizie sull’argomento di altri paesi, qui in Italia?

Per questo punto è importante incontrare Roberta Gisotti caporedattore a Radio Vaticana, autrice testi e consulente Rai e docente universitaria di Economia dei media alla Facoltà di Scienze della Comunicazione sociale presso l’Ups, che abbiamo intervistato.

Fra un anno ci sarà a Roma il Sinodo dei vescovi sulla regione amazzonica e ci sembra che nella Chiesa, ma anche in Italia e in Europa in generale, ci siano degli elementi che ancora non si conoscono, dei quali ancora non si parla e non si sia approfondito, nei media. Cosa ne pensa?

Questo è veramente un aspetto che lascia stupefatti, tanto più che oggi parliamo, ci riempiamo la bocca di vivere in una cultura globalizzata. Che un evento così rilevante come il Sinodo sull’Amazzonia sia trascurato dal circuito dei media, non so negli altri paesi, ma sicuramente in Italia, fino ad oggi è stato trascurato, ci deve far riflettere e domandarci perché. La risposta più comune che noi possiamo sentire tra chi, appunto, lavora in televisione, alla radio, nei giornali, nel mondo della informazione sarà che questo argomento, in realtà, poco interessa al pubblico.

E questa è una grande mistificazione, perché il pubblico aspetta di essere interessato da una informazione che si apre al mondo, e sa come parlare ai cittadini, sa come stimolarli, sa come interessarli, sa come suscitare il loro spirito critico. In particolare, in televisione che a tutt’oggi è la regina dei media, abbiamo sempre più una comunicazione che cannibalizza se stessa, e ripercorre il già detto, il già fatto, ciò che fa più ascolto. Per cui abbiamo e viviamo un periodo storico di penuria di creatività, di penuria di interessi, di penuria di ricerca.

Riguardo all’Amazzonia non possiamo certo dire che un argomento che presenta degli aspetti così ampi di interesse per tutto il pubblico che sono da quello più, diciamo, che può essere più avvertito di tipo ambientale ecologico, ma anche di equilibri geopolitici per tutta l’America Latina, è un’occasione veramente mancata dell’informazione.

Infatti, sembra che l’Amazzonia non venga valorizzata per il suo contributo che elargisce non solo del punto di vista climatico, della biodiversità, ma anche per la riflessione sull’interculturalità. Quindi, secondo Lei questi elementi mancano nell’approccio del lavoro giornalistico? E se sì, quale lavoro di ricerca dell’informazione dovrebbe essere fatto, per una nuova creatività che vada ad incuriosire su quest’argomento?

In realtà l’informazione verso l’estero riguarda essenzialmente pochi elementi, cioè, le grandi calamità e catastrofi. Gli eventi di conflitti, di guerra e la cronaca nera. Quindi è un guardare a un’informazione che è prettamente negativa. E perché si guarda questa informazione che è prettamente negativa? Perché è molto facile fare ascolti con questo tipo d’informazione. Perché un’informazione che punta all’emotività del pubblico, cioè punta a trattenere il pubblico davanti al video anche solo per pochi secondi, pochi minuti, per ottenere quell’indice di ascolto che poi promuove quel programma. Questo è veramente un aspetto poco conosciuto e che è alla fonte di questa informazione che non svolge il proprio ruolo di informare e formare l’opinione pubblica dando gli elementi della vita sociale, culturale, politica, religiosa degli altri paesi e degli altri popoli.

Insomma, come si dovrebbe preparare un giornalista, non solo dentro alla Chiesa, ma anche in tutta Europa rispetto al prossimo Sinodo sull’Amazzonia nel 2019?

L’uomo che fa comunicazione deve anzitutto lui attento e curioso. Perché se non si interessa lui, se non si incuriosisce lui, se non fa ricerca, non potrà trasmettere questa conoscenza, questa curiosità, questo desiderio di fare ricerca per capire; non li potrà trasmettere al suo pubblico. Quindi, il primo appello che bisognerebbe fare, è quello di rivolgersi ai media, e alle persone che operano nei media di guardare a questo argomento, e di assumersi la responsabilità di parlarne al mondo perché è un tema di attualità che si riflette direttamente sulla vita delle persone e sulla vita dei popoli.

Possiamo entrare sul sito della FSC

Protagonisti i popoli Indigeni 

di Roberto Carrasco, OMI

Un colega giornalista, Cristiano Morsolin, mi ha detto che la portata del mio blog EL TROCHERO, anche l’intervista fatta per Sir (Servizio Informazione Religiosa)  è stato menzionato e appare nella pagina 6 dell’osservatore romano della domenica 15 luglio 2018.

Questa è la raggione che pubblico questa piccolo nota. Mi piacerebbe che rimanga nel mio blog.

http://www.osservatoreromano.va/vaticanresources/pdf/QUO_2018_159_1507.pdf

 

 

Sinodo Amazzonico del 2019. I Salesiani si preparano

di Roberto Carrasco, OMI

I popoli dell’Amazzonia chiedono più attenzione da parte della Chiesa e anche dei governi. Come Università Pontificia vogliamo contribuire a questo discernimento

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Nella Facoltà di Teologia della Università Pontificia Salesiana di Roma, giovedì 11 ottobre, si è svolto il “Seminario sull’Amazzonia. Contraddizioni, lacerazioni e profetismo. Uno sguardo verso il Sinodo dei vescovi 2019”. Evento che aveva l’obiettivo d’introdurre la famiglia salesiana in questo cammino di riflessione.

«Ovviamente quando si tratta dell’argomento Amazzonia è in gioco anche il lavoro della Chiesa: non si tratta soltanto della biodiversità, della diversità di culture, ma soprattutto dello scopo della presenza della Chiesa in quel contesto», ci ha spiegato il professor Damásio Medeiros SDB, Decano della Facoltà di Teología, spiegando la volontà dell’Università d’approfondire quest’argomento. «Poi ci sarà una seconda fase, fra un mese proprio a Manaos, nel centro dell’Amazzonia, con i missionari salesiani che lavorano in quel contesto, insieme a diversi vescovi, studiosi e ricercatori per approffondire anche il tema del Sinodo. E all’inizio del mese di febbraio è già programmato – da parte della nostra Facoltà insieme al Dicasterio della Missione – un Convegno Internazionale, in cui vogliamo ascoltare anche la leadership comunitaria, eclesiale e anche del mondo accademico. Verrano dell’America Latina a condividere questa realtà ricca per la Chiesa, ma sopratutto per i popoli che vivono lì e per tutto il mondo».

Ma come coinvolgere tutto l’ateneo in questo percorso? «In occasione del Convegno Internazionale di febbraio, i docenti della diverse facoltà saranno chiamati a intervenire, a colaborare, a offrire il proprio contributo a questa riflesione, sopratutto del punto di vista dell’educazione e della comunicazione», così come sta già facendo la Rete Ecclesiale Panamazzonica–REPAM, ha sottolineato il professor Medeiros.

Un altro relatore, il professor Antonino Colajanni SDB ha detto che «quasi tutti gli ordini religiosi si stanno concentrando nella preparazione del Sinodo. L’esperienza della foresta è un’esperienza fondamentale perché ci fa tornare a una visione integrale e globale dell’uomo come membro di una comunità, ma in un contesto ambientale».

Don Juan Bottasso SDB, mentre parlava di avere una visione integrale della Amazzonia, ha presentato una proposta ai figli di Don Bosco: «I salesiani possono presentare al Sinodo due grandi icone, due grandi simboli, due paradigmi di quello che può essere l’azione tra gli indigeni: padre Rodolfo Lunkenbein SDB – martire salesiano in Brasile – che coscientemente, sotto minaccia, sapendo a che cosa si esponeva, è andato, pieno di vita e di gioventù, incontro alla morte per difendere il territorio. L’altro grande, padre Luis Bolla SDB – padre Yánkuam’, missionario salesiano tra il popolo indigeno Achuar in Equador e Perù –, ottanta anni condividendo la vita di un popolo che è sempre stato definito selvaggio, ma di cui diceva: “il popolo più nobile che ho conosciuto in vita mia”. Li ammirava tanto». «Non è andato là dicendo “poveri selvaggi, mi sacrifico per insegnare qualcosa”, ma piuttosto dicendo: “voi sapete tante cose, avete molto da insegarme a me. Però la vostra cultura non è perfetta. Vengo a camminare in mezzo a voi, con voi, perchè l’assedio che vi circunda è terribile, voglio accompagnarvi. Lo ha chiesto come un favore. Non è il missionario che va come un padrone, che va a dettare legge, che va cambiare i costumi. È il missionario che va imparare, a scoprire il perchè di certe forme culturali, con amore, con allegria», ha detto il direttore dell’Archivio Storico dell’Inspectoria Salesiana Corazón de Jesús dell’Ecuador.